Il pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Il bar chiuso, l’asfalto bagnato da una bava d’acqua e cloro, 3 ciclisti senza fretta. Accanto alla macelleria chiusa, il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza Municipio, 4 anziani seduti dall’alba, caduti in fila e rimessi a posto come le lattine del tiro a segno. Oltre la via, lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo di noccioli che sale lento.
Via Parrelle: il cigolio della cerniera di un balcone aperto che sbatte al vento. Un uomo mi spia da dietro la finestra: appena lo guardo chiude la tende, serra gli infissi. Poco distante, nel giardino di Padre Pio, una vecchia vestita di nero sull’altalena.
Alle 9, un paesaggio buono solo per la fuga. Il latrato del vento attraverso i fori dei pali delle recinzioni. A Preturo, sosta presso la sorgente Labso. Ai piedi delle panchine, bottiglie di plastica, cartoni di pizze, un grosso piccione morto. Chiuse le case, muti i cani, un pony legato a un albero, come impagliato, una vipera che attraversa l’asfalto.
Ore 13: consumo un pranzo veloce e torno a casa a riposare. Deriva delle intenzioni. Resto distesa sul copriletto a fissare il muro bianco. Leggo, penso, seguo la vita misteriosa degli oggetti nella stanza. Solo ogni tanto muovo un dito, una gamba.
Alle 14 di nuovo in piazza: i 4 anziani del mattino seduti ancora sulle panchine. Solo il vento è cambiato: ora la bandiera dell’Italia punta ad Ovest. Poco più avanti, al bivio, uno del posto attacca al rubinetto della fontana pubblica una pompa da giardino e lava la macchina con lo shampoo Johnson. Mi avvio in un pigro giro nei dintorni. Da Torchiati verso Solofra, solo cani sdraiati al centro della via. Accanto alla pubblicità del supermercato, un 6×3 annuncia il matrimonio di due giovani. Con l’effetto flou, i visi racchiusi in un cuore, la scritta “Destinazione Paradiso: insieme per sempre”, la foto sembra quella di due fidanzati morti in un incidente stradale.
Davanti ad un disco bar, una palma finta come ne crescerebbero dopo una catastrofe nucleare. Le fabbriche spente, con parcheggi grandi come aeroporti e bidoni di plastica che somigliano alle costruzioni dell’infanzia. Osservo il ritmo delle finestre nelle facciate, quasi sempre a vetri specchiati, chiuse o vuote nei cantieri in costruzione. Nella loro disposizione, un alfabeto che mi riguarda. Verso Serino tra percorsi di campagna, abitazioni private, villette ad un piano, vuote. All’ingresso di una, 2 leoni Ming su colonne doriche ai lati del cancello elettrico. Nel giardino di quella appresso, una statua di Cristo scala 1:1 dipinta coi colori acrilici a finitura lucida, sotto una cappella a baldacchino circondata da Veneri e Cariatidi che reggono lampade a basso consumo.
S. Lucia di Serino: il cartello di benvenuto del paese è a ridosso del cimitero. Un uomo di mezz’età vestito di tutto punto cammina digitando convulsamente i tasti del cellulare, fermandosi più volte come un mulo sull’orlo del burrone. Più avanti, piazzale con i bus di linea comunali fermi in una sosta da scasso. Aperti solo un bar ed un negozio di articoli per la casa. Il proprietario, seduto sui gradini di fronte, dice tra sé e sé: “A prima matina sto già stanc’ senza fa’ nient”. Nel bar accanto, cercando il bagno attraverso una sala giochi minuscola. Contro il muro, 5 macchinette tutte occupate. Un ragazzo spinge il bacino contro i pulsanti come si scopa una puttana.
Mi fermo a respirare in un bosco con fraseggi d’ombre, una fresca quiete di navata, un raggio di luce che finisce in una zolla d’erba.
Sono le 19. La luna riposa in cima alla collina, delicata come un’unghia. Tornando a casa, la sagoma di un passante, la scia di fabbriche, commerci e vie si sciolgono in un dettato veloce, come le immagini che un uomo vede forse prima di morire. In quegli attimi, mi chiedo sempre, cosa resta degli anni, delle parole, delle persone amate, dei luoghi percorsi? Sarà forse come andare per queste strade: prima o poi i paesi finiscono, ed ecco per chilometri solo nubi e radure, greggi che si spostano, semi nel vento, alberi che crescono e muoiono in silenzio, da soli.


una scrittura speziata, sovrana, pregna.
complimenti eli.
eli
– cosa resta degli anni, delle parole, delle persone amate, dei luoghi percorsi?
Solo l’amore resta…
Una pagina che si beve, veloce, fresca. Lei dice cose che sappiamo ma le svolge come se non le conoscessimo.Brava.
Grazie mille a tutti voi, amici, per il vostro apprezzamento.
Un talento fuori dal comune.
L’unico modo possibile per raccontare il presente.
Complimenti