Così, a bruciapelo chi è Carla Crosio?
Nessuno! Credimi, in questo mondo fatto di protagonismo, di ipocrisia che sembra ormai permeare tutti noi umani, di comunicazione del niente, di trame, di confusione.
No, non so chi sono, o meglio, conosco benissimo il mio dentro ma non voglio raccontartelo proprio tutto.
Un pentolone pieno zeppo di ingredienti che uso per concretizzare “ricette” che invento.
Una viaggiatrice oltre gli occhi, su fino al pensiero, giù nell’anima del mondo. Tutti su questa terra siamo viaggiatori.
Una confusione di contraddizioni e nessuna certezza.
Posso dirti chi non sono: san Francesco, vorrei ma non sono; non ho la mente innovativa geniale di Marcel Duchamp e non sono nemmeno quel pazzo furioso di Picasso… non ho quella meravigliosa lucida pazzia, quel sapere e quel troppo dolore che ci vogliono per costruire un capolavoro come Guernica.
Mi racconti ora il primo ricordo che hai dell’arte?
È una domanda classica. Si comincia con quand’ero giovane…
L’arte ci accompagna continuamente, non la incontriamo, siamo fatti anche di Lei.
Ti racconto un episodio che non la riguarda da vicino ma che mi è caro, diciamo una giovanile folgorazione. Un episodio che la dice lunga di quanto possa influire l’estetica nella vita di tutti. Mio padre aveva una ditta di autoservizi da turismo, con i quali, tra gli altri lavori, portava orgogliosamente la Pro Vercelli in trasferta. Un giorno comprò un mezzo usato ma di un colore che proprio non riusciva ad accettare. Bene. Si chiuse in officina con il pullman per una notte ed un giorno… Ne uscirono entrambi colorati diversamente e tecnicamente perfetti!. Non è stato un incontro con l’arte ma ai miei occhi di bambina certamente una dimostrazione di grande professionalità!
Credo di aver ereditato la stessa sua testa e mi accontento di come sono anche se in certi giorni vorrei semplificarmi!
Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un’artista?
Non ci sono motivi a tavolino.
È una strada che hai dentro o meglio di fronte a te.
È larga, silente, accogliente, invitante, rassicurante, come dirle no?
E così passeggi in lei, ti aiuta passo dopo passo, a riflettere, a dire ciò che pensi. E più vivi più ti rendi conto che è l’unica via possibile, l’unica cosa che sai fare nella vita.
E in particolare come ti definiresti: scultrice? performer? o altro?
Fare arte oggi significa per me aprire gli occhi sul mondo, essergli testimone, guardarlo per capire, per farne memoria, guardarlo per tramandare al domani le molte sue inquietudini, le poche serenità e le nulle certezze.
Lavoro con una tavolozza che porta i suoi colori, i suoi profumi le sue rocce, il rumore del suo vento, la gente che lo cammina. Così nascono cose a volte sottili ed impercettibili, altre rumorose, altre ripetute come una preghiera, altre enormi perché la terra è grande e se devi raccontarla non basta un piccolo spazio.
Ma cos’è per te l’arte?
Compagna di viaggio. Brutta bestia che non ti molla, non ti consente ne tregua ne sconti. Ottimo prodotto per l’insonnia, tisana che ti concilia i pensieri.
Arte è il senso in più che tutti hanno dentro al proprio DNA. Si tratta di rallentare, fermarsi, attivarlo e stare ad ascoltare: per qualche privilegiato è un’azione automatica, spontanea quanto il respiro o il battito del cuore.
E per quanto riguarda la sua funzione è sicuramente quella di informare facendo evadere e sognare e immaginare e spaventare. Prevedere ed avvisare per supplire a mancanze di genere vario.
L’arte bisogna cercarla, guardarla, respirarla, ascoltarla, viverla senza riserva, diciamo a scudo abbassato e allora succede la meraviglia, lei ti stordisce lei ti incanta come le Sirene…ma attento è un gioco pericoloso!
Naturalmente mi riferisco alla grande arte quella di qualità non certo a quella di moda.
Purtroppo, prodotti di arte vera, di pensiero, creati trent’anni prima, vengono usati oggi in modo seriale da aziende che ne costruiscono derivati per la massa inconsapevole snaturandone concetti e finalità.
L’ Arte ti costringe a fermarti per riflettere su molti temi e questo esula dal “nulla” comodo e sicuro, porsi interrogativi e cercare risposte produce angoscia. Meglio evitare.
Invece, bisogna ascoltare il mondo, “vederlo” per aiutarlo a girare.
Leo Longanesi disse “ l’ Arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati” Feroce vero? Ho paura!
Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla tua arte?
Vivo e direi che quotidianamente incrocio fatti di cronaca, personaggi, pochezze, mancanze, anche mie naturalmente, che sono ormai, ai miei occhi, di gran lunga maggiori delle cose positive…
E così, per raccontare, per esorcizzare, uso spesso materiale già morto, rottami, scarti di questa nostra società perché ho folle pretesa di ridar loro energia e vita e dignità attraverso operazioni concrete frutto di spiritualità ed onestà intellettuale al limite del mio deficitario sapere. Opere prima intime, private, poi, forse, per tutti. Forse, perché ho fatto lavori che non ho intenzione di condividere. Sono miei e basta.
Per me la bellezza non è più fine a se stessa, un valore canonico collaudato, la bellezza non è un valore estetico ma etico. Così si dovrebbero leggere i miei brutti e crudi lavori.
Sono consapevole di appartenere ad una razza a parte che si sta velocemente estinguendo nel senso che gli artisti che fanno ricerca oggi sono scomodi. La società è sempre meno intenzionata ad avvalersi dei prodotti che l’arte di ricerca offre, per intenderci quella che non andrà mai d’accordo con la tappezzeria. L’arte ti costringe a fermarti per riflettere e questo esula dal “nulla” precostruito, “nulla” servito da menti altre comodo e sicuro.
Si tratta di opporsi al superficiale, all’ovvio, al banale, al prevedibile e scoprire che c’è sempre un altro pensiero, una identità scelta e non subita, una possibilità di cambiare la realtà della quale non ci vogliamo fare carico in quanto non ci appartiene affatto. Si tratta di affidare all’arte possibilità di cambiamento, presagio di futuro: ci vuole professionalità e coraggio sensibile. Arte ci fornisce la forza d’animo di cambiare quello che siamo. Evoluzione o involuzione questo si vedrà.
Stai certo che con arte e cultura in corpo non hai paura del buio. Ma tu, con il mestiere che fai, lo sai già molto bene.
Su questo argomento molto ci ha insegnato Francesca Alfano Miglietti.
Tra i lavori che hai realizzato ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionata?
Mi è molto difficile scegliere perché ciascuno dei miei lavori rispecchia stati d’animo, momenti facili o difficili che ho risolto lavorando nel mio studio costruendo risposte ai bisogni dell’anima. Miei.
Sicuramente “la buona strada” il monumento alla vita di un sacerdote che amava l’arte contemporanea e non solo, nel quale ho ritrovato un padre che ho perso prematuramente quando avevo 13 anni.
Si, il mio lavoro del cuore è questo. Devo un forte grazie ad Andrea Corsaro, sindaco della nostra città, per avere dato a Vercelli, tramite me, questo ricordo, questo omaggio di tutti noi al grande uomo di fede che era don.
Quali sono stati i tuoi maestri nella cultura, nella vita?
Parto sicuramente dai miei docenti dell’Accademia Albertina di Torino. Senza dubbio.
Da loro ho assorbito come una spugna tutto quello che hanno saputo trasmettere, ognuno di loro mi ha illuminata su problematiche differenti. Osservare la loro vita, decifrare il loro sentire l’arte in maniera discordante, mi ha insegnato a vivere i miei primi passi in modo consapevole. Che nessuno osi in presenza mia screditare la vecchia signora Accademia. Attraversare i suoi cortili, le sue aule dense di fascino antico e presenza tecnologica, respirare la sua polverosa storia mista all’odore acre dei colori è per me fonte di grande serenità.
I casini, che peraltro ci sono ormai in tutte le amministrazioni, ovunque, le cose che non vanno, i bilanci e le porcherie mafiose non sono l’essenza di cui parlo, quelle sono parto di omuncoli facilmente superabili… La vecchia Signora è solida! La vecchia Signora guarda lontano aspettando giovani amanti!
E gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?
Credo di essere testimone, di aver ereditato tutta la grande storia dell’arte che mi ha preceduta con i suoi grandi maestri.
Credo di avere il dovere di farne quotidiana memoria e di aggiungere un piccolo microscopico personale tassello contemporaneo.
La storia mi spazzerà via, sicuramente, ma sono comunque contenta di aver fatto il mio dovere di testimone attiva, attenta e rispettosa di questo universale pregresso bagaglio di sentimenti di abilità e bellezza.
Per meglio risponderti: Louise Borgeois che, lasciata la famiglia ormai cresciuta, se ne va per raccontare, come in un canto, la sua paura e la sua ansia, con sculture a volte forti come il ferro o il marmo a volte cucite e ricamate ma solo apparentemente fragili.
Orlan, che, ostinatamente, attraverso operazioni chirurgiche che affronta sveglia leggendo poesie, cambia il proprio volto e chiede al governo francese, circondata dai migliori avvocati del pianeta, un passaporto universale, nomade.
Shirin Neshat, iraniana, che, con i suoi video forti, girati con una cinepresa nascosta sotto ad un chador, testimonia crudeltà per aiutare le donne del suo paese a togliere, volendolo, gli abiti della schiavitù. Ammiro la sua la sua forza interiore, il suo vivere in prima linea.
Kiki Smit, che scolpisce il dolore della sorella che sta morendo di aids, mostrando al mondo intero , col suo lavoro duro, senza sconti, fatto con corpi piangenti dai propri orifizi, con silenzi e occhi duri, cos’è veramente la spietatezza di quel virus.
Marina Abramovic che dice di essere lo specchio nel quale gli altri mettono la loro vita, ci credo, mi sono ritrovata, dopo la morte di mia madre, a compiere lo stesso percorso performativo che ha compiuto durante una biennale; pulire ossa; lei quelle del mondo, io le mie, per ricominciare! Soltanto alla fine, guardando “angela” mi sono resa conto di aver fatto veramente uno dei tanti percorsi che Abramovic ha tracciato.
Donne stupende forti e determinate che non hanno paura di dirti l’indicibile. Raccontano i propri profondi percorsi spirituali concretati in materia, in quella sostanza organica che è dell’anima.
Qual è per te il momento più bello della tua carriera?
Ti prego non parlare di carriera in Arte, sostituiamo con cammino.
Ancora una volta mi chiedi di compiere delle scelte.
Il fiume scorre liscio e spesso la sua corrente è compagna di viaggio di cose che galleggiano in lei, cose a volte scomode e pesanti da trascinare, a volte dolci, trasparenti e impercettibilmente leggere.
Sono molti i momenti belli che Arte mi ha regalato.
Ognuno di essi magico e speciale. La “via della croce” al Molin Camillo di Masserano voluta da don Luigi Longhi, che ho curato con Marco Rosci, mi ha coinvolta emotivamente molto, la mia prima biennale di Venezia, i Simposi internazionali di scultura in giro per il mondo dall’America alla Finlandia per scolpire il legno, al Circolo Polare Artico per scolpire ghiaccio e neve, ai paesi dell’Est a scolpire la pietra, ai Simposi di Carrara per lavorare il marmo. Tutto una meraviglia, un turbinio di difficoltà e di gioie, di incontri che non si dimenticano. A proposito di incontri in Lapponia ho lavorato anche con uno scultore balinese, vestito con comodi jeans, a Bali, in vacanza, l’ho cercato e rivisto in abiti tradizionali appena uscito da un tempio. Storie di vita molto intense, amicizie che non si disperdono nei chilometri.
La magia di Arte è anche questa.
Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Non so vivere senza traguardi da raggiungere.
Per StudioDieci molti e tutti internazionali. Se lo Studio riesce a sopravvivere, scusa se lo ripeto.
Ho progetti personali che sono derivati dalla biennale di Firenze
Progetti turchi, progetti di biennale di arte sacra…
Entro Giugno, molto in ritardo con l’impegno preso, conto di rispettare l’ultima promessa che feci a Don Luigi Longhi. Dopo la “Via della Croce” , sto curando al Molin Camillo una sorta di “Via del Paradiso”, una “strada di vita” con installazioni di artisti contemporanei e altre belle storie di alberi d’arte nei boschi. Inaugurazione della prima tappa nel giorno di san Luigi. Questo a Don piacerà molto!
Ed ancora tre, il primo, decisamente importante, è che, se tutto andrà come deve andare, selezionata da un critico, esporrò un mio lavoro al fianco di un quadro di un gigante della storia moderna. Ho detto di fianco … non con; so lucidamente stare al mio posto senza ambigui fraintendimenti. Attendo l’ok scritto poi ti dirò.
Il secondo, sarà ricostruire, riprogettandola, con la curatela di Rolando Bellini, la grande installazione che ho presentato nella chiesa di santa Chiara a Vercelli nel maggio 2012 a palazzo Branda di Castiglione Olona in provincia di Varese. Sarà un dialogo forte e nel medesimo tempo una simbiosi con i mobili e le suppellettili, gli ambienti appartenuti al Cardinal Branda che lì ha vissuto nel ‘400.
Il terzo, più intimo, è un progetto espositivo, una mostra personale che ha per titolo guida “futuro anteriore”. Sto costruendo 30 teche di vetro trasparente ermeticamente chiuse che contengono altrettante mie considerazioni sui tempi che verranno.
Si certo come Nostradamus, san Giovanni, e la Cartomante di via Fiori Oscuri a Milano.

