di Antonio Sparzani
III.
Camminava incredulo tra i resti delle tende bruciate e i resti dei soldati che avevano occupato quell’avamposto fino al giorno prima. I resti ancora fumavano, la distruzione era molto recente. Shar pensò subito di essere scampato per merito di quel coltello sporgente dal terreno che l’aveva fatto inciampare, e aveva deviato il corso dei suoi pensieri così da farlo ritardare; forse no, rifletté, non sarebbe riuscito ugualmente a giungere la sera prima, però, difficile dire.
Shar si aggirava a guardare senza vedere il frutto di una così intensa volontà distruttrice. Aveva tre compagni in quell’avamposto, che gli erano vicini più di altri, Ishal, l’intellettuale, il rozzo Baskir, e Yaslih, il migliore, cosi detto.
La tenda di Ishal la trovò rapidamente, frugò tra i monconi di paletti e tra i panni bruciacchiati, frugò anche tra gli indumenti consumati dal tempo e sotto i corpi mutilati, e trovò quello che pensava di trovare. Tutti i bigliettini e i quaderni di Ishal, la sua scrittura disordinata e continua, le sue cancellature e i suoi rimandi, le macchie di inchiostro e le pagine ancora bianche. Ishal lasciava bigliettini dappertutto e a tutti, gli piaceva lo scrivere in sé, diceva cose che si potevano esprimere brevemente con molte parole arrotondate e accarezzate; sorrideva quando parlava per la gioia della parola, e la scrittura era per lui il sigillo della parola, era un modo per darle una degna veste, che doveva essere esteticamente appagante. L’elastica successione dei caratteri arabi ben si prestava alla sua fantastica ed elegante calligrafia. Era stato bello avere i bigliettini di Ishal tra le dita. Le dita di Ishal erano invece corte e grassocce, il suo corpo non era aggraziato, era piuttosto tozzo, anche se non mancava di una qualche marziale dignità. Aveva studiato al Cairo, con ottimi maestri, era stato avviato ad una carriera letteraria di prestigio, ma poi era accaduto qualcosa di irreparabile nella sua vita, una lacerazione interiore, un senso di vuoto di fronte alle insidie del mondo che l’avevano lasciato letteralmente senza fiato. Si era arruolato d’impeto, non aveva più pensato, era forse il classico modo per dimenticare, o forse qualcosa di sottilmente diverso, era anche l’imboccare una via del mondo fino a quel momento completamente sconosciuta e per la quale un filo di interesse gli arrivava, sul limitare della coscienza, dai suoi antenati paterni. Era anche dunque un modo di cercare la salvezza in origini fantasticate più ancora che vissute, ma non per questo meno forti ed esigenti.
La sua amicizia con Yaslih durava da molto, ma aveva avuto una nascita rischiosa. S’eran visti un giorno, sul golfo di Akaba, in uno squallido campeggio per turisti che entrambi esploravano in cerca di tesori di qualche genere, quando Yaslih fu visto mettere le mani dove non avrebbe dovuto. Li presero entrambi e li fecero parlare, ma Shar non parlò facilmente. Fu solo quando sentì che l’altro aveva già detto quasi tutto, che aggiunse un dettaglio di poca importanza per acquistare qualche merito. Acquistò così una ruvida stima da parte di Yaslih, che lo guardava di sottecchi, e non più con quella sua scomposta ostilità. Il grande golfo, luogo di impensabili chimere, li aveva visti ancora insieme un giorno che si incontrarono su una rena bassa e dorata, diretti a nuotare in quello specchio di acque trasparenti. Yaslih gli indicò, ad un certo momento, un nuovo pesce con certe strisce colorate stranamente e, dato che Shar non lo vedeva, si tuffò nel fondo fino a mostrarglielo a dito. Quel gesto naturale colpì Shar perché aveva, così egli avvertì, il sapore di un interesse vero, non era una bravatina fra tante. Tornato a riva, per proseguire, riconoscente, su quella strada di comunicazione di conoscenze, gli aveva indicato un nido di granchi che lui solo aveva scoperto qualche tempo prima, e sorrise. Da allora s’eran tenuti d’occhio e avevano frequentato insieme prima una scuola di inglese al Cairo e poi la scuola di formazione di tutti i militari di carriera egiziani.
C’era stato un altro episodio che aveva contribuito a serrare un legame di lunga durata con Yaslih. Era stato la prima volta che aveva visto Kalìa Yasmina, a casa del colonnello; Yaslih era lì anche lui, si aggirava con aria leggermente furtiva, come suo solito, e bastò loro un’occhiata per scorgersi e riconoscersi. Sempre con un’occhiata Yaslih gli indicò Kalìa, e subito abbassò lo sguardo, sembrandogli forse già eccessivo quell’azzardo. Yaslih era stato, così gli raccontò senza imbarazzo Kalìa la sera seguente, un suo amico d’infanzia, e s’erano poi persi per una sorta di reciproca, quasi inavvertita, ritrosia. Avevano frequentato insieme qualche anno di scuola, Kalìa era stata confidente e vicina a Yaslih, che arrivava a raccontarle fin i particolari delle sue piccole imprese. Kalìa lo proteggeva dalle durezze della scuola, gli facilitava con leggerezza gli esercizi più noiosi. Yaslih la ricambiava con i suoi racconti talvolta reali, talvolta fantastici e malïosi; Kalìa ascoltava senza gesti e senza cambiare espressione, ma come raccogliendosi in se stessa e lasciandosi avvolgere da quella trama che comunque profumava del bello e dell’irreale delle fiabe. Kalìa si raccoglieva anche raccontando di quel periodo, i suoi occhi si perdevano un po’, i capelli smettevano di ondeggiare, le mani si fermavano.
