di Manara Valgimigli
[Valgimigli (San Piero in Bagno, 9 luglio 1876 – Vilminore di Scalve, 28 agosto 1965), grande filologo e traduttore dalle lingue classiche, scrisse questa commovente cronaca famigliare nel 1944, e la inserì nella bellissima raccolta Il Mantello di Cebète, pubblicata nei Quaderni dello Specchio, Mondadori 1957 (prima ed. 1947)]
La dolce creatura, chi non sapeva, nessuno avrebbe detto che fosse cosi ammalata e cosi prossima ormai alla fine. Aveva ancora i suoi capelli bruni e freschi, e il volto colorito e disteso, e senza nessuna ombra di quegli incavi di pallore che si vedono tanto spesso, anche in malati non gravi, agli angoli delle narici o intorno alle palpebre o nelle tempie. Entrando io nella stanza,
e movendo ella i grandi occhi per sorridermi e salutarmi, pareva che anche il capo si movesse; la sua stessa immobilità pareva un abbandonato riposo e non l’irrigidimento del male. Solo la mano destra, appoggiata lungo il corpo fuori del lenzuolo, aveva qualche cosa di stentato e di offeso e quasi di assottigliato, specie nell’attaccatura del pollice, come se il sangue non bastasse più a nutrirla; le dita e il polso, a riguardarli, si sentiva che erano fermi, che dentro non vi scorreva più la volontà di sollevarsi.
Io mi siedevo in una seggiolina bassa accanto a lei; mettevo una mia mano sopra la sua a coprirla e scaldarla, chinavo il capo vicino al suo, nel guanciale: stavamo ore così. L’animo ritornava al tempo dei pigri risvegli mattutini, quando mi accostavo a odorare i suoi capelli e a respirare, presso la nuca, sotto l’orecchio, il tepore della sua pelle, che sapeva di aria e di pulizia come a premere il volto sul petto di una rondinina caduta e stretta nel pugno.
Da quando aveva recuperata la parola, amava ripetere con me anni e memorie del nostro vivere
insieme, le città diverse del nostro peregrinare, le molte e varie vicende, i nostri figlioli piccolini. Che vita chiara la nostra, e semplice e aperta, e senza equivoci, senza astuzie e malizie! È più facile, credo, costruire a propria immagine la propria donna che non i figli. E più gli anni passano più la donna diviene tua, di chiarezza di devozione di tenerezza. E più lunga è la strada più l’unione si fa salda. E allora, se uno dei due si ferma, l’altro séguita male il suo cammino da solo.
Ora la creatura sapeva che il distacco non sarebbe stato lontano. Mi diceva: «Che farai domani, poveretto? ». E lacrime silenziose le facevano gorgo nel cavo degli occhi, le colavano ai lati, le inondavano il volto supino, le bagnavano il guanciale. La natura stessa del male la traeva a questi intenerimenti e struggimenti di commozione, e a tanti richiami. Il suo parlare era meno spedito di prima, ma più spiccato nel lieve sforzo, e tenuto come da un suono di nenia fanciullesca che gli dava un’infinita dolcezza. Io le stringevo il volto fra le mani. Forse facevo male a secondare quella sua ebbrezza di pianto e di malinconia; ma io stesso ne ero preso. E poi, che cosa ci rimaneva?
Anche, c’era in lei e in me l’ansia della figliola ammalata, da molti anni malata e con speranze sempre più manchevoli e vane. Pesava il male dell’una sul male dell’altra. E inutilmente ciascuna nel male proprio si chiudeva e celava. «Che fa?» mi chiedeva spesso, accennando alla figlia. «Ieri sera, quando venne a baciarmi, le labbra le scottavano. » Nelle due camere attigue un impeto soffocato di tosse, o uno smorzato accorrere di persona al soccorso, suscitavano attenzione e sgomento.
Fra le due creature io vivevo cosi.
«Lo sai che domani è Pasqua?» Mi guardò lieta. «Allora oggi,» disse, «tra poco, sciolgono
le campane.»
Per le alte finestre della camera entrava la primavera già calda. Soffi di aria leggera muovevano le tende nel sole. Le finestre davano, come dicono ad Ásolo, sopra la riva: cioè sopra un colle in pendio che tra mezzo altri colli scendeva giù fino al piano di Montebelluna e alle torri di Castelfranco. Più lontano, i giorni sereni, anche si vedevano di Padova gli alberi di Pra della Valle e le cupole di Santa Giustina e del Santo. Qua e là per i colli e negli orti biancheggiavano meli e ciliegi in fiore. Si udivano forbiciate secche di contadini che potavano e campani di vacche al pascolo.
«Ti ricordi» mi disse, «quel giorno, a Massa, che tu scrivevi, e le campane non le sentisti, e non venisti da noi subito come facevi sempre, e i ragazzi a cercarti e chiamarti per timore che le campane smettessero di suonare prima di trovarti, e ci precipitammo tutti nello studio, e Bisìn, che aveva le manine bagnate perché voleva lui bagnarti gli occhi prima di me, ti si arrampicò addosso sopra la seggiola, e ti spruzzò di acqua anche le carte che stavi scrivendo, e tu… lo sgridasti? »
Intanto, sulla porta, si era affacciata la figlia.
«Buon giorno, mamma.» E aggiunse: «Sono qui ». Come dire: “Oggi, quelli che possiamo essere
con te, povera mamma, ci siamo tutti”.
Non era, lei, religiosa. Finché poté la madre, seguitò mansueta, per farle piacere, alcune pratiche di chiesa. Aveva una sua intelligenza lucida e asciutta che respingeva forme di misticismo e di mistero; e una sua severità di costume che mal tollerava debolezze e abbandoni di sentimento. Accettò il male suo e le sventure di casa come necessità di natura; con una rassegnazione pacata e ragionata che fu sempre fino all’ultimo, in quel fragile corpo, la sua forza ferma e sicura. Era al di sopra sempre degli avvenimenti, quali fossero, e chiunque ne fosse toccato. Ma senza durezza e r senza amarezza; anzi, con soavità sorridente; se mai, certe volte, con una punta appena visibile di ironia che dava un sapore più umano alla sua stessa accettazione e rassegnazione.
Stavamo ai piedi del letto; ed ecco, dalle chiese, squillarono i primi rintocchi. E qui vidi cosa
inattesa. Tante volte, negli anni lontani, la sera, avevo veduta la madre, china sui letto dell’uno o
dell’altro dei figli bambini; e gli prendeva la mano e gliela guidava, sulla fronte, sulla spalla sinistra, sulla destra, con le parole del segno della croce. E ora la figlia prese lei della madre la mano destra, la mano lesa, la mano senza vita, e gliela portò sulla fronte e su le spalle nei segno della croce, suggerendo le parole devote; e la madre ripeteva, guardando la figlia, seguendo i gesti, con un leggero impaccio e balbettio infantile, In nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo.
Venne l’estate e un mattino la madre si spense. Andai dalla figlia. Vidi negli occhi aperti e
fissi che aveva capito, che aveva sentito.
«Dopo» le dissi.
E quando la ebbi composta, ritornai.
«Andiamo, se vuoi, dalla mamma.»
Giaceva nel suo letto con le mani in croce: tutte due uguali, ora. Ma nel volto era come quando il mattino entravamo in camera a salutarla. Ma così vivo era nel volto il suo sorriso, cosi illuminata era la sua fronte, che ci parve cosa miracolosa.
«Babbo, se non crediamo ora non crederemo mai più.»
