Quanta realtà o quanta fiction nel pur bellissimo film dei fratelli Coen dal titolo A proposito di Davis Ecco che in aiuto giunge puntuale l’autobiografia di Dave Van Ronk dal titolo Manhattan Folk Story pubblicata dalla BUR di Rizzoli per l’occasione, quasi in concomitanza con uscita del lungometraggio medesimo (non a caso il tomo di oltre 400 pagine in vendita ha pure la faccetta con la locandina del film).
Il libro viene originariamente pubblicato negli Stati Uniti nel 2005 con il titolo di The Mayor of Mac Dougal Street (letteralmente ‘il sindaco di via McDougal, ovvero il soprannome per Dave da parte degli abitués del Village) ed è una sorta di memoir in cui lo stesso cantautore percorre, in maniera non sempre compatta, le proprie gesta artistico-musicali allargando il dibattito all’intera questione della folk song americana riscoperta, non dal popolo, ma dagli intellettuali, nella New YorK City di metà anni Cinquanta: e si arriva quindi a illustrare dettagliatamente il periodo del ‘grande boom’ di questa tipo di canzone popolare (‘boom’ è la sarcastica definizione di Utah Philips della ‘Great Folk Scare’) a inizio Sixties, che vedrà il trionfale successo di Bob Dylan in primis, seguito da quello di Joan Baez e in misura assai minore dei vari Phil Ochs, Tom Paxton, Ramblin Jack Elliott, Fred Neil, Richard & Mimi Farina, Judy Collins, Peter Paul & Mary, Barry McGuire, Tim Hardin, Buffy Sainte-Marie, Eric Andersen e di molti altri folksinger che vivono, grosso modo tra il 1959 e il 1966, il proverbiale ‘quarto d’ora’ di celebrità.
Il noto musicologo Elijah Wald, con sincera onestà intellettuale, dice nella postfazione a Manhattan Folk Story che il testo in molti punti si discosta dalle intenzioni dell’Autore, anche a causa della grave malattia e della repentina scomparsa a 65 anni di Van Ronk medesimo, che non riuscirà a condurre a termine la stesura definitiva del volume stesso: impossibile ottenere adesso (nemmeno da colleghi, parenti o amici ancora in vita) la contropartita del valore del libro nel progetto originario: non si saprà mai insomma se del rispetto dei propositi nelle intenzioni dell’Autore; tuttavia si può affermare che Manhattan Folk Story, così com’è, resta una testimonianza diretta importantissima per le vicende della musica folk americana, con un esito anche stimolante dal punto di vista della lettura.
In quest’ottica, però, strettamente musicologica, Manhattan Folk Story non è né una storia completa né una disamina organica della scena cantautoriale newyorchese, bensì un racconto sincero in prima persona di un periodo per molti aspetti straordinario, che uno dei tanti protagonisti di allora rivede e rilegge con un atteggiamento disincantato e talvolta critico: in altre parole Dave non risparmia simpatie e idiosincrasie, a livello personale, verso l’entourage artistico di un Village popolato da musicisti, cantanti, suonatori, impresari, scrittori, imbroglioni: tuttavia l’atteggiamento vigile non è mai duramente severo, anzi lo stile narrativo adottato è consapevolmente ricco di humour e autoironia, in grado di sprigionare improvvisa vivacità nell’evocare luoghi, aneddoti, persone, amenità: da pagina a pagina talvolta affiora una vis comica rimarchevole, soprattutto quando l’Autore racconta in dettaglio alcuni episodi al limite dell’assurdo o del surreale.
Del resto è il protagonista medesimo a possedere un atteggiamento decisamente eccentrico e un carattere anticonformista, a partire dal proprio iter artistico-musicale, che comincia nell’ambito del jazz, dal tocco jug e swing, giungendo, con la sola voce accompagna dalla chitarra acustica (e talvolta da strumenti consimili come la 12 corde, il dulcimer, l’arpa), al repertorio folk bianco e afroamericano, fino a incorporare il ragtime strumentale chitarristico e il blues classico campagnolo. Il racconto di Van Ronk è insomma retrospettivamente lontanissimo da compiacenze o da nostalgie del ‘tempo perduto’: anche solo a leggere come dipinge i localini del Greenwich entrati nella leggenda (Gaslight, Gerde Folk City, Kettle of Fish, eccetera) ci si rende conto che i ‘templi della canzone’ sono in realtà sordide topaie al di sotto degli standard minimi prescritti dall’ufficio di igiene americano con gestori (come il mitico Pappi Corsicato, anagraficamente inventato sull’odierno amico regista italiano) che amministrano in maniera ‘disinvolta’ quanto avviene prima, durante e dopo la scena.
Esiste poi, in Manhattan Folk Story , un altro fil rouge che riguarda una questione di gusto e di estetica, per via del perenne battagliero contrapporsi tra i puristi e ‘moderni’, tra gli stessi folksinger come pure in mezzo al pubblico: in quei primi anni Sessanta, al Village, tutti o quasi paiono estimatori del folk, mentre come spiega giustamente Dave, da un lato agiscono gli artisti caratterizzati da un approccio filologico alla materia sonora in quanto votati anima e corpo alla ‘nobile causa popolare’, e dall’altro prosperano gli interpreti che somministrano una versione edulcorata e modaiola (in tal senso, The Kingston Trio è il bersaglio prediletto dall’Autore) delle tradizioni folk; il cantautore ‘impegnato’ distingue come ‘bambini viziati’ gli esponenti del folclore ‘leggero’, ventenni insomma che negli anni dell’università vogliono concedersi una vacanza pseudo-ribelle o simil-politica, appena prima di laurearsi e avviarsi alle ‘splendide’ carriere di medici, ingegneri, notai o avvocati.
La polemica sul purismo del folk bianco – che ha strascichi pesanti anche in altri generi affini dal blues al jazz, dal gospel al country – oggi forse suscita ilarità, ma per tutti i ‘favolosi’ anni Sessanta si generano dibattiti furibondi tra le opposte fazioni, sino a culminare simbolicamente nella dura contestazione a Bob Dylan quando al Newport Folk Festival del 1965 si presenta alla chitarra elettrica e accompagnato da una rock band. Proprio come l’esistenza di Van Ronk Manhattan Folk Story appare un testo quindi disomogeneo con parecchi squilibri da capitolo a capitolo: c’è ad esempio, una parte fin troppo lunga e prolissa (perché non aggiunge molto al tema centrale del volume stesso) quando l’Autore racconta del viaggio da Costa a Costa, nonostante gli aspetti buffi e rocamboleschi della ‘faticosa’ traversata .
Sono invece rimarchevoli dal punto di vista musicale, le brevi monografie che il folksinger dedica a diversi artisti, partendo dai vecchi bluesman (rimossi per decenni dallo show business, fino appunto alla riscoperta da parte del nuovo movimento folk) i cui dischi degli anni Venti-Trenta hanno un impatto decisivo in America (e poi anche in Inghilterra) sulla nascita di nuovi generi sonori soprattutto grazie alle ultime generazioni: è dunque merito dei giovani cantautori come Dave se figure storiche – quali il Reverendo Gary Davis, chitarrista rag e blues – vengono ritrovate in lontani paesini del Profondo Sud, dove conducono vite povere, anonime, tranquille ed esistenza: ma questi anti-eroi portati quasi di forza in pubblico, fra teatrini e coffee house delle grandi metropoli, dove studenti, beatnik, intellettuali, etnomusicologi corrono a sentirli, strappano applausi a scena aperta; e magari qualche discografico riesce pure a fare incidere a loro qualche nuovo album con i brani d’antan (interpretati con lo spirito dell’epoca come a fermare il tempo).
La galleria di personaggi illustrata in Manhattan Folk Story vanta quindi musicisti dalle storie variegate, come ad esempio la vicenda stupefacente di Ramblin’ Jack Elliott, rampollo di una agiata famiglia di medici bianchi newyorkesi che molla tutto per seguire le orme del beniamino Woody Guthrie, il cantautore di Okemah (1912-1967) che per tutti simboleggia il nume tutelare della folk music e della protest song; e non ancora rassegnata alla ‘carriera’ del figlio, la signora Adnopoz (vero cognome di Ramblin’ Jack Elliott) è descritta seduta in prima fila ad ascoltarlo in un recital, quando non riesce a trattenersi dal notare che il ragazzo possiede bellissime mani, non da chitarrista, ma da perfetto chirurgo. Non manca nel libro Bob Dylan e una polemica (molto seguita negli ambienti dell’epoca) che lo contrappone allo stesso Dave, il quale l’accusa di rubargli l’arrangiamento del brano House Of Rising Sun per poterla registrare nel primo album a suo nome (poi in chiave rock dagli inglesi Animals); tra l’altro l’Autore spiega che la dimora del sole nascente nella Crescent City non risulta una casa di tolleranza, secondo la tradizionale accezione, bensì la locale prigione femminile.
Se da un lato con il menestrello di Duluth, Van Ronk non è tenero (benché lo stesso Bob Dylan affermi a posteriori che Dave è il migliore di tutti al Village), dall’altro ha per il compianto Phil Ochs (morto suicida dopo una malattia alle corde vocali che non gli consente più di cantare) parole di stima, affetto e commozione, sino a ritenerlo forse il più grande di quella generazione. Infine nei confronti di Pete Seeger, allora già ultraquarantenne, nonché figura di riferimento (dopo Woody Guthrie) per l’intero folk movement, Van Ronk, nel libro (ma anche nella vita) prende un po’ le distanze, giacché non ne condivide le scelte musicali e l’ideologia progressista ‘moderata’, benché in un articolo da lui scritto per la testata ‘Caravan’ si possa leggere chiaramente: ‘A mio avviso, quest’uomo è la personificazione del gusto e dell’onestà’.
Tuttavia a glorificare ora un’epopea, tutto sommato limitata ad alcuni poeti beat e una più o meno agguerrita schiera di folksinger provenienti da tutti gli Stati Uniti, pensano Joel ed Ethan e Coen, i celebri fratelli registi, attraverso il loro lungometraggio In cerca di Davis, attualmente nelle sale italiane. Il film, di per sé molto bello, è appunto ispirato alla vita di un autentico cantautore newyorkese, nato a Brooklyn il 30 giugno 1936 e morto nella Grande Mela il 10 febbraio 2002; nell’opera dei Coen, Llewyn Davis è un giovane barbuto – assai più bello dell’originale – narrato attraverso una settimana di peripezie esistenziali nel gelido febbraio del 1961, tra localini scalcagnati, impresari cinici, donne inaffidabili, discografici spietati, viaggi in autostop, intrusione di gatti rossi, vagabondaggi da un alloggio all’altro in cerca di un letto per dormire o di cappotto per ripararsi dalle intemperie, visto che il ragazzo è in pratica senza fissa dimora: gli unici a mostrarsi amici e solidali sono una coppia di anziani docenti di antropologia. Parlando del film, insomma la pellicola vive bene di luce propria. Certo è che tanto la ricostruzione storica puntigliosa quanto i riferimenti indiretti ad altri artisti (Bob Dylan, Doc Pomus, Peter Paul & Mary, Ramblin’ Jack Elliott, eccetera) stimolano la curiosità ad approfondire il discorso e a calarsi su un aspetto della cultura a stelle e strisce tutt’altro che trascurabile, cosa che il libro puntualmente consente.
Cfr: Dave Van Ronk con Elijah Wald, Manhattan Folk Story.Il racconto della mia vita, BUR, Rizzoli, Milano 2014, pagine 422, euro 18.00.

