di Antonio Sparzani
IV.
Soprattutto uno dei racconti che gli riferì Kalìa ricordava con vaga emozione. Yaslih era in quel periodo precettore in casa di un ricco mercante che aveva molto viaggiato ma che si era definitivamente stabilito nella grande città, e la cui figlia non sopportava, per vizio di famiglia o per insofferenza d’indole, la scuola riservata alle ragazze. Yaslih aveva finezza di modi e chiarezza di mente e di parola sufficienti a riportare le curiosità della ragazzina nell’alveo di un apprendimento ricco e variegato. Andava regolarmente in casa del ricco mercante e vedeva la giovane Ghiza, in una stanza ricca di tappeti e di libri antichi, che il padre aveva durante la sua vita raccolto e accuratamente conservato. In particolare la varietà delle lingue del mondo appassionava Ghiza, che chiedeva sempre nuove strane parole e nuovi esotici suoni. Yaslih conosceva un paio di lingue europee, oltre l’ebraico e il persiano e riuscì a comunicarle, nei primi due anni della sua attività di precettore, quasi tutto quel che sapeva; ma il gioco più bello fu poi, quando Ghiza cominciò a chiedere, col suo modo schivo e insistente, notizie precise di altre lingue; Yaslih fece quel che gli pareva andasse fatto: studiò con lei qualche altra lingua, che sceglievano con cura e dopo molte discussioni.
Era inevitabile che questi racconti contribuissero a far rimanere vivo, nella memoria di Shar, il volto di Yaslih, e fu momentaneamente lieto di non riuscire a trovarlo tra i corpi malamente ammucchiati nelle vicinanza della sua tenda.
Bask?r era uno dei due ganzanelli con cui aveva vissuto quella esperienza giovanile così limitata, ma che non riusciva a dimenticare, e l’aveva poi visto più di rado. Avevano avuto altre piccole avventure, dopo quella modesta esplorazione dei confini della città. Una volta erano, lui, Bask?r e l’altro ragazzetto, Shuks, sulla riva di un torrente già un po’ gonfio delle piogge di fine ottobre. Faceva ancora caldo e l’acqua fresca era attraente. Bask?r era il più grosso dei tre, e il più impacciato, ma volle buttarsi. Il torrente se lo sarebbe portato sotto e via se Shuks non fosse intervenuto con naturalezza e prontezza ad afferrarlo per un piede. Shar non fu abbastanza pronto, si sentiva, allora come altre volte, attonito osservatore di una realtà della quale non era del tutto partecipe.
Una volta aveva parlato a lungo con Baskir. Erano i tempi incerti nei quali si affacciavano i primi rapporti con le ragazze e Baskir faceva l’esperto che spiegava a Shar gli aspetti basilari della faccenda, come parlare, che gesti fare, come arrivare al punto che si voleva raggiungere. Baskir in verità gliele aveva scritte quelle istruzioni, visto che abitavano in cittadine diverse e qualche lettera se la scrivevano. Shar si era portato quella lettera tutta piegata in tasca per molto tempo, quella lettera tutta piena di particolari che sarebbero stati bene lontani dagli occhi degli adulti, e l’aveva riletta più volte, ma sempre con la sensazione che in qualche modo quel tipo di comportamento non gli appartenesse, un po’ per la spavalderia che avrebbe richiesto, un po’ per la paura di sbagliare qualcosa di essenziale. Poi la lettera era andata perduta, nei vari trasporti, o forse Shar l’aveva distrutta in un momento di sincerità, ora non ricordava bene, ma l’aveva colpito il particolare delle mani, di muovere le mani piano, diceva Baskir, lui, così apparentemente rude e sbrigativo. Belle mani aveva Kalìa Jasmina, aveva potuto osservargliele a lungo, quando le aveva fermate, quella volta del racconto di Yaslih; era una pelle liscia e dritta, leggermente profumata, lasciava come un’impronta. Aveva quel modo di salutare con una carezza, si vedeva che aveva avuto una strana educazione, forse la madre persiana o quel padre mezzo europeo sempre in viaggio, ma che quando rientrava lasciava anch’egli un’impronta nel modo, nei gesti e nei sorrisi.
Adesso non poteva evitare di ripensare alla terza volta che l’aveva rivista, Kalìa Jasmina, nel suo piccolo appartamento, pochi giorni prima di partire. Era una sera rasserenata dopo una giornata di nuvole grigie; lei aveva cucinato qualcosa per Shar, un piatto che doveva essere speciale, ma che si rivelò invece di mediocre bontà, ma cui nessuno badò molto. Quando Kalìa si distendeva, la sua conversazione diventava meno ritmata e incalzante, ma più acuta e penetrante. “Pensi spesso alla tua infanzia?” gli aveva chiesto a un certo punto, e la domanda l’aveva sorpreso perché aveva inaspettatamente colto nel segno. “Abbastanza spesso, sì – aveva risposto – ci sono momenti e persone che non riesco a togliermi dalla testa, e sui quali il pensiero si riposa piacevolmente”. “Per esempio?” aveva incoraggiato Kalìa. E qui Shar esitava a raccontare quella storia che l’aveva così marcato e che gli aveva dato contemporaneamente tanto coraggio. Quella volta del ponticello da passare, sul quale suo padre aveva appoggiato la prova delle sue capacità, mentali più che fisiche, quando gli aveva parlato del ponte leggero e pericoloso, facile solo se si era sicuri, rischioso per gli insicuri, e l’aveva poi portato sul posto e fatto toccare con mano, e con piede, quei legni sospesi. Ne serbava un ricordo vivo, anche se forse lievemente deformato rispetto al reale svolgimento dei fatti. Ma lui aveva superato bene la prova, perché era riuscito a mostrare all’esterno quella sicurezza che non si sentiva dentro, anche se forse, così si disse poi, in ciò consiste la sicurezza, nel saperla mostrare, nell’essere in grado di agire come se la si avesse. Raccontare questo giro di pensieri a Kalìa rappresentò per lui un tale dono liberatorio, che stabilì subito un livello di relazione più alto e più pacifico; Kalìa non richiedeva sforzi per mostrarlesi.
Raccontò anche del suo primo interesse per una ragazza della sua età, quando aveva quattordici anni: si chiamava Ester, era di padre italiano e madre libanese, e l’aveva vista la prima volta sulla spiaggia del Mediterraneo. Che mare straordinario quello, aveva pensato allora Shar, così più freddo del Mar Rosso, ma così più promettente, per le sue lontananze e la sua voce. C’erano le onde quel giorno e Shar aveva fatto cenno – istintivamente – verso di lei quando un’onda l’aveva sbattuto sulla sabbia più duramente del previsto; Ester era accorsa con naturalezza e gli aveva allungato una mano quando lui stava già riavendosi. Avevano chiacchierato subito in modo familiare e avevano poi nuotato insieme; Shar l’aveva inavvertitamente sfiorata nell’acqua e ciò gli aveva dato un lieve capogiro; Ester l’aveva poi abbracciato verso riva, con quei suoi gesti un po’ selvatici, e i primi brividi erano corsi sul suo corpo. Shar raccontava rapito e un po’ divertito dei suoi primi impacci di quei giorni lontani e cercava complicità nello sguardo e nel gesto.
Quella sera stettero a parlarsi molto a lungo, si raccontarono bisbigliando episodi passati come riscoprendoli essi stessi e ritrovandoli come dei piccoli tesori nascosti, ma che era bello esibire a chi sapeva ascoltarli. Si lasciarono all’alba, con una carezza lieve e un lieve sapore tra le labbra.
Alto sulla sabbia IV
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