Augusto Bianchi Rizzi è tra i maggiori artisti italiani. Definirlo solo scrittore forse sarebbe riduttivo, giacché la sua attività risulta poliedrica. Al di là della professione di avvocato, fin da giovane si esprime nel teatro e nel cabaret, come interprete e drammaturgo e oggi, da oltre vent’anni con i famosi ‘Giovedì’, nel salotto di casa, raduna ogni settimana il meglio dell’intellighenzia milanese pronta a condividere idee, passioni, cultura e un recital con un musicista o un attore dopo la convivialità della cena.
Il ruolo di scrittore è comunque al centro della personalità di Augusto Bianchi Rizzi, come egli stesso racconta in quest’intervista in esclusiva per ‘La Poesia e lo Spirito’, in cui l’accento è ovviamente posto sull’ultimo bellissimo libro finora pubblicato, Tre storie quasi d’amore, in cui l’esperienza sentimentale viene declinata sotto forma di tre racconti lunghi, medi e brevi.
Augusto, un nuovo libro. A che numero sei arrivato? Quali e quanti sono i tuoi lavori tra narrativa, teatro e drammaturgia?
Quest’ultimo – Tre storie quasi d’amore – è il mio quarto libro di narrativa (dopo Figlio unico di madre vedova, AlbaNaia e La guerra di Nene), cui sono da aggiungere sette commedie (tra cui L’ultimo dei Mohicani e La vita è un canyon, rappresentate – rispettivamente – per cinque e per tre anni di seguito nei maggiori teatri nazionali), più tre corti teatrali, un radio dramma, due brani di teatro-cabaret e il libro-saggio Le padrone del vapore; per chi fosse interessato ho anche un mio sito:www.augustobianchirizzi.it.
Se dovessi definire in poche righe chi è Augusto Bianchi Rizzi, cosa diresti?
Figlio unico di madre vedova, Augusto Bianchi Rizzi è cresciuto con uno sviluppato senso del dovere, che spesso è entrato in conflitto con le sue aspirazioni artistiche. Morale: durante l’epoca universitaria ha fatto l’attore in teatro e cinema (ottenendo anche numerosi riconoscimenti), poi ha professato seriamente la professione forense (oggi fa parte del più grande studio italiano – Bonelli-Erede-Pappalardo – composto da trecento avvocati), ma senza mai rinunciare alla scrittura, sia in campo letterario sia in campo teatrale. Diciamo che non ha mai rinunciato né al cervello-poeta né al cervello-ingegnere.
Passiamo a Tre storie quasi d’amore: mi sembra un libro dallo stile molto fresco, con una scrittura quasi giovanile, come se l’avesse scritto uno dei giovani personaggi che incontriamo. Si tratta di una scelta spontanea o meditata o altro ancora?
Tre storie quasi d’amore ha un nucleo che risale a molti anni fa: il protagonista è un ventenne – dei primi anni Sessanta – alla ricerca di se stesso, che si confronta con il mondo femminile, affascinante quanto misterioso. Il suo eros debuttante – tenero, ingenuo, innocente – annaspa e rischia di soccombere. Ma non cede.
A livello di contenuti le tre storie hanno molto di autobiografico. Quali sono, se li puoi svelare, gli elementi ‘inventati’ o di pura fantasia?
Tutte e tre le storie traggono spunto da fatti realmente accaduti. Basta, non dirò altro.
Il libro è strutturato come un crescendo in termini quantitativi: inizia con un racconto breve, prosegue con un racconto medio e finisce con un racconto lungo che potrebbe anche essere un romanzo autonomo: anche qui, da chi o da cosa è dettata questa scelta molto originale?
I tre racconti, pur essendo ambientati in luoghi diversi (Budapest, Bucarest-Milano, L’Estartit) e avendo tre diverse protagoniste (Jutka, Elena, Montsé) fanno parte di un unico contesto, tant’è vero che molti lettori hanno percepito le tre storie come tre capitoli di un unico romanzo e l’hanno letto tutto d’un fiato.
Da questo e da altri tuoi libri, tu risulti molto bravo nel dipingere l’animo femminile, con la donna molto più complicata di noi maschi. Ma è davvero così? Siamo così diversi tra sessi?
Maschi e femmine sono due mondi separati e ben distinti. Il maschio è spavaldo, prepotente, concorrenziale, eternamente teso al traguardo, schematico, poco sensibile. Ha il dono della forza e della sintesi. Le femmine hanno una capacità d’analisi che i maschi se la sognano, sono attente ai bisogni altrui, sono generose e sanno perdonare. Solo a loro è riservato il dono della maternità. E sono belle!
Senza svelare nulla della trama (per non far perdere ai lettori il gusto della sorpresa) possiamo forse dire che nessuno dei tre racconti abbia un lieto fine (almeno dalla parte maschile): è una metafora dell’esistenza umana?
Ogni racconto è intriso di suspense e d’un filo d’ironia. Il lieto fine? Non è palese ma c’è. È dato dalla vita e dalle sue tante proposte e sfaccettature. Cosa c’è di più bello di sperimentare? Di sguainare il proprio temperino contro i draghi e le streghe? Di dire: “Ci sono anch’io!” ?
Un messaggio inconscio che mi sembra trapeli dall’intero libro è che comunque la giovinezza sia un periodo che va vissuto intensamente, correndo a volte qualche pericolo. Condividi?
Non solo la giovinezza. La vita intera va vissuta intensamente. Non piegando la schiena e aprendo le braccia all’Amore.
Augusto Bianchi Rizzi, Tre storie quasi d’amore, Mursia, Milano, pagine 179, euro 17,00.

