
Jazz Set, le straordinarie biografie di venti musicisti è l’ultimo libro di Guido Michelone, pubblicato da Barbera Editore. Scrittore, studioso poliedrico (dal rock ai media, dalla letteratura al cinema) e docente universitario presso il Conservatorio Vivaldi di Alessandria e il Master in Comunicazione Musicale della Cattolica di Milano, Guido Michelone è un esperto conoscitore della musica jazz, popular e black. Con un orecchio sempre attento a tutte le tendenze sonore odierne,è un riferimento in materia, grazie anche alla sua concezione della musica, priva di pregiudizi e guidata da una sincera passione, a cui associa una conoscenza enciclopedica.
Il suo ultimo lavoro è un omaggio a venti figure della storia del jazz, che tratteggia attraverso biografia, storia e musica. L’espressione “jazz set” l’ha coniata lui stesso, definendo così di volta in volta il milieu in cui operano venti musicisti chiave di ieri e di oggi, simboli di epoche e tendenze tra loro anche diversissime. Con un linguaggio divulgativo e accattivante, Guido Michelone intende, con quest’opera, avvicinare al jazz anche i neofiti, riuscendo a sfatare il mito secondo cui solo chi si intende di musica può leggere di musica.
Il suo neologismo Jazz Set che cosa significa e come nasce?
Si tratta di un gioco di parole che ho inventato, sostituendo jet con jazz: come il ‘jet’ del ‘jet set’ non si riferisce solo alla gente che viaggia su grossi aerei (poteva essere vero cinquant’anni fa) ma più diffusamente ai grandi ricchi, così il jazz set è quel mondo composto da importanti jazzisti (non necessariamente i migliori sul piano artistico), che magari si sono anche arricchiti (non sempre, però), ma che di certo fanno parte a pieno diritto dell’immaginario popolare del secolo scorso e di quello che stiamo vivendo. L’espressione jazz set non nasce da esigenze musicologiche, ma dall’idea di far colpo sui lettori, spesso troppo pigri nel mondo del jazz.
Con quale criterio ha scelto i musicisti che meglio esprimono questo concetto?
Li ho scelti anzitutto scartabellando tra tutto quanto avevo scritto sull’argomento da oltre trent’anni. Per me era giunto il momento di mettere un po’ d’ordine su quanto era uscito su riviste, quotidiani, fanzine e mai più ripubblicato. Mi sono ritrovato con un centinaio di brevi monografie, soprattutto di jazzmen moderni e contemporanei. Le più brevi sono finite nel precedente volume “60 jazzisti”, le venti più lunghe in questo “Jazz Set”. Ne sono rimaste fuori altre venti, riguardanti soprattutto jazzisti italiani e qualche ‘minore’. Qui, insomma, in “Jazz set” ho inserito venti nomi che fossero più o meno noti a tutti, magari in maniere diverse, con l’idea di coinvolgere anche un lettore che non abbia mai sentito parlare di jazz.
Si tratta di un approccio nuovo per raccontare la storia del jazz?
Credo di sì, soprattutto per quel che concerne la struttura del libro. Le singole monografie non aggiungono nulla di eclatante a quanto già si conosceva di Louis Armstrong o di Duke Ellington, ma rileggendole tutte e venti, prima di decidere di farne un libro, ho notato che ognuna aveva un approccio metodologico diverso, dovuto alla differente originaria destinazione: di alcuni jazzmen ad esempio ho raccontato, in breve, ‘vita, morte e miracoli’, di altri mi sono occupato più degli aspetti artistico-musicali, di altri ancora la disamina è ricaduta su alcuni periodi della loro vita o di una parte della produzione discografica. Alcune volte ho praticato un metodo sociologizzante, altre invece più psicologico oppure antropologico. Anche il taglio passa sovente dal giornalistico al divulgativo, dall’analisi alla riflessione. Tutto questo, a un lettore intelligente (e non prevenuto, come possono anche risultare certi jazzologi), può stimolare differenti molteplici attenzioni, che si possono incrociare o sovrapporre o portare a ricercare verso ulteriori direzioni critiche.
Alcuni jazzisti sono stelle mondiali, altri più noti tra gli addetti ai lavori: cosa li accomuna?
Li accomuna il fatto che hanno rappresentato ‘qualcosa’ per la musica, durante e/o dopo la loro attività. E questo ‘qualcosa’ varia da caso a caso a seconda dei venti nomi. Se fossero stati tutti del tenore di Armstrong o Ellington (come Parker, Gillespie, Mingus, Tristano, Ornette, Tatum, che non sono presenti), allora il discorso e il libro sarebbero stati più coesi o unitari, ma io ho voluto fare diversamente. E diversamente anche dai soliti libri che parlano dei dieci migliori jazzisti, dei cento album più importanti e via dicendo.
Duke Ellington e il Trio Lescano, George Gershwin e Lelio Luttazzi: il jazz in Italia è un capitolo così importante?
Sono quattro i jazzmen di casa nostra che ho inserito, a cui vanno aggiunti altri sei europei. Dunque rispetto agli Stati Uniti (che sono la culla e la patria del jazz e che ancor oggi rappresentano al meglio quest”arte’), la metà risulta del Vecchio Continente, ma non per ragioni campanilistiche o di pretesa superiorità: da sempre mi sono occupato di jazz italiano, per il fatto che, quando ho iniziato ad ascoltare jazz, i solisti e i gruppi della Penisola iniziavano a fare passi da gigante, come del resto accadeva (forse anche prima) in Francia, in Inghilterra, in Scandinavia. Oggi, di fatto, il jazz europeo è una realtà ammirata in tutto il mondo, America compresa. E poi esiste il discorso puramente editoriale: chissà che, guardando l’indice e osservando così tanti nomi italiani, il lettore digiuno di jazz s’incuriosisca!
Partendo dalle vite dei jazzisti e parlando di musica in modo semplice, l’intento di “Jazz Set” è di raggiungere anche i meno esperti?
Certo, come le dicevo prima, l’obiettivo resta quello di raggiungere un pubblico nuovo e aggiungere nuovi adepti all’ascolto e alla cultura del jazz.
Billie Holiday e Chet Baker sono solo alcuni esempi dei tanti eroi tragici che troviamo nella storia del jazz: quanto il vivere al limite è associabile al jazz?
Lo è stato nella prima parte del XX secolo, quando il jazz era una musica di massa, con lo swing, o quando al contrario era diventata un’arte non subito capita, come il be-bop. Non a caso la Holiday e Baker, che lei cita, sono emblemi rispettivamente dello swing e del be-bop. Oggi il testimone delle esistenze borderline è passato al rock: i primi a drogarsi furono appunto i jazzisti, ma poi hanno smesso; oggi cocaina ed eroina sono quasi sempre all’ordine del giorno di tanti musicisti della serie sex and drugs and rock’n’roll.
Quanto invece della produzione musicale di un artista è frutto del suo vissuto?
Gli psicanalisti direbbero tutto! Nel jazz, e nella musica in genere, la questione risulta più complessa, nel senso che si tratta di un linguaggio astratto, dove è arduo cogliere il lato biografico, perché una nota o una serie di note non esprimono un concetto nè descrivono cose, oggetti o persone. Per ritrovare tracce del vissuto è necessario ricorrere alla parola scritta e alle sorgenti letterarie, ovvero ai titoli di brani o di album. Certo, l’esempio di impegno civile di un Max Roach si riscontra facilmente in album dai titoli espliciti, come “Freedom Now Suite” o i ricordi d’infanzia di Armstrong emergono nella canzone “St. James Infirmary”; il tema della disintossicazione viene evocato da Parker in “Relaxin At The Camarillo” o quello dell’integrazione razziale nella suite “Black Brown And Beidge” di Ellington. Ma se noi ascoltassimo per la prima volta queste musiche, senza conoscere i titoli, saremmo così sicuri di ‘tradurre’ i suoni nei soggetti che ho appena menzionato?
Il jazz si può considerare ancora oggi una musica viva ed in evoluzione?
‘Viva’ senza dubbio, basti osservare la quantità di festival, concerti, dischi che aumentano di anno in anno, nonostante la crisi. ‘In evoluzione’ forse no, se diamo a questa parola il significato di rinnovamento continuo e perpetuo. Il jazz, dalle origini sino agli anni Settanta, ossia dal ragtime alla fusion, sembra registrare un’accelerazione costante verso la ricerca di un’originalità che rinneghi quanto svolto in precedenza, come accade alla musica colta europea dal gregoriano alla dodecafonia, ma in oltre mille anni di storia, con una velocità dieci volte inferiore. Oggi, da ormai quarant’anni, il jazz vive forse di luce riflessa, anche per la mancanza di grandi maestri (come Coltrane o Miles) che indichino nuove vie assolute.
Uno degli esempi contemporanei è Keith Jarrett, il jazz set con nevrosi moderne: si può considerare un caso isolato o è la direzione che ha preso il jazz di oggi?
Ecco, forse l’ultimo maestro in ordine di tempo è proprio Jarrett, non perché abbia aperto o fondato una scuola (ci sono solo scadenti imitatori del suo stile pianistico), ma per il fatto che è stato il primo a capire che si può fare jazz in più modi contemporaneamente. Jarrett passa disinvoltamente dalle solo improvvisation allo standard trio, dal repertorio classico al duo o al quartetto, facendo ogni volta una musica diversa, pur nella riconoscibilità univoca del tocco pianistico. Dopo di lui tutti o quasi hanno svariati progetti contemporaneamente: Wynton Marsalis, Steve Coleman, Paolo Fresu, Stefano Bollani per citare i primi che mi vengono in mente.
Da questo suo lavoro si evince che il termine “jazz” abbraccia stili diversi ed è quindi un concetto molto ampio: cosa comprende il jazz e come si può definirlo?
Domanda da un milione di dollari! Concordo con quanto sostiene il grande musicologo Stefano Zenni, e cioè che il jazz è definito come tale ogni volta dalle proprie epoche. L’idea del jazz degli anni Venti del Novecento divergeva da quella dominante nella seconda guerra mondiale o nel Sessantotto o ai nostri giorni. Ora prevale un’idea piuttosto inclusiva che esclusiva rispetto a ciò che viene chiamato jazz: esso resta un esempio eccellente di dialettica, fusione, incontro, contaminazione, assorbimento tra stili, linguaggi, arti, culture lontane – per esempio nero e bianco (e meticcio), America e Africa (ed Europa), scrittura e improvvisazione (e arrangiamento), ritmo e melodia (e timbro). Sono però contrario a organizzare quei jazz festival dove si spaccia di tutto, dal blues al reggae, dal pop al rock e via dicendo: sono operazioni puramente demagogiche, capaci solo di confondere le idee dei neofiti! Meglio, passatemi la battuta, leggersi prima un libro come “Jazz Set”!
