di Gianni Fumagalli
TERESA
Come si fa a parlare di un angelo senza possedere il linguaggio degli angeli e come conoscere il segreto della materia di cui sono fatti? Zia Teresa era un angelo ma non aveva le qualità esteriori che solitamente vengono indicate per definirli. Non era dotata di una bellezza abbagliante e neppure del piglio necessario per tessere efficaci relazioni. Eppure zia Teresa era un angelo!
La sua bellezza, mite e bonaria, di quelle che non si notano, non abbagliano e non ingombrano ma lasciano un segno nel tempo, come quelle sostanze che trattengono per accumulo e poi rilasciano lentamente, sapeva irradiare ogni forma di benevolenza: la sua era una bellezza luminosa.
Stando con lei si coglieva, anche dopo una breve frequentazione, che l’ingrediente maggiore della pasta che la componeva era l’amore. Amore come attenzione verso tutte le persone con cui si relazionava; amore come sacrificio di sé in favore dell’altro, primo su tutti; amore come spontaneo atteggiamento di comprensione e ascolto senza alcuna limitazione, nel segno paolino della carità che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.”
Nata nel 16 del secolo breve rimase orfana in piccolissima età. La nonna Luigia, di cui mia sorella appena mancata rappresentava l’incarnazione della memoria, rimase vittima del flagello della spagnola che non attese neppure la fine della prima guerra mondiale per scatenarsi su un territorio devastato da una catastrofe senza precedenti (e doveva ancora arrivare il peggio della seconda guerra mondiale). La falce della morte non era ancora paga quasi a rimarcare il suo trionfo assoluto contro la follia dell’uomo. Cinque milioni di morti e dieci milioni di mutilati nel corpo e nella psiche a causa della guerra; cinquanta milioni per la pandemia dal nome suadente. Nonna Luigia lasciò quattro figli. La mamma, che era la maggiore ma aveva solo undici anni, si caricò il peso di una famiglia con un padre molte volte assente per lavoro e zia Teresa, la sorella minore, di soli due anni. Le cure che riversò su tutta la famiglia e in particolare per la piccola sorella furono riscontrabili nei pensieri, nei gesti e nelle parole di tutta la vita della zia; la sua riconoscenza verso la mamma fu sconfinata. Nei tempi di grande difficoltà economica per la nostra numerosa famiglia, durante e appena dopo la seconda guerra mondiale, l’attenzione della zia si materializzava in cibo che portava o faceva arrivare attraverso lo zio Sandro. A volte compariva all’improvviso e la tavola, nuda, si illuminava. La mamma la chiamava provvidenza. Zia Teresa era un essere speciale perché, pur cogliendo nella sua semplice ma acuta conoscenza dell’umanità, gli aspetti deplorevoli che la rendono abietta, rinunciava a smascherarla non per debolezza, quieto vivere o sottomissione alla “superiorità” dell’altro, allora poteva succedere, ma per quel senso biblico della vanità della vita che nella sua visione delle cose inglobava anche le sfumature spigolose nelle relazioni, il pavoneggiarsi, la ruvida furbizia esibita come emancipazione, fino alla volgare prepotenza. Per la zia anche il male era vanità. Coglieva immediatamente tutto questo, lasciava fare notando in aggiunta la falsa luce di chi si sentiva soddisfatto per la vittoria poi, con espressioni ridicole e bonarie che le sfuggivano con rumorosi sorrisi, coprendosi la bocca con la mano, formulava la sentenza che impacchettava il volgare galletto di turno. Venditori, piazzisti, profittatori lasciavano la sua casa soddisfatti per l’affare appena concluso ma non sapevano che gli sconfitti erano proprio loro messi a nudo, nell’intima natura, dalla silente consapevolezza della zia. Sul male che ricevette, sotto forma di ingiustizie, soprusi, umiliazioni, raggiri potremmo scrivere un intero libro ma non rientra nel nostro spirito fare una biografia dettagliata, piuttosto tracciare dei segni, brevi ma incisivi, sulla sua figura così leggera e discreta, proprio come per gli angeli.
Ho molti ricordi, alcuni diretti altri avuti attraverso la famiglia ma vorrei raccontarne uno particolarmente divertente, una rarità nel curriculum vitae della povera zia contrassegnato più da privazioni e sofferenze che da momenti leggeri e luminosi. Attorno alla metà degli anni trenta, in piena epoca fascista, nel nostro piccolo paese brianzolo morì la superiora responsabile dell’asilo femminile. Era consuetudine allora vegliare la salma per tutta la notte. Si offrivano molte persone ma ai giovani veniva assegnata la prima serata. La zia assieme alle sue amiche tra le quali la futura cognata, per noi zia Anna, era seduta a fianco della bara. Dopo il rosario il gruppo di amiche si trovò solo nella stanza. Zia Anna, ricordata come una persona gioviale e di spirito, si lasciò sfuggire ad alta voce una battuta piccante e ambigua sulla superiora, non molto amata in vita per il suo carattere ruvido e la sfacciata predilezione per i benestanti. Ci fu uno scroscio di risate smorzate sul nascere dal rumore dei passi di una suora che stava entrando. Tutte allora si portarono le mani al viso per nascondere l’ilarità. La suora, pensando stessero piangendo, abbozzo una delle solite consolazioni che il cristianesimo ha confezionato per queste circostanze – non piangete bambine perché ora la vostra superiora dal cielo vi vede e pregherà per voi – zia Anna non riuscendo più a trattenersi corse fuori con le mani ancora sul viso ma incespicò e cadde rumorosamente. Ogni volta che zia Teresa raccontava questo episodio si faceva tutta rossa e le venivano le lacrime agli occhi per il riso.
Uno dei motivi di bisticcio tra zia Teresa e zio Sandro era spesso dovuto all’estrema generosità della zia che si scontrava con il tentativo dello zio di arginare la gigantesca “falla della generosità” che la zia aveva aperto ormai in via definitiva nello loro vita. Alla zia le cose passavano di mano senza sostare e in molti casi venivano donate prima ancora di esserne in possesso. Ho conosciuto solo tre persone, nella mia vita, come la zia; ho ritrovato in loro la stessa sostanza del donare. Le “scuse” che avanzava per giustificare la sua generosità, ma erano parole per tamponare o prevenire la gelosia dei parenti, l’invidia dei vicini o lo spaesamento dello zio, erano semplicemente commoventi. C’era sempre una famiglia in difficoltà economiche da aiutare, un bambino lontano da salvare, un parente che doveva affrontare una spesa troppo onerosa, e poi l’infinita lista di bollettini per le più svariate missioni. Le parole della zia, pronunciate sgranando i suoi occhi azzurri come per cercare un consenso immediato, con un infinita tenerezza e un pizzico di rimprovero, quasi a prevenire l’ombra di un’esitazione, erano sempre le stesse: sa se peu vutal al se vuta e basta (se si può aiutare lo si aiuta e basta).
Il denaro era un’entità estranea per la zia, lo utilizzava per nasconderlo nei posti più impensati della casa per riprenderlo poi nel momento in cui lo doveva donare a qualcuno. Quando andava a cercarlo si allontanava in silenzio verso la camera ma potevano essere anche altri nascondigli, tornava dopo un tempo relativamente lungo e lo consegnava con un gesto rassicurante, quasi a scusarsene, poi aggiungeva: ”dighel minga al ziu Sandren” (non dirlo allo zio Sandro), ma sapeva bene che lo zio sapeva e ne era contenta.
La trovavo sempre seduta in cucina con in mano il rosario o un libretto edificante. Quando entravo posava gli occhiali, il libro o il rosario e, prima ancora di salutarmi mi chiedeva: “te manget quicos” (mangi qualcosa). Amavo quell’atmosfera pacifica e rassicurante, amavo la zia che non aveva potuto avere figli e ci aveva eletti, in virtù del suo amore e non di altro, suoi autentici figli. Zio Sandro alla fine si arrese all’unica regola imposta da una donna incapace di imporsi, al punto che, in molte circostanze, reggeva il ruolo di benefattore non sapendo che sia la scelta di donare che la convinzione che fosse una decisione sua erano state indotte dalla zia.
Ci lasciò in una giornata di mezzo autunno alla soglia del rivolgimento del terzo millennio, pochi anni dopo la morte del suo Sandren. Dispose in modo che tutti i suoi averi e la casa fossero suddivisi in parti uguali tra i suoi nove nipoti con l’aggiunta di una parte per la chiesa ed una per il figlio della prostituta che per un periodo abbastanza lungo visse vicino a casa sua. Questo ragazzo, privato degli affetti materni fin da piccolo, trovò nella zia una tenera madre e ne rimase legato per sempre. Dispose inoltre che dopo il suo funerale, tutti i nipoti e coloro che lo desiderassero, si riunissero in casa sua per un rinfresco. Il ricordo che conservo di questa esperienza è uno dei più teneri e singolari rispetto ai riti funebri. L’aria che si è sempre respirato in quella casa aveva contagiati tutti e lo spirito della zia ci aveva messo di buon umore. Trascorremmo alcune ore in totale armonia; non ci fu alcuna questione sull’eredità.
Chi nella vita non ha mai provato questa forma di benevolenza è come un individuo a cui sono state precluse esperienze fondamentali per lo sviluppo psicofisico; questo tipo di amore riconcilia con la ricerca del valori, dà ragioni al non senso della vita. Nel groviglio di forze ed esperienze negative, contro il gelido spettro del male, possiamo scorgere un barlume di luce purissima, il calore di una donna che ha amato in modo disinteressato e cercato di comprendere tutte le persone che ha incontrato. Ha amato perché non c’è altra legge che possa spiegare il mondo. Senza l’amore non é possibile alcuna comprensione, il mondo diventa inspiegabile cioè assurdo. Quanto zia Teresa fosse consapevole di questo non lo so, mi è certo il fatto che l’amore non può essere disgiunto dalla volontà di amare.
Teresa, a buon diritto, merita di entrare nel novero dei 36 giusti grazie ai quali il mondo, faticosamente e con estrema sofferenza, sopravvive a se stesso.
To the happy few Teresa.

Sono commossa da questa figura meravigliosa.
L’amore è veramente l’unica bellezza, la più grande in assoluto.
Grazie.
Cri
“….mi è certo il fatto che l’amore non può essere disgiunto dalla volontà di amare…”
Questa è proprio una verità assoluta, Gianni.
Un caro saluto primaverile
Stefanie
Gianni, anche la tua scrittura è intrisa d’amore, di comprensione e benevolenza anche quando è ironica. Leggerti allarga il cuore.
Grazie di queste pagine ariose.
Un caro saluto
m.