Scheggia I
Sforbicio nell’aria.
L’altalena mi spinge sempre più in alto, fin quasi a sfiorare le foglie verdi che incorniciano il cielo con le punte delle scarpe. Salgo, scendo, irrompo nell’Uno della luce d’estate. Staccandomi dal sellino mi protendo verso il mondo prima di essere risucchiata indietro, nelle voci senza tempo dei bambini. Le mani di mia madre mi accordano al movimento gassoso delle nuvole. In piedi dietro di me mi riceve dall’aria e mi riaccompagna nell’evanescenza. Mi tocca sempre nello stesso punto della spalla per consegnarmi a diverse altezze di cielo. Mi parla, mi avvolge libera nel giro dell’altalena filtrato di sole, polvere sterrata, chiome di alberi, giochi di bambini.
Oscillando, l’altalena divide il mondo a metà. Mia madre mi spinge sopra la linea del reale, in un intervallo di felicità. Mi lancia fuori come una risata e m’inspira insieme a tutta la volatile bellezza di quel pomeriggio.
Scivolando nel vuoto dipinto di mondo, risuono nell’aria, non vorrei smettere mai. Ma l’incanto dei miei cinque anni sta per essere ucciso, la sensazione di bene perpetuo sta svanendo.
Succede qualcosa dietro di me, che non posso vedere ma sento, come uno svenimento del cielo, un’assenza nell’armonia, uno strappo nella banda di fisarmonica dei nostri corpi, tra le mani calde di mia madre e la schiena che offro curva al vento.
Negli specchi dell’estate puntati su di noi mi ritrovo da sola, l’altalena che rallenta e l’anima che casca in una paura sotterranea inconsolabile.
Non è più mia madre a spingere l’altalena. È mio padre a spingere lei, a strattonarla, a sbatterla con tutta la sua forza contro la grande gabbia degli uccelli del parco giochi che negli impatti della rete metallica cominciano a svolazzare tra i rami levando grida e rovesciando le ciotole dell’acqua, in un unico grande movimento confuso e disperato in cui trema la mia realtà.
Lo sento urlare che ci ha cercate dappertutto, che doveva avvertirlo che eravamo scese di sotto, che è una donna di merda, che gliela farà pagare e altre cose che mi imprigionano in una nebbia della mente, in una dimensione di perfetto isolamento. Sento mia madre cercare di ripararsi la faccia dai colpi, respirare contro la maglietta nel buio in cui ha chiuso la testa tra le mani, accasciarsi verso la rete nello starnazzare nevrotico degli uccelli, più in trappola di loro.
Dura pochi minuti ma la ricorderò per sempre come le altre scene in cui una violenza cieca piombava su mia madre e la lasciava per terra in uno spiraglio di palpebre. Sento accorrere persone sulla sua posizione di bulbo chiuso mentre mio padre si allontana sputando.
La sento stordita tentare di rialzarsi, rifiutare un’ambulanza, un bicchiere d’acqua, una telefonata alla polizia mentre mi cerca con gli occhi sporchi di paura, le ossa da latte e il cuore che rimbomba. Mi chiama, vuole scomparire da lì con me, ma non riesco a girarmi, neanche con la voce. L’altalena si è fermata. Il battito si è spezzato. Il tempo è stato ferito. Le foglie dell’albero sono irraggiungibili. L’aria non può più fare il solletico, l’aria mi fa male. Mia madre mi raggiunge, mi tocca la spalla come un fantasma. Siamo due cose morte senza più profumo. Lascio ad altri il posto in altalena. Cammino dentro alle vibrazioni di silenzio puro di mia madre con la maglia abbottonata storta. So che la moglie che muore dentro di lei si sta chiedendo cosa è giusto. So che la donna che è ancora viva è un animale ferito, che vorrebbe addormentare la sua vita senza lasciare la mia mano.
Mentre ascolto i fruscii degli alberi imbattersi nelle vie secondarie del pensiero la nostra solitudine risplende come un diamante nella sera.
Ormai lontanissima vedo gli altri bambini imparare a volare.
Scheggia II
Mi trema la mano ma non devo sbavare.
Voglio bordi perfetti di rossetto profondo ad alta risoluzione di pixel da accostare ai miei denti bianchi.
Voglio labbra con cui mimare il vortice veloce della vita e della musica, lasciare tracce ipnotiche sul bicchiere, sembrare un colore deciso, più grande dei miei 16 anni.
Siamo elettrizzate e spaventate io e Bea. Spruzziamo un profumo sopra l’altro, in una mania pungente e dolciastra, fino a un’essenza millefiori, ma la nostra pelle odora ancora di liceo e diari segreti.
Sfiliamo sottobraccio davanti allo specchio a piedi nudi, ci alziamo i capelli, ci scambiamo i vestiti, ci pieghiamo dal ridere dentro alla cabina armadio inclinando le grucce in un abbraccio ubriaco di vita.
E’ Alice nel paese delle meraviglie che vuole avere il suo primo bacio.
Attraverso i muri e le tubature mia madre ci urla di smetterla di fare baccano con quelle vocine a elio.
Ma dopo poco entra in camera, gioca a farmi il solletico e mi trucca le lentiggini.
Quando ci saluta nello spiraglio della porta ha un‘espressione affiorante di ricordi.
Ci raccomanda di non perdere l’ora e di rimanere insieme. Solo all’ultimo, lentissimamente, chiude l’uscio tra i tonfi di marmo dei nostri passi che corrono per le scale e si stende sul mio letto vuoto.
Ci incamminiamo a piedi, superando blocchi di turisti con l’aria di città e l’accento del nord che affollano le bancarelle del lungomare.
Un odore di salsedine, cartocci fritti e arbusti di macchia mediterranea circola nell’aria fino ad avvolgerci sensuale e rotondo.
La nostra esaltazione interiore riposa nell’effetto serra della sera, mentre il mare si squaglia di ombre silenziose.
Il molo riverbera di luci: tutto si sdoppia e tremola in una fugacità serica di sogno.
Noi squittiamo con un presentimento felice, sentendo il rimbombo della musica house sempre più vicino, i sorpassi dei motorini truccati e i fischi in dialetto dei ragazzi dietro di noi.
La discoteca, l’unica da questo lato dell’isola di Vulcano, sembra un grande castello di sabbia preso d’assalto dietro cui la notte e il mare sono diventati la stessa parete.
C’è chi litiga coi buttafuori, chi fuma vicino all’entrata, chi si chiama col telefonino.
Io cerco Antonio.
Per tutta l’estate mi sono incantata a vedere i suoi tuffi dagli scogli.
Era il più coraggioso di tutti: teneva gli occhi aperti ed entrava coi suoi iridi di blu spalancato nello specchio multiforme del mare a nove metri di altezza.
Io piano piano mi sono innamorata di quegli schizzi di blu.
Ogni volta che si lasciava cadere a fuso, toccava il fondo e risaliva tra gli applausi, sgocciolando particelle di luce, iodio e mare. E poi mi guardava.
E io lo guardavo respirare e asciugarsi lentamente nei riflessi del sole, per interi pomeriggi.
Una settimana fa all’improvviso mi si è avvicinato. Ho sentito le sue dita bagnate di oceano toccarmi le spalle scottate a mezzogiorno senza riuscire più a muovermi nell’energia di quegli occhi sicuri.
Mi ha rivolto un mucchio di domande, mi ha fatto ridere, mi ha buttato in acqua e poi seguita tra le onde.
Ha chiuso un po’ di mare e di me tra le sue braccia. Sotto i nostri piedi si sono accarezzati mentre ci tenevano a galla.
Sono restata a mollo tra le correnti fredde e le correnti calde guardandolo togliere bracciate di mare che si infilava tra noi, sospesa su un abisso d’amore.
Bea mi tiene per mano mentre varchiamo la soglia della discoteca e la sua volta di raggi laser, sudore e fumo.
Dentro tanti flash di ragazzi e ragazze adolescenti, schegge dei loro corpi abbronzati che ballano senza sosta, mani che reggono superalcolici con dentro ombrellini di carta, cubiste con i brillantini sui capelli, file per il bagno.
Facciamo il giro intorno alla pista gremita senza poterci appoggiare a nessun divanetto e a nessuno sguardo.
Ci strilliamo nell’orecchio per superare il rumore. Il volume è al massimo, la confusione anche. Continua a entrare gente che si perde tra la gente e ci chiede di spostarci.
La nostra sicurezza comincia a implodere nella timidezza più sfuggente. Cerchiamo un angolo anonimo in cui non sentirci sfidate dalle occhiate delle donne o desiderate senza poesia dagli sconosciuti.
Mi sento arrossire di vulnerabilità. La femminilità che avevo evocato per quel giorno perde l’equilibrio nelle interazioni sfrontate e tra gli sguardi fissi.
Quando sto per sentirmi una stupida che ha giocato a fare la grande finalmente vedo Antonio e il suo gruppo.
M’illumino, do una gomitata trionfante a Bea e il mio sorriso si fa strada tra la folla fino ad arrivargli davanti.
Appena mi scorge mi fa un inchino e mi mette una mano alla vita.
Sento il cuore battermi nel fianco.
M’ingloba al suo petto e mi protegge.
Ritorno una donna invece che una bambina sui trampoli.
Siamo di nuovo confinanti tra le onde, onde umane questa volta, e l’attrazione ci tiene a galla, uniti.
Per un po’ rimaniamo lì dentro, a chiacchierare, a bere, a salutare di sfuggita gente che conosce.
Poi mi sussurra all’orecchio di uscire; vuole farmi conoscere un posto speciale da cui si vedono un’infinità di stelle.
Il mio cuore stravede per lui, siamo immersi in una favola amniotica.
Voglio avvertire Bea, ma mi blocca; mi dice che è una cosa solo nostra, ci accompagnerà Dario in macchina e faremo in un attimo, non se ne accorgerà neanche.
Mi lascio trasportare dalla sua voce, è sotterraneamente calda, come il mare di notte.
Saliamo sulla Punto e ci allontaniamo sgommando via dalle luci e i locali della costa.
Nell’intensità vaniglia dell’arbre magique che dondola dallo specchietto non riesco a pensare a niente, come quando si sogna.
Lungo la notte che scorre sui finestrini del sedile posteriore vedo infiltrazioni di nuvole e l’eco luminosa della discoteca indebolirsi sempre di più.
Antonio parla ad alta voce con Dario, si sdraia completamente sulle mie piccole ginocchia unite e mi bacia la pelle d’oca.
L’auto continua a curvare e a sopraelevarsi sul mare che ondeggia lontano e materno, allucinogeno e tiepido in modo struggente.
Sento onde di pudore attraversarmi il corpo più del piacere.
Penso che da quando ho lasciato Bea tutto ha iniziato ad accadere troppo in fretta, che nel modo di guidare di Dario e in quello di ridere forte di Antonio c’è qualcosa di inquietante che sfugge al mio controllo.
Quando finalmente ci fermiamo su una stradina di ciottoli cicatrizzata nella pineta tutto mi sembra estremamente solo nella perfezione dell’isola e nell’immensità del silenzio.
Mi fa paura.
Con un’improvvisa angoscia addosso che non mi so spiegare cerco gli occhi di Antonio per farmi cullare l’innocenza. Ma li trovo già accanto a quelli di Dario che mi fissano con qualcosa di mostruoso, lordi di sarcasmo e volgarità.
Non voglio credere al panico che si diffonde nella mia mente, non voglio esserne dominata, né darlo a vedere, non è possibile quello che provo e temo.
Cerco di aprire lo sportello con disinvoltura e rimango terrorizzata.
I due hanno già fatto scattare le sicure, mi circondano e cominciano a spartirsi il mio corpo con furia bestiale.
Come se non fossi lì, come se non avessero un’anima.
Cerco di ribellarmi, mi divincolo, urlo un ultrasuono di disperazione, ma Dario mi fa sanguinare il naso con uno schiaffo e mi immobilizza le braccia, mentre Antonio si struscia su di me e mi violenta il cuore.
Sento che sbatte l’inguine duro contro i miei muscoli tremanti; lo sento soffocarmi di dita, di lingua, di penetrazioni meccaniche che distruggono la mia intimità nel vivo.
Mi carica serrando la mascella, mi vibra dentro contro i vetri appannati, infierisce con desiderio di potenza sulla mia contrattura di vergine.
Quando è il turno di Dario mi hanno già tolto tutto.
Giaccio nuda, inanimata, in un punto cieco della vita.
Mentre sento la sua catenina d’oro oscillare compulsivamente sopra i miei capelli mi stupisco che sia possibile morire due volte.
Particelle di stelle vanno alla deriva sopra le nostre teste.
In quell’esodo di luce millenaria, luce vivisezionata, alla fine si stancano, si tirano su la lampo e rimettono in moto.
Non mi toccano e non mi guardano più, ascoltano la radio e parlano di calcio.
Io sono pareti lisce di cubo, straziata da un dolore inculcato in un posto irraggiungibile, dove si sono persi i miei sensi.
Accucciata in un angolo pian piano mi rivesto come se fossi un’estranea nel mio corpo, come la cosa più difficile di tutta la mia vita, con le lacrime che cadono nel vuoto sporco dei sedili.
A due kilometri dal paese mi fanno scendere.
Antonio abbassa il finestrino e mi minaccia. Non devo fiatare o rischio molto di più.
Che penserebbe mia madre? E Bea? Me la sono cercata, l’ho provocato, adesso sono una donna, e che donna, la donna di tutti.
Danno gas e io mi incammino zoppicando verso il centro abitato, i rumori della festa, le voci di massa.
Ogni mio organo sta precipitando nella densità dell’aria mozzandomi il respiro.
Mi sembra impossibile che quella eterna ora di violenza schifosa sia rimasta lassù, nel punto più bello dell’isola, più vicino alle stelle, mentre qui si è continuato a ballare, vomitare e comprare cannoli alle bancarelle .
Il mare bagna la spiaggia a pochi passi da me.
Lo guardo scintillare di promesse come se niente fosse accaduto, nel segreto di un incantesimo che mi è stato stuprato nel cuore.
Scheggia III
Pulviscolo di sole in fuga dal centro della cella.
Particelle d’oro che volteggiano e creano un senso frastagliato di meravigliosa attesa intorno.
Quella forza misteriosa emana dal giorno appena nato.
Un momento di riverbero assoluto che mi fa brulicare le pupille e mi distoglie da un presente di umidità nelle ossa.
I primi raggi proiettano in modo tridimensionale lo spazio che siamo in troppe a dividere.
Il russare sovrapposto delle mie compagne è pieno di incubi e di orgasmi, di sudore e parole incomprensibili, di
natura umana e lenzuola scivolate.
Io, seduta in mutande sul pavimento, accarezzo religiosamente le crepe di anni, scavate ognuna da una goccia di
solitudine.
Gioco con la solita mattonella che traballa, con in mente di farla rimbalzare sul lungo Tevere come un sasso piatto quando tra poche ore uscirò.
Sono passati molti anni dal giorno in cui nella pozza del mio sangue ho trascinato anche lui e ho tagliato il filo della sua vita come quello degli aquiloni.
Il cuore in trappola tra i rovi di costole che lui mi spezzava ogni giorno ricevette una nuova prigione, fatta da lunghi passi isterici che sorvegliano i nostri passi falsi o impossibili, da mille giri di chiave che ci avvitano nel buio numero 334.
I pochi incontri con i parenti rimasti a fianco volano: il tempo ci sfiora e va a spegnersi insieme ai mozziconi di sigarette delle guardie che controllano le nostre emozioni implodere in abbracci condannati e parole a stento.
Qui non abbiamo angeli custodi, solo custodi.
Fin dai primi tempi della reclusione ho imparato a tenere la testa bassa per non infrangere regolamenti, per non vedere in che stato ci si riduce, perché giù c’è più ossigeno per respirare in questa fortezza con poche finestre, in questa convivenza morbosa di occhi senza scelta e di spettri senza morte.
Il mio fiore è lentamente appassito tra gli sputi e le bestemmie della prigione.
Mi è mancato ogni conforto, ogni vizio, ogni piccolo segreto con me stessa.
A tenermi in vita è stata la mia ossessione per il cielo e la sua carovana di nuvole.
Nelle ore d’aria il mio sguardo si tuffava in quella visione aperta per sfuggire alla vita siamese carceraria.
Dal mio abisso personale studiavo ogni evoluzione di quel limbo di ombre e di luci, svagando la mente.
Al ritorno in cella, quel cielo giaceva in me come un’idea platonica e continuava la sua transumanza da est ad ovest di questi angoli repressi.
Perché io? Perché in prigione?
Un giorno mi ero svegliata angelo caduto, vendicatrice dei giochi di coltello tra le mie dita, delle minacce di morte, della sua forza bruta nell’aprirmi le gambe come io avrei voluto fare con le sbarre in cui ho incastrato gli zigomi tutto questo tempo.
Sento la sirena della prigione interrompere la tregua notturna e risvegliare tutte le detenute aggrappate al cuscino. Oggi so che non scivolerò via dall’impulso a dormire e dimenticare solo per abitare un altro giorno ancora queste stanze della distanza.
Questa volta io sfilerò tra l’agghiacciante verità illuminata dai neon oltre il salone comune in cui le mie compagne si spulciano l’esistenza a vicenda, oltre i bagni promiscui di scritte analfabete e di andirivieni indolenti, oltre le zone adibite al lavoro di donne stanche come una guerra dei cent’anni.
Ho scontato la mia pena. Andrò dritta verso l’uscita. In un mondo che forse non mi vuole.
Pochi minuti dopo sono lì a salutare con un cenno del capo e un’ombra di senso di colpa. Le altre che si irrigidiscono nell’addio.
La falena notturna dei miei occhi si allontana sempre più nell’attrazione fatale degli stipiti luminosi dell’ultima porta che mi separa da Roma.
Un secco rumore di metallo scorrevole e sono nel meraviglioso là fuori, con il cuore che sbatte forte contro la sacca di oggetti personali che ho in braccio, sopraffatta dai suoni della capitale, dai colori primari e secondari, dalla vastità dell’orizzonte che regala brividi di spazio.
Stordita, mi abbandono a percorrere i luoghi in cui sono cresciuta: viali alberati che formano ombre cucite a tombolo, grandi fontane, profumi di magnolia, di mercato, di vittoria, vicoli del centro storico cupi di panni fittamente stesi.
Arrivo al negozio di animali dall’odore inconfondibile di segatura in cui m’incantavo a guardare il piccolo forziere d’oro, le caverne e gli altri particolari dei regni acquatici artificiali, mentre le bollicine salivano in superficie e i pesci pagliaccio scomparivano velatamente negli angoli.
Allora non capivo che quelle creature ebbre di visitatori erano state rubate al mare e condannate a un circolo vizioso d’acqua, né che quello spettacolo di armonia muta era pieno di riflessi vigili di paura al passaggio dei miei occhi e delle mie dita contro il vetro.
Ancora non capivo che ubbidire per paura non può essere libertà e che qualsiasi imposizione violenta non sarà mai amore.
Riprendo a girovagare, instancabile, affascinata da ogni incontro casuale, da ogni segmento di conversazione, dalle cianfrusaglie ed i gatti vicino ai cassonetti.
Per ore e ore continuo a rientrare nel labirinto di vie che inavvertitamente mi espelle sovrappensiero in qualche corso principale pieno di catene di negozi.
Camminare in questo nodo di città familiare, tra un cinema demolito e una panetteria del ghetto significa rievocare i ricordi imbruniti della mia giovinezza, tutti i week-ends in cui dalla periferia degradata sfrecciavamo alla conquista del cuore di Roma in due su un motorino.
Alla fine mi faccio coraggio. Prendo la metro per raggiungere il mio vecchio quartiere, linea A, direzione “Battistini” poi su via Lucio Sestio troverò la fermata del 558 che mi porterà da mia sorella.
Fermata dopo fermata salgono tutte le nazionalità, tutte le lingue, tutte le deformazioni professionali del mondo.
Il mio volto insieme al paesaggio scorre sui finestrini cento volte, come in una slot machine.
Il mio corpo dondola tra gli scambi della metropolitana mentre la luce si allunga come una spada laser dietro i palazzi.
Non ho forza di gravità. Non ho forza.
La gente non si accorge di me.
Esattamente come prima, quando sotto il cappotto nascondevo le fratture multiple, le ferite cicatrizzate male, quelle che non guariranno mai, quelle sfaccettate come la lama del coltello.
La gente non capisce la differenza, che questa volta sono felice, illuminata dall’interno, che lo sguardo non è più intrappolato da mio marito in fotografie tagliate della vita.
Il mio destino è stato quello di chi nasce alla periferia della vita, nei borghi rurali in via di urbanizzazione addossati al Forte Prenestino.
Cento Celle.
Il nome del mio quartiere difficile, l’odiosa promessa di un’esistenza prigioniera della miseria, di una catena di errori in cui la fede nuziale diventò l’anello debole e la giustizia carceraria il potere forte.
Non ricordo quando è cominciata, come il nostro matrimonio di ragazzi in posa sorridente davanti al Colosseo è diventato una caccia quotidiana alla donna e la nostra casa arredata Ikea una dimora senza ospiti e con troppi spigoli contro cui poter sbattermi la testa.
Per anni ho sentito l’adagio della sua rabbia costante raggiungere un culmine e inseguirmi all’improvviso mentre cambiavo stanza.
Per anni avevo davanti la sua espressione di potenza divertita nel chiudermi le vie dall’altra parte del tavolo.
Per anni la sassaiola delle sue mani non ha risparmiato colpo su colpo e la sua presa sicura mi ha impugnata dalle vene per scagliarmi ovunque.
Poi è arrivato quel giorno, quel giorno in cui qualcosa in me, di troppo a lungo brutalizzato, di troppo a lungo ignorato dai vicini in ascolto, ha deciso di farsi giustizia da solo.
Con lo sguardo ancora supplichevole ma orfano di speranza pugnalai il suo sonno, deviai il suo sangue e il corso della mia vita.
Delle nocche spezzate, dei sorrisi sfigurati, della Idra formata dai nostri corpi intrecciati nella prepotenza del suo desiderio
non è rimasta che una scia di denunce ritirate, di camuffamenti, di silenzi, di ricoveri in ospedale.
Ma la consapevolezza di quella manciata di secondi in cui sono diventata io l’aguzzino rimarrà con me per sempre.
Da quando ho lasciato la prigione tengo chiuso nel pugno il solito pezzo rotto di mattonella, la prima cosa che avvistavo risvegliandomi nei contorni surreali del mio letto di carcerata.
Entrambe questa sera manchiamo dal pavimento della cella.
Continuo a stringerla tra le mani, uno dei pezzi in cui è andata in pezzi la mia vita, il perno attorno a cui osservavo la luce ruotare nella conta dei giorni che mi avrebbero reso di nuovo libera.
E sento che quella mattonella può diventare una tessera di vita nuova nel grande mosaico del mio tempo sulla terra.
Ed è la prima volta, dopo tanto, che in una semplice nicchia di presente posso piangere di gioia.


Incantata incatenata fino all’ultima riga da questi racconti di vita emozionanti, in stupenda prosa. Complimenti!