
Un ‘doppio gioco’ fra tanta musica (e letteratura)
Nata a Foligno ma attiva a Bologna, la trentenne Eleonora Beddini, è un’artista che merita rispetto e attenzione, dopo la recente uscita dell’album “Doppio Gioco” (2014) che fa seguito ad “Across The Road” (2012) a nome “Mama’s Gan”, un progetto da lei curato, tutto al femminile, sulla riscrittura del celebre lp “Abbey Road” dei Beatles. Nonostante l’aspetto sbarazzino e giovanilissimo, Eleonora è una musicista seria, colta e preparata, dalla curiosità intellettuale spinta, al punto da ottenere ben quattro lauree in ambito musicale e da agire su diversi fronti in ambito creativo, come lei stessa spiega in quest’intervista in esclusiva per ‘La Poesia e lo Spirito’.
Ci parli di Doppio gioco il tuo nuovo disco?
Si tratta del mio primo lavoro solista, un progetto dialogico tra scrittura originale e riscrittura di brani – alcuni anche piuttosto noti – della musica leggera nazionale e internazionale. Ho messo in relazione mie composizioni per pianoforte (solista e non) con altri brani, tutti caratterizzati dal fatto di essere stati scritti o interpretati da donne, e ho utilizzato un organico di strumenti acustici ed elettronici. Il disco è stato prodotto da Carlo Bertilaccio ed è distribuito in tutti i negozi digitali.
Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare una musicista?
Devo dire che è stato tutto piuttosto naturale. La musica è sempre stata di casa nella mia famiglia (mio padre è anche musicista) e sono stata sin da piccola stimolata all’ascolto di tante cose, anche molto diverse tra loro. Ho incominciato a suonare all’età di 7 anni e non ho più smesso.
E in particolare come mai proprio una pianista?
In casa avevamo il pianoforte, strumento a suo modo completo e credo anche piuttosto immediato per un bambino. Potevo sfruttarlo in tutte le mie inclinazioni trasversali: suonare Mozart, ma anche accompagnarmi mentre canticchiavo una canzone di Gino Paoli.
Solista, compositrice, performer. Come affronti queste tre situazioni musicali?
In alcuni periodi certamente sono più pianista che compositrice; in altri, devo dire, lo strumento va in secondo piano e mi capita nel concreto di lavorare maggiormente nella composizione (anche se, a dire il vero, il mio lavoro difficilmente prescinde da una prima idea pianistica). Performer: credo che tutte le arti sceniche (anche la musica dal vivo) non possano prescindere dal concetto di azione performativa. La musica, come il teatro, vive anche di corpo, di gesto, di respiro vivo. In generale mi piace che la musica possa essere fruita dal vivo, che si crei una relazione tra l’artista e il pubblico. Ed è per questo che amo maggiormente scrivere musica per il teatro piuttosto che per il cinema, poiché non è inconsueto che il compositore (e gli strumentisti in genere) possano essere in scena e interagire con l’azione spettacolare e vivere nel concreto la propria scrittura e il proprio corpo.
Lavori spesso in vari generi sonori, talvolta trasversali: ma è così diverso suonare i Beatles e Stravinsky?
Certamente è differente essere esecutore di una complessa partitura scritta nel dettaglio da un altro compositore (magari un pilastro della musica cosiddetta ‘colta’) dall’essere un bravo pianista che attraverso il proprio personale linguaggio “traveste” pagine scritte da altri e, in qualche modo, le riscrive. Ma credo che debba sempre esserci consapevolezza e responsabilità da parte del musicista, qualsiasi sia la proposta. Siamo noi a dover sensibilizzare il pubblico al valore della musica, ad accrescerlo culturalmente, quindi noi per primi dobbiamo essere adeguatamente consapevoli, qualsiasi sia l’operazione artistica che proponiamo. Non è facile. Credo che la professione di musicista spesso vada vissuta con maggiore responsabilità a partire da noi stessi; siamo noi artisti a tracciare il nostro destino “sociale”, non mi piace chi si limita a lamentare le pessime condizioni di funzionamento del sistema di fruizione artistico e culturale senza prendersi le proprie responsabilità a partire dalle piccole cose. Io non voglio essere così.
Lavori anche per il teatro, il cinema, la letteratura, le arti visive: credi dunque nel rapporto tra linguaggi espressivi diversi?
Si, certamente. Come ti dicevo, a mio parere le arti performative (in particolare il teatro, la danza, la musica) non hanno confini così marcati. Credo in un’idea sincretica dell’arte, in cui tutto contribuisce a essere ricerca del bello. Un attore deve ‘sentire’ la musica, l’organizzazione degli elementi nel tempo, il ritmo, le dinamiche, i colori. Così il danzatore. Il performer, in genere. Credo anche che un musicista debba imparare a stare in scena ed essere consapevole della propria fisicità, perché non è secondario.
Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che tu associ alla musica?
Mi piace immaginare che l’ascoltatore possa ricostruire un’immagine specifica, vaga ma a suo modo definita; quando scrivo (ma anche quando suono) seguo un’idea che ho in testa, astratta ma legata spesso a un’immagine di cui ho fatto esperienza con gli occhi o anche solo nella mente. Ma non ci sono regole; mi viene naturale concepire la musica come fosse pittura, tutto qui. O fotografia.
Tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta? non più di cinque…
Ma è una domanda difficilissima! Ok, ci provo, vado a istinto. Certamente “BTTB” di Ryuichi Sakamoto, il “Concerto in G per piano e orchestra” di Maurice Ravel (con Michelangeli e Celibidache che dirige la London Symphony Orchestra), “Ho sognato una strada” di Ivano Fossati, “The Nyman/Greenaway Soundtracks” di Michael Nyman e – tienti forte – “Desaparecido” dei Litfiba! Ma, è ovvio, ce ne sarebbero centinaia.
Ami leggere e guardare i film? Quali sono stati i tuoi ‘idoli’ nella letteratura e nella regia?
Amo moltissimo la letteratura. Sono molto affezionata ad esempio a tanti scrittori che hanno lavorato per il teatro: Wilde, Beckett, Ionesco, Cocteau. Adoro Kundera, Kafka. Ma anche gli italiani Mariangela Gualtieri, Dino Buzzati, Alessandro Baricco. I registi di cui non potrei mai fare a meno – mi riferisco a una letteratura cinematografica abbastanza moderna – sono certamente David Cronenberg, Tim Burton, David Lynch, Lars Von Trier (sì, lo so, starai pensando: tutta gente allegra!). Ma, per sdrammatizzare, aggiungo anche Pedro Almodovar e Woody Allen.
E i pianisti che hai maggiormente amato?
Arturo Benedetti Michelangeli, senza ombra di dubbio. Sembra non essere umano per la sua inflessibile perfezione. Keith Jarrett ma, nel genere, amo ancora di più Brad Mehldau. Adoro la grazia cristallina di Ryuichi Sakamoto. E Bill Evans, naturalmente, e tanti altri.
Quali sono le tipologie di artisti in genere con cui ami collaborare e perché?
Sono gli attori. Mi formano costantemente. Mi piace lavorare con loro perché hanno il senso della scena, del tempo, del corpo da gestire. E poi mi piace lavorare con i musicisti elettronici (meglio se di formazione e sensibilità trasversale), interagire con loro e creare manipolazione del suono, aprirmi a nuove possibilità timbriche ed espressive.
Puoi elencarci qualche tua importante collaborazione?
Ho collaborato con il musicista Mario Guida, ad esempio, interessantissimo compositore e sound designer; il mio disco “Doppio gioco” ha contaminazioni elettroniche curate dal Maestro Marco Biscarini; sto inoltre lavorando a un progetto con il musicista e artista visivo Alex Zannier (in arte Ottodix), con cui è in programma un tour di concerti elettroacustici da settembre. Collaboro inoltre con Andrea Nevi, videomaker che adoro e con cui da anni realizzo opere di videoarte; abbiamo fatto molte cose insieme, in Italia e all’estero. Lui è anche il regista del videoclip del mio brano “Because The Night” del mio disco “Doppio Gioco”.
Come vedi la situazione della musica in Italia?
Sono un po’ preoccupata, seriamente. Vivo quotidianamente i numerosi problemi (economici, di gestione, di cultura, di politica storta, di istruzione, di divulgazione, di economia e regole del mercato) e davvero è un gatto che si morde la coda. Non ho la ricetta, ma dobbiamo cercare di uscire il prima possibile da questo loop di impoverimento e sciatteria culturale in cui si mischiano colpevoli e vittime; siamo a terra, nonostante nel piccolo territorio si muovano tante realtà interessanti e ammirabili.
Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?
Oltre al progetto con Alex Zannier di cui parlavo prima, voglio continuare a lavorare assiduamente in teatro (con il musical, l’opera, il teatro di parola). Voglio anche realizzare al più presto un nuovo progetto discografico, magari per pianoforte ed elettronica, tutto composto da brani originali. E c’è infine, dopo un recital al Museo Borgogna di Vercelli, la possibilità di incrementare il mio progetto sui Beatles con alcuni artisti piemontesi, facendolo conoscere in tutt’Italia…
