Guida pratica all’eternità

Guida pratica all'eternità

di Barbara Pesaresi

C’era una volta, in campagna, il raccontatore di storie. Era un personaggio strano, ricco di inventiva, batteva le campagne offrendo in cambio di un bicchiere di vino, ma anche più di uno, una mercanzia molto particolare: storie. I contadini lo invitavano spesso a rallegrare le lunghe veglie invernali. Le vicende narrate, alla fine, erano sempre le stesse, ma grazie a deviazioni imprevedibili e all’aggiunta di particolari inediti, di volta in volta la narrazione si arricchiva. Tutto ciò poteva accadere nell’arco di una stessa serata se il vino era abbondante e di costituzione robusta e generosa.
Ecco, secondo me il narrare di Fabrizio Centofanti, metropolitano raccontatore di storie del web 2.0, con commenti dei lettori al posto dei bicchieri di vino (i tempi cambiano e il vino non è più quello di una volta), possiede questa caratteristica del racconto orale, e cioè il non cristallizzare in una forma predefinita e chiusa le vicende narrate. Perché se le storie nascono dalla vita e questa è una partita da giocarsi ogni giorno, come ritiene il nostro autore che ne fa materia prima privilegiata, allora anche le storie sono soggette alla stessa legge del reinventare. E se il passato necessita di continui aggiustamenti e riletture forse il futuro addirittura non esiste, pertanto ciò con cui dobbiamo fare i conti è soltanto l’oggi con i suoi progetti incompiuti, gli incontri fatti o mancati, l’amore dato o negato.
Nei racconti che compongono la raccolta Guida pratica all’eternità, compaiono per la prima volta sulla scena personaggi, ricordi, situazioni, frammenti di vita propria e altrui sui quali successivamente l’autore allargherà l’inquadratura. Infatti le tracce qui raccolte saranno, nei racconti e nei romanzi a seguire, indagate con un’attenzione lenticolare. Alcuni di questi canovacci diventeranno storie complesse, ricche di sfumature, e a loro volta daranno origine ad altre storie, mentre i personaggi ne ispireranno altri o verranno riproposti sotto mentite spoglie oppure, ancora, saranno il collante di tutta l’opera di Fabrizio Centofanti, come l’amico fraterno e padre spirituale don Mario Torregrossa.
L’autore con questi racconti lancia dei sassi in un lago e ne osserva, paziente, i cerchi concentrici che, mano a mano, si creano sulla superficie dell’acqua, sempre più grandi. Questa osservazione darà luogo nel tempo a una incessante esplorazione sia in profondità che in ampiezza, offrendo al lettore, di libro in libro, sempre nuove sfaccettature e tonalità delle storie narrate.
Guida pratica all’eternità è uno di quei libri che sembrano fatti apposta per essere letti in treno, quando la mente e lo sguardo reggono poco alla dittatura della pagina scritta poiché sentono, bruciante, il richiamo a saltar fuori dal finestrino per rincorrere quel mondo che scappa in direzione ostinata e contraria. Dico questo perché la lettura di ogni racconto necessita d’essere accompagnata da una meditazione in leggerezza, a cuore aperto e occhi spalancati.
Sono microstorie dettate dall’ansia di battere il tempo e salvare schegge di vita e di persone prima che sia troppo tardi e che lo scorrere inarrestabile del nemico ne alteri irrimediabilmente i contorni, gettando tutto in quel contenitore indifferenziato che può diventare il nostro passato quando dimentichiamo, per poco tempo o distrazione, di fare clic su “salva”.
Attraverso questi racconti/appunti, Centofanti fissa il materiale sul quale si concentrerà la sua ricerca: uomini e donne in riva alla vita o sospinti, da non so quale vento, verso una solitudine senza ritorno, il potere visionario e seduttivo della memoria, don Mario, il riconoscimento e l’accettazione di una vocazione, la lotta quotidiana per vivere e trasmettere una fede che non sia soltanto di facciata.
Agatino, Antonio, Mario, Filippo, Anna e tanti altri scombinano le pagine di questo libro. Loro sono di quelli che la Storia non la fanno ma ci cascano dentro per caso e ne avrebbero fatto a meno. Hanno esistenze ingarbugliate come gomitoli dopo che ci ha giocato il gatto, e mentre ci vengono incontro cercano il nostro sguardo per ricordarci che la vita, forse, è veramente un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia, come canta il Blasco.
Don Fabrizio ce li offre intatti nel loro essere, digiuni da ogni regola o schema di quello che chiamiamo vivere civile, quello che guarda al fuori e non al dentro e che di civile ha soltanto il nome. Non cerca di renderli simpatici, non è questo che gli interessa, e non ha nessuna intenzione di farne dei santini poiché si tratta di uomini e donne equipaggiati di pregi e difetti, bontà e cattiveria come tutti, né più né meno. Semplicemente presta loro la voce affinché possano dirci: “Ehi, amico, ci siamo anche noi”.
L’autore affida questi racconti tra cielo e terra ad un linguaggio sobrio, asciutto, evitando inutili sentimentalismi. Guida pratica all’eternità, nonostante il titolo, non è un manuale che dispensa frolle ricette new age per diventare più buoni e conquistarsi un posto in paradiso.
Ciò che a Centofanti interessa è altro, e nel racconto L’editore scrive: Il mio interesse si rivolge a bilanci più sottili, di un dare e un avere interiori, perdite e profitti di un’anima in ricerca, di una mente che vorrebbe scoprire i nessi segreti tra le cose, tra gli scaffali di una libreria e gli spazi vitali dell’esistenza quotidiana, le file dei supermarket, gli insulti nel traffico, le preghiere o le bestemmie gridate in un momento di sconforto.
Don Fabrizio non lancia messaggi e non vuole dimostrare niente, desidera soltanto ricordare a noi lettori, e prima di tutto a se stesso, che l’incontro con l’altro, qualora non sia soltanto un passarsi accanto, avviene nel momento in cui si riesce a superare la reciprocità per lasciare spazio a quella umanità che oggi sembra sempre più difficile riuscire a preservare. Insomma, quello che conta non è essere eroi ma essere umani, gratuitamente e responsabilmente, come Qualcuno ha fatto tanto tempo fa.
Qui non si tratta di spacciare una idea romantica della povertà, e il disagio contro il quale l’autore punta il dito va colto ben al di là dell’aspetto prettamente economico e sociale, da non sottovalutare ovviamente. Infatti per Centofanti il disagio peggiore è quello che nasce dall’egoismo e che rende ciascuno di noi straniero a se stesso, vero cancro della nostra cosiddetta società del benessere (ma di chi?), e che ci porta in quanto comunità di persone ad abdicare a quella responsabilità collettiva nei confronti di chi è più sfortunato, garanzia imprescindibile per un mondo più giusto.
“Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”, chiede Giuanin al sottufficiale degli alpini Rigoni, in quello splendido romanzo che è Il sergente nella neve.
Ogni giorno sono tanti i Giuanin che non ce la fanno, ed è per loro che don Fabrizio ha scritto questi racconti, perché compito di chi sopravvive a questa disfatta che è il vivere quotidiano, dove le rabbie e i sogni di noi umani sono un pugno di polvere lanciato verso il cielo, in attesa della inevitabile caduta, (da Polvere) è anche quello di raccontare quelli che a baita non ci sono mai arrivati, almeno a quella terrena, e regalargli una spolverata di eternità.

8 pensieri su “Guida pratica all’eternità

  1. Ernesta Scappaticci

    Grazie Barbara,
    la tua impeccabile recensione ha dato un tocco in più, a questo scritto di grande intelligenza e sensibilità che Don Fabrizio ci ha regalato.
    Il suo modo di dire la verità, amara e difficile, ci commuove sempre! come sempre, ce la consegna a” modo suo” come dico io:- da Poeta di Dio- quel Dio che è sempre presente, nella sua penna che diventa pennello.

    ernestina.

    Rispondi
  2. robysda

    Viandanti in cerca di felicità, cercatori di chissà quale oro necessario per appagare i vuoti malinconici generati da tante belle parole che poco si impastano con realtà ben diverse, soffocate dalla polvere della strada e disegnate dai vuoti a perdere , messi in fila nella notte, uno dietro l’altro, come fossero birilli in attesa della palla che li libera dalle catene della solitudine e della tristezza. La solitudine è la stessa, dell’oro o del cartone, la fragilità la stessa del vetro o del cristallo, finché il viaggio non raggiunge l’oasi del silenzio, nella quale attinge forza per continuare o cominciare a sperare.

    pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
    debba in qualche modo incominciare una chitarra.
    Amico Fragile, F. De Andrè

    Un salto indietro per (ri)apprezzare un bel viaggio nell’umanità, grazie a questa bella recensione.

    Rispondi
  3. RossellaT

    E’ il primo libro di Don Fabrizio che ho letto e questa recensione fa venire voglia di una rilettura. Mi piace molto l’idea che queste pagine abbiano regalato una spolverata di eternità a chi non ce l’ha fatta e sono certamente un invito per tutti noi a tornare a quell’umanità che è il segreto di una vita felice.

    Rispondi
  4. ema

    Nelle preziose pagine di questo libro si legge chiaro come l’eternita sia fatta con e per gli altri. Essere “insieme” e’ quello che vale, che conta di piu’ e che resta.

    Rispondi
  5. agnese

    Mi piacciono i libri di don Fabrizio Centofanti,perchè in modo chiaro,semplice,con esempi dalla vita,fa riflettere lettore sul valori della vita. Don Fabrizio non imporre mai suo punto di vista come unico giusto,ma permette al lettore di fare propria riflessione, suo cammino verso Bene.
    Don Fabrizio con suo grande Amore per la umanità,lascia libero lettore a scegliere la strada nella vita,valutando vari aspetti. Per questo ho un grande rispetto a don Fabrizio come scrittore,poeta, prete,uomo.
    E come ho notato,don Fabrizio ha questo raro dono a vedere la realtà oltre questo che si vede,e non sbaglia mai.Non sto mettendo don Fabrizio sul un piedestallo,ma sto dicendo questo che ho notato per anni.
    “Guida pratica all’eternità”è un altro suo successo.
    Ho letto questo libro e ho regalato ad alcuni miei amici.
    Vale la pena.
    Complimenti a Barbara,ha scritto una bella recensione.

    Rispondi
  6. pam

    Un libro letto ‘’a scatola chiusa’’, per scoperta: ancora non conoscevo né la storia Don Mario Torregrossa né Don Fabrizio. Sono proprio racconti di cielo e di terra, umanissimi, senza “quella oratoria melliflua e democristiana che fa venir voglia di correre a prendere la tessera del PCUS” (R. Ferrazzi, postfazione), profondamente commoventi ma con la lievità di un sorriso. Una guida pratica all’amore. Resta tra i miei preferiti fra i volumi di Don Fabrizio.
    Grazie Barbara per la tua bellissima analisi.

    Rispondi
  7. Barbara

    Grazie sempre a voi, per l’attenzione partecipe e perché ogni volta sapete aggiungere l’essenziale.

    Rispondi
  8. M&C

    Grazie Barbara, leggi e scrivi con il cuore, andando in profondità

    Grazie a don Fabrizio che, con le sue parole scritte o pronunciate dall’ambone, ci aiuta ad andare sempre in profondità, a toccare l’anima superando quella superficialità che il mondo spaccia come benessere e civiltà.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *