Leggere J.K. Rowling senza passare da Harry Potter

di: Guido Tedoldi

Recensione de «Il seggio vacante», romanzo di Joanne Kathleen Rowling – 2012, Salani, pp. 553, € 22,00

Prima di questo romanzo non avevo mai letto niente di Joanne K. Rowling. In particolare, non avevo mai letto nessuno dei 7 romanzi del ciclo di Harry Potter, che lei ha pubblicato tra il 1997 e il 2007 e che sono diventati un fenomeno della cultura popolare con oltre 400 milioni di copie vendute nel mondo – successo di pubblico confermato dagli 8 film tratti da quel filone. Grazie a quelle cifre di vendita, la Rowling è diventata la donna più ricca d’Inghilterra, con un patrimonio superiore al miliardo di dollari americani (perlomeno stando a quello che dice la Wikipedia, qui il link in internet).

Nonostante questo trascorso, la Rowling non si è fermata dal punto di vista artistico. Ha scritto altri libri, non tutti collegati al mondo di Potter. Si è inventata anche uno pseudonimo, Robert Galbraith, per pubblicare romanzi gialli. Infine ha sperimentato pure la scrittura di romanzi d’ambiente – come quello di cui parlo qui.

Insomma si è comportata come una scrittrice, non (soltanto) come una manager che ha trovato l’onda imprenditoriale giusta per guadagnare montagne di soldi.

Il «seggio vacante» di cui parla questo romanzo è quello occupato da Barry Fairbrother nel Consiglio comunale di Pagford, cittadina della campagna inglese. Senonché costui muore nelle prime pagine, e alcuni abitanti ambiziosi della città cominciano a manovrare per farsi eleggere al suo posto. Ognuno ha le sue motivazioni, che rende pubbliche in maniera più o meno ipocrita o tenta di tenere per sé, quasi sempre senza successo. I lettori, però, le vengono a sapere tutte perché la Rowling entra nelle loro teste e spiattella tutto. Di fatto il romanzo è un continuo passaggio di punto di vista, da un personaggio all’altro, come se ci fosse una telecamera che cambia continuamente posizione. E siccome è una telecamera, mostra: non sta lì a filosofeggiare, o a tirarla per le lunghe. La scrittura della Rowling è un’applicazione da manuale del principio retorico anglosassone «show, don’t tell», e l’effetto è come quello di una fiction televisiva con molti personaggi la cui narrazione procede spedita.

Gli ambiziosi che vorrebbero il seggio sono soprattutto 3: Simon Price, Colin «Cubicolo» Wall e Howard Mollison. Il primo lavora in una tipografia e ha instaurato a casa propria una specie di regime di terrore a base di insulti a figli e moglie; nella sua grettezza morale pensa che i politici siano tutti corrotti e quindi vuole la carica per subentrare nel giro di mazzette che si aspetta di trovarvi annesso. Wall è il vicepreside del liceo cittadino, e quindi pensa di poter subentrare per evidente posizione sociale. Mollison è il proprietario della macelleria più trendy e fa già parte del Consiglio, e vuole il posto per suo figlio Miles in modo da rafforzare la propria posizione.

In città vivono anche i loro figli, naturalmente. Quelli adolescenti vanno al liceo, e utilizzano computer e internet a un livello di confidenza che i loro genitori nemmeno immaginano. Così riescono a pubblicare messaggi sul sito web del Consiglio firmandoli con il nickname collettivo «Il fantasma di Barry Fairbrother». Sono messaggi cattivissimi, che accusano Price di acquistare merce rubata e di rimanere al lavoro dopo l’orario non per produrre di più bensì per usare i macchinari a scopi poco chiari (così la tipografia lo licenzia e la famiglia se ne andrà dalla città). Inoltre accusano Wall di essere un pedofilo fuori controllo e accusano Mollison di avere una relazione extraconiugale con la socia in affari.

Dalle delazioni del fantasma non si salva nemmeno Fairbrother medesimo, accusato di aver avuto una relazione extraconiugale mentre era in vita con Parminder Javanda, medico del consultorio cittadino e anche lei membro del Consiglio cittadino. Questa accusa è particolarmente infamante perché il consultorio, e più in generale le politiche di assistenza sociale, costituivano il principale argomento politico del vecchio consigliere, oltre al legame più stretto della città con i Fields, ovvero i palazzoni di edilizia popolare costruiti nei decenni del secondo dopoguerra e che hanno portato a Pagford un gran numero di abitanti proletari. Il partito legato alla famiglia Mollison vorrebbe liberarsi dei Fields, magari cedendoli a una delle città confinanti, non tanto per motivi di peso economico o di mal sopportazione della microcriminalità legata allo spaccio di droga, bensì per un più bieco calcolo di «decenza» della città. Una specie di rivendicazione dei cittadini benpensanti nei confronti dei nuovi arrivati che hanno abbassato il tono borghese di Pagford.

Ai fini del discorso della Rowling, il fatto che i Fields ci siano è una fortuna. Aggiungono storie e personaggi, aggiungono punti di vista. In certi momenti le consentono perfino di fare sfoggio di bravura letteraria per la scioltezza con cui cambia punto di vista e crea immagini. Pagford e si suoi quartieri sono il pretesto per l’autrice di mostrare il mondo delle persone «normali», cioè quelle che non guadagnano miliardi e non vivono nei superattici disegnati dalle archistar che si vedono in televisione.

Le persone raccontate dalla Rowling sono quelle sul crinale tra la povertà conclamata e la «decenza» piccolo borghese, tra la dipendenza da sostanze che rovinano la salute e il risentimento meschino contro tutto e tutti. Cioè, in sintesi, le persone che hanno caratterizzato per tanti anni la vita dell’autrice prima che diventasse tale – nelle periferie d’Europa dove ha vissuto, nei pub scozzesi dove passava le ore da madre sola con la figlia nel passeggino, nelle case popolari squallide dove poteva pagare l’affitto solamente grazie ai sussidi pubblici.

Poi, nella vita della Rowling, è successo quel che è successo. Il suo desiderio (condiviso con quasi tutte le altre persone delle periferie) di migliorare la propria condizione grazie al lavoro e non a spese della collettività, si è concretizzato. Sono arrivati i soldi, tanti da non riuscire quasi a contarli. Ma d’altra parte, da un certo livello in su è quasi inutile contarli… che differenza c’è tra 100 milioni (di euro, di dollari, di qualsiasi altra valuta) e 200 milioni? Tra 1 miliardo e 10 miliardi? Lo stomaco di un essere umano ha certe dimensioni, di più non si riesce a riempirlo. Lo spazio di una abitazione si può ingrandire un po’, ma oltre un tot non è più abitabile realmente. Il benessere comincia poche centinaia di euro oltre la fame. La ricchezza comincia dopo poche migliaia di euro. Al di là c’è il lusso, che forse non è nemmeno un valore…

Tuttavia, anche immersa in tutti quei soldi, la Rowling non ha dimenticato. Continua a raccontare, con precisione e partecipazione, quello che le persone pensano – le persone normali. E lo fa bene.

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