Un tempo, quando avevo tempo per queste cose, me ne andavo a leggere in un parco cittadino sufficientemente tranquillo e silenzioso. Un giorno che stavo appunto leggendo (un poeta, qui non importa quale) su una panchina, la sola occupata da me fra molte deserte, comparve un uomo e mi si sedette accanto. Era un barbone, peraltro dall’aspetto abbastanza pulito e in ordine, come appurai sbirciandolo con la coda dell’occhio, anche se non mandava un buon odore. Sedeva dritto, guardando avanti, come se non mi avesse visto, come se io non esistessi. Trascorsero alcuni minuti di silenzio durante i quali cercai di proseguire la lettura. Alla fine l’uomo, sempre guardando avanti, sempre all’apparenza ignorandomi, aprì la bocca e incominciò a parlare:
“Un tempo, quando avevo tempo per queste cose, credevo che la poesia fosse come uno strano oggetto comparso in una stanza chiusa a chiave, o come un animale selvatico venuto d’un tratto a sfrecciare in mezzo alle macchine della città. E non si poteva far altro che parlare della stranezza di quell’oggetto, degli zigzag dell’animale, della loro comparsa improvvisa. Oppure che fosse come un passante che borbottava o berciava frasi incomprensibili, frasi che si era obbligati a ripetere, magari cercando di dar loro un senso qualsiasi, senza però poterne chiedere nulla a chi le aveva pronunciate, che nel frattempo era già lontano”.
A quel punto si girò verso di me e con un sorrisetto mi chiese:
“E tu che ne dici, ragazzo?”.
Guardandolo a mia volta gli restituii il sorrisetto e risposi:
“Massì, è come dice lei. La poesia può essere proprio le cose di cui parla lei. Entrambe le cose.
Tuttavia, non credo che questa risposta le possa bastare. E comunque, ormai, non basta a me.
Senta. Lei, qualche minuto fa, quando è venuto a sedermisi accanto mentre avrebbe potuto scegliere fra una quantità di panchine vuote, mi ha disturbato, per dirla tutta mi ha dato davvero fastidio. Ma poi mi ha posto una domanda impegnativa che mi ha ridestato in cuore delle risposte che per mettersi in moto aspettavano soltanto l’alba e qualcuno che l’annunciasse. E adesso vorrei che lei non se ne andasse più via, e che noi due restassimo qui per sempre.
Ecco. A naso le dico che questo è poesia, noi due seduti qui che ci guardiamo e ci parliamo dai nostri lunghi silenzi. Incontro di domande e di risposte, serbate a lungo e sgorgate nel loro momento. Incontro. Questo incontro. Che forse è anche molto altro, che non oso dire”.
Ed a quel punto infatti tacqui, ed entrambi tacemmo per un tratto, entrambi guardando avanti, ma sentendo ognuno con la stessa intensità, ne ero e ne sono sicuro, la presenza dell’altro.
Poi l’uomo mi chiese se avessi da fumare e alla mia risposta negativa disse ridendo che da uno come me se l’aspettava. Quindi, dopo avermi dato una lieve stretta al braccio, mi augurò la buona giornata, si alzò e se ne andò.
Lo seguii con lo sguardo, e quando alla svolta scomparve dietro a una siepe, riaprii il mio libro con l’intento di riprendere la lettura; ma non ci riuscii. Rimasi lì seduto fino all’ora della chiusura senza far altro che ascoltare le voci dell’aria e del sole al tramonto, cercando persino, un paio di volte, di dir loro la mia.

davvero un bel pezzo roberto.
un midrash. un’esegesi. una poesia.
appunto.
l’abbraccio virtuale di sempre.
elisabetta
Cara Elisabetta,
grazie, più che un commento un ditirambo 😉
Riabbraccio,
Roberto
“ascoltare le voci dell’aria e del sole al tramonto”
Che fosse il ritorno di Orfeo? Che fosse l’Ombra di Rainer Maria Rilke?
Bello scritto, Roberto, come sempre.
Un caro saluto
Giorgina
Cara Giorgina,
non metto limiti alla Provvidenza Letteraria, ma fossero anche solo voci della natura mi riterrei comunque soddisfatto 😉
Grazie e un caro saluto a te,
Roberto
leggendoti chi non amasse la poesia, comincerebbe ad amarla, ad amare le parole, i silenzi, le pause, il respiro.