
Si potrebbe forse dire che per Fabrizio Centofanti, prete della diocesi di Roma dal 1996, la letteratura sia un po’ “l’altra vocazione”, sia come studioso di poesia e narrativa del Novecento (ha pubblicato un volume su Clemente Rebora e un altro su Italo Calvino) sia come narratore in proprio. Ora esce un suo volume intitolato Salva L’Anima (prefazione di Giuseppe Panella). Difficile inquadrare in un genere preciso i brevi capitoli che lo compongono. A inizio lettura potrebbero sembrare racconti, ma poi ci si accorge che prevale la riflessione, la meditazione, l’auto-interrogazione dell’io-narrante. I diversi testi si richiamano spesso l’un l’altro, quasi a costituire un romanzo vero e proprio. Con un narratore protagonista che fa il parroco in una chiesa della periferia romana, assediata dalla marginalità e dal degrado. Ma a essere “assediati” si sentono soprattutto certi parrocchiani, che fanno fatica a comprendere e a declinare nella vita quotidiana il Vangelo dell’accoglienza e dell’amore per i più poveri. Certo, i poveri disturbano, possono essere non perfettamente educati, ci può essere qualche ubriaco. I rom che chiedono l’elemosina sul sagrato della parrocchia danno fastidio ai benpensanti ligi alle funzioni domenicali, ma poco propensi a vedere il volto di Gesù in quello dei fratelli più bisognosi. Le lamentele arrivano al vicario vescovile e non mancano i richiami al sacerdote, che a volte trova difficile riconoscersi in quella che comunque continua a vedere come la “sua” Chiesa: “Penso che la Chiesa sono io: se cambio io, può cambiare anche la Chiesa. Se io ci credo, ci crede anche la Chiesa. Se rinuncio al potere, ci rinuncia anche la Chiesa”. Perciò, nonostante le difficoltà, lui rimane fedele alla propria missione, vivendola sempre più come servizio. Anche per i nomadi del campo vicino alla parrocchia, ai quali riesce a parlare della misericordia di Dio: Dragan, Lela, Ludmilla, il piccolo Lubisa. Intanto un’amica lotta per la vita in un reparto di terapia intensiva: un altro “scandalo” difficile da accettare. E’, ancora una volta, lo scandalo della Croce, che si ripresenta ogni volta che ci troviamo a fare i conti col mistero della sofferenza e della morte. “E’ per questo che intitoli il romanzo Salva L’Anima? Perché, pensando a una Chiesa insidiata dalle sirene del potere, tieni d’occhio l’insidia più sottile di una malattia evocata dalle tre maiuscole? SLA: hai visto l’amico cedere giorno dopo giorno, cominciare a cadere nei momenti più impensati, il venerdì santo, durante l’adorazione della croce, e chiedersi perché, e nessuno che sapesse dargli una risposta”. In questa meditazione spirituale si comprende il significato dell’esercizio letterario di don Centofanti. Del resto ogni sacerdote è un catalizzatore di storie: basterebbe raccoglierle e raccontarle. Qui, però, c’è anche uno stile molto personale che fa la scrittura.
Fabrizio Centofanti, Salva L’Anima, Effatà, pp. 190, euro 13.
[pubblicato su “Avvenire”, giovedì 7 novembre 2013]

Fabrizio Centofanti non scrive per il piacere di scrivere o per creare opere letterarie, ma per trasmettere ciò che costituisce la sostanza e lo scopo della sua vita: essere sacerdote .