
Si intitola Il Paese che amo (editore Marsilio) il nuovo romanzo del vercellese Simone Sarasso, , il quale dalla Milano da Bere allo scandalo Tangentopoli, ritrae una nazione senza eroi, dopo Confine di Stato e Settanta, a completare la personale Trilogia sporca dell’Italia. Ljuba Marekovna, Tito Cobra, Andrea Sterling, Salvo Riccadonna detto Dracula, Domenico Incatenato,sono i protagonisti di un libro corale che descrive amaramente uno Stivale frusto, corrotto, malandato che ha, come sfondo, il rampantismo degli yuppies e il malaffare di Stato, tra bombe di mafia e mazzette ad assessori: con i ritmi del Noir, Sarasso ritrae assai efficacemente un’Italia sull’orlo del precipizio, con le mani imbrattate di sangue caldo e le tasche piene di denaro riciclato.
Simone, cosa racconta il tuo nuovo libro?
Il Paese che amo è l’ultimo atto della cronaca immaginifica di quarant’anni dell’Italia deteriore. Un romanzo in cui il Palazzo crolla insieme al sistema dei partiti, si scatena la più sanguinosa guerra di mafia del Novecento e il Tricolore affoga nel buco nero della Storia.
Come mai ha voluto raccontare in una trilogia l’Italia degli ultimi quarant’anni?
Per tenere in vita la memoria: il sangue delle vittime della stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, della Stazione di Bologna, della scorta di Aldo Moro, di Falcone e Borsellino, e di troppi altri innocenti è ancora sul selciato. Non bastano le lacrime e gli occhi chiusi della classe dirigente a cancellarlo. Occorre continuare a raccontare quelle storie a chi non c’era. Per far sì che la fiamma non si spenga.
Cos’ha in più o di diverso il romanzo storico (che tu pratichi anche nei periodi più antichi)?
Storia antica e storia contemporanea non sono così diverse, specie se si va alla caccia del lato oscuro del potere. Ho scritto della sanguinosa ascesa di Costantino il Grande con la stessa verve con la quale mi sono occupato della scalata al Paese del Segretario del Partito Socialista Italiano negli anni Ottanta e Novanta.
È chiaro che, maggiore è la distanza temporale, più disincantato è il giudizio.
Tra i nove romanzi che hai pubblicato ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Per ogni scrittore, come per ogni padre, l’ultimo nato (specie se è appena nato) è sempre speciale. Il Paese che amo, poi, è il coronamento di quasi dieci anni di lavoro forsennato. Impossibile non essergli affezionato.
Dopo tutti questi libri, sai quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare uno scrittore?
Urgenza civile da un lato. E incoscienza dall’altro. Come tutti gli scrittori, nasco lettore: affamato, voracissimo, insaziabile. Da sempre appassionato di storia contemporanea, ho studiato per anni, prima di accingermi a scrivere una sola parola, la cronaca recente del nostro Paese martoriato. Mi sono commosso e infiammato leggendo le testimonianze dei parenti delle vittime delle cosiddette “Stragi di Stato”. E piano piano ho sentito il bisogno di provare a raccontare un’altra versione di quella storia. Quella che la giurisprudenza e la storiografia non possono raccontare.
Ma chi è in realtà Simone Sarasso?
Uno scrittore indaffarato, ossessionato dalle storie e dal proprio Paese.
Ma cos’è per te ‘scrivere’?
Una maledetta patologia incurabile. Sono drogato di storie.
Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla letteratura?
Rabbia, gioia, allegria, giustizia, rivalsa, incoscienza, cura.
Il libro della tua vita, ossia quello che ti ha aperto un mondo?
Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco.
E tra i romanzi che ami quale porteresti sull’isola deserta? Dimmene due o tre…
Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo, Q di Luther Blisset e American Tabloid di James Ellroy.
Quali sono stati i tuoi maestri nella narrativa, nella cultura, nella vita?
Giancarlo De Cataldo, il mio Maestro con la M maiuscola; Jacopo De Michelis, l’editor che tutti mi invidiano; Ugo Perone e Lionello Ingrao, gli insegnanti migliori che si possa desiderare d’incontrare.
E gli scrittori italiani ti hanno maggiormente influenzato?
Non per ripetermi, ma sono costretto a citare di nuovo Giancarlo De Cataldo. Insieme a Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri, Carlo Lucarelli, Giuseppe Genna, Alessandro Bertante, Massimo Carlotto, Gianni Biondillo e il collettivo Wu Ming. Senza i loro libri, lo dico ogni volta che me lo chiedono, di sicuro non esisterebbero i miei.
Qual è per te il momento più bello nell’attività di scrittore?
Quando la scaletta del romanzo è pronta, le ricerche concluse e ogni tassello della storia al suo posto. Quando davanti agli occhi ho soltanto il canovaccio della scena che devo scrivere e le dita non vedono l’ora di pigiare sui tasti. Quello è il momento migliore.
Come vedi la situazione della cultura in Italia?
Il Paese è alla deriva ma, nonostante la brutta aria che tira, negli ultimi quindici anni è nata una generazione (uso il termine in senso trasversale, con riferimento alla contemporaneità, non all’età anagrafica) di scrittori che non ha eguali in Europa.
Tragedia o commedia (o altro) la politica italiana odierna?
Ripeto: Il Paese che amo è alla deriva.
Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Un dittico di romanzi storici per Rizzoli e una nuova trilogia noir per Marsilio.
