
Il premio George Brassens del Festival di Poesia Civile va quest’anno al cantautore e scrittore Ennio Rega, sessant’anni, da Roccadaspide, autore di quattro dischi – Due passi nell’anima del sorcio (1994), Concerie (2004), Lo scatto tattile (2007), Arrivederci Italia (2011) – tra musica e letteratura.
Così, a bruciapelo chi è Ennio Rega ?
Un uomo dalle più appartenenze: un medioevo del Cilento trapiantato nella Roma del boom economico anni 60. Un anarchico, una “Persona” per bene. Un artista visionario.
Contento di ricevere un premio George Brassens?
Si tratta di un riconoscimento importante poiché sceglie tra i migliori cantautori italiani. E’ palesemente un Premio lontano da certe logiche mafiose: legami obbligatori con case discografiche ed altro genere di scambi e complotti.
Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?
Mah… partiamo dal dna, dalla felicità di Maddalena, mia madre, nei mesi di gravidanza prima che io nascessi, dell’overdose di ninnananne e melodie di cui ho parlato nel brano “Maddalena canterina”, brano in scaletta nel concerto dell’8 a Vercelli. Poi un giorno alla giostre del paese natio su una montagna di creta, scoprii il rock and roll nostrano, e poi a Roma ad 11 anni Paul Anka a 14 Demetrio Stratos , fino ad appassionarmi al rhythm and blues, ad Otis Redding e Ray Charles. Da ragazzo, a dire il vero nemmeno oggi, non mi eccitavano i cantautori. La musica per me veniva prima ecco tutto.
Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista? E in particolare un cantautore? Accetti questa definizione?
Forse è una definizione anacronistica. Sono un cantautore per caso, non ho mai seguito mode del “genere”, ho ascoltato sempre altra musica, poi mi è capitato di prendere una penna e scarabocchiare testi, all’inizio pensando bastasse dire la “verità” ma poi nel tempo scoprii l’importanza della “forma” quindi della “bugia”: un insieme di sentimento e creatività letteraria. Guardavo le cose in modo insolito e mi resi conto di avere un talento intimo e segreto per l’”impossibile”. Sono un artista concettuale mancato, uno sperimentatore della forma canzone, che non è solo un modo come un altro per esprimersi. La mia passione per la musica è una folgorazione avuta da bambino proprio su quel campo di creta alle giostre di Roccadaspide. E’ una fortuna che auguro a tutti.
Ma cos’è per te la canzone?
È un punto di arrivo e non di partenza, è un’occasione dell’umano per approssimarsi al meglio dell’umano. Gli autori e poeti delle canzoni classiche napoletane insegnano: Di Giacomo, Bovio, Martucci etc… La musica dell’intero pianeta ha attinto a questo prezioso repertorio. Per contro il festival sanremese è il segno della più deteriore retorica e dell’ignoranza, dovremmo vergognarci di averne fatto una vetrina della musica italiana nel mondo. Questo Paese non rispetta i propri veri grandi talenti musicali, che nel frattempo se ne stanno sui gradini di piazza di Spagna a cantare agli stranieri. Il mercato lo hanno fanno i furbi e con poco talento, asserviti al potere del business televisivo. Da qui anche il crollo dell’industria discografica: la gente non è stupida piange e ride ma sa benissimo dare un voto.
Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla musica?
La musica è infinita, si avventa contro i limiti del linguaggio, è l’etica quindi è l’estetica, di questo aspetto ho parlato nel brano Il più labile dei dati. La musica è una tendenza in cui l’uomo toglie la scienza per fare posto alla fede. Dove non può arrivare la più grande letteratura arriva il conoscere della musica, non c’è parola o verso pensabile adatto a descrivere l’astrazione come un suono. La musica libera e mantiene liberi, garantisce l’integrità alla sfera più intima dell’uomo.
Hai fatto 4 dischi, abbastanza diversi fra loro, ce ne parli uno a uno?
Varietà musicale si ma non di stile letterario che invece ritengo fu chiaro da subito. Il primo album del 1994, presentato in anteprima al Premio Tenco 93 è un lavoro travagliato perché a causa del furto di un brano ad opera di un cantautore furbetto, di cui non faccio il nome, poi diventato popolare, fui costretto a deviare in altri arrangiamenti per camuffare quella invenzione artistica così originale: dovevo evitare che mi si dicesse che fossi io a somigliare a chi rubò il mio esordio, registrato in una cassetta, il titolo del brano-provino era Rerè ed era uno shuffle. A causa di ciò il mio primo disco ebbe un vago sapore pop, genere a me estraneo e quindi mai riproposto nei successivi album. Quelle canzoni erano tra le più belle che io abbia scritto al punto che nei successivi dischi le ho rivisitate. Lucciole, Michelina, Zazzera gialla, Rerè etc… Nel secondo album del 2004 rientrai in carreggiata proponendomi nel genere musicale di mia naturale appartenenza, una sorta di etno/jazz acustico se proprio vogliamo definirlo. Nell’album del 2007 ebbi voglia di sperimentare altre forme e sonorità elettriche, un lavoro più affidato alla cura del dettaglio musicale e del suono. Con Arrivederci Italia pubblicato a settembre 2011 ho fatto apparentemente dietrofront tornando stilisticamente nei pressi di Concerie del 2004, folk/jazz.
In molti brani si avverte una sonorità jazzata; cos’è per te il jazz?
Un linguaggio del suolo, un mistero che si esprime. Io non sono un jazzista, non ho studi approfonditi di jazz, sono un compositore che viene da studi classici. Questo la dice lunga su cos’è il jazz: è diversità, è una direzione verso la negazione della “forma”. Aiuta ad esprimere ogni propria singolare mania e provocazione artistica.
E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta?
Senza offesa (dicono a Napoli), mi piacerebbe naufragare sull’isola deserta con un pianoforte, carta, penne, matite e temperamatite e gomme, scoprire per caso di essere atteso da una bellissima indiana unica abitante del posto. Niente dischi, niente libri solo amore, pesca e musica.
Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?
Chopin, Pasolini, Bukowski, il primo un poeta, il secondo una mente lucida e spiazzante, sempre controcorrente, il terzo talmente bugiardo da essere il più vero di tutti.
E i cantautori che ti hanno maggiormente influenzato?
Non ho dischi di cantautori, tranne un paio, il fatto può sembrare controverso ma io non voglio fare, io sono mio malgrado. Sono uno spirito libero formatomi musicalmente negli anni 70 suonando progressive. Penso però che oggettivamente ci sia un piccolo numero di cantautori su cui si può essere tutti d’accordo e da cui indirettamente potrei aver subito una qualche influenza: De Andrè per capacità di sintesi e straordinaria vocalità: un Murolo della canzone d’autore, unico. Paolo Conte per quella sua capacità di spiazzare soprattutto nei testi, e poi Ciampi, Tenco, Lauzi, Bindi, ma anche Fossati, Battiato. Tutti questi cantautori italiani hanno una carta in più. Se mi chiedi in chi dei grandi nomi italiani mi riconosco come personalità ti dirò Tenco, Ciampi… mamma mia come sono antico! E se questi fossero stati al loro tempo davvero molto avanti?
Qual è per te il momento più bello della tua carriera?
L’ho detto altre volte sono uno che non ama crogiolarsi nei complimenti altrui, anzi rifuggo la routine di attore in compagnia di giro, tuttavia il mio più bel ricordo è quello di due metallari ventenni che, dopo un mio concerto, vennero a complimentarsi visibilmente emozionati, avevano percepito provocazione, parole e musica fatte per scandalizzare benpensanti ipocriti e furbi… avevano percepito una rabbia, guarda caso, vicina a quella di Brassens.
Come vedi la situazione della musica e più in generale della cultura in Italia?
Abbiamo un problema di comunicazione con le nuove generazioni.
Non si è ben capito fino a che punto siano privi di valori e principi, e fino a che punto si sia noi prepotenti impositori di altri modelli a noi cari. L’arte e la musica e la cultura in Italia arrancano dietro l’idea pratica di una globalizzazione, di un livellamento: sparite le tradizioni popolari non saremo più neanche un popolo. In questi anni sparisce sotto i nostri occhi gradualmente e lentamente tutto il bagaglio umanistico patrimonio della grandezza dell’uomo. Resta la plastica. Noi artisti e saltimbanchi dobbiamo interpretare il caos e cercare alternative al pantano in cui affoga la cultura di questo Paese.
Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Ho proposto quest’anno uno spettacolo teatrale da me scritto e diretto Arrivederci Italia, messinscena di un forestiero in patria debuttato a Roma e Napoli, continuerò a presentarlo in giro, e poi sono alle prese con la pre-produzione del mio album n° 5. Continuo a nuotare controcorrente! Nell’Italia di concorsi canori per giovani cantautori, finalizzati al business di organizzatori mediante i finanziamenti, illudendo un gran numero di ragazzi spesso privi di una vera ragione per essere lì, esiste un piccolo gruppo di artisti, di cui faccio parte, non più giovanissimi, che resistono, attanagliati da un forte sentimento di solitudine tra la meschinità e la cattiveria di un mondo con la bocca piena di amore e cuore.
