Guido Michelone intervista Carlot-ta

carlot-ta 2014
La giovane cantautrice realizza Songs of Mountain Stream

Carlot-ta è ormai una realtà consolidata, persino a livello europeo, nell’ambito della nuova canzone d’autore: una moderna folksinger, senza compromessi, che musicalmente risulta aggiornatissima, idealmente vicina al new acoustic movement, nonostante gli esordi nel rock, con il tipico gruppo liceale Le Prerogative. A livello musicale, oggi, predilige atmosfere oniriche, anche molto variegate che passano dal minimalismo alla classic song, mentre sul piano letterario, dopo essersi cimentata con le versioni sonore di mostri sacri quali Thomas Eliot ed Emily Dickinson, scrive ora brani quasi ecologisti in un contesto visivo tra impressionismo francese e divisionismo montano.
La voce è unica, originale, straordinaria, in grado di scoprire ogni ottava dai timbri acuti a quelli gravi, evitando certi spettacolarismi avanguardisti, evidenziando anzi una naturale vena dolente e malinconica. Restia a concedere lunghe interviste e a confessarsi a 360 gradi, Carlot-ta ha accettato, con molto entusiasmo, di parlare del nuovo Cd Songs of Mountain Stream – il secondo a suo nome dopo Make Me a Picture of the Sun di due anni fa – in questa conversazione in esclusiva per La Poesia e lo Spirito/em>. Songs of Mountain Stream è uscito pochi giorni fa per Brumaio Sounds, e contiene undici nuovi brani dove lei, accanto a una cerchia ristretta di fidi collaboratori, suona anche molti strumenti, dall’organo al pianoforte, dalla chitarra alle tastiere, dai sintetizzatori ala batteria; è insomma un disco bellissimo, che, per fortuna, sarà presentato in molte città italiane nei prossimi mesi.

Vuoi parlarci di questo tuo nuovo disco?
È un album che racconta il mio rapporto con alcune montagne. Nello specifico sono quelle delle Alpi occidentali. Ancor più nello specifico sono quelle della Valsesia. Il repertorio di immagini proviene da lì, ma quelle cantate non sono montagne del tutto reali, quindi ognuno può immaginare la sua montagna preferita mentre ascolta le canzoni.

Perché il titolo?
Songs of Mountain Stream, ovvero “le canzoni del ruscello di montagna”, è una formula letta in una poesia di William Wordsworth. Mi è sembrata perfetta per introdurre questo mio “canzoniere alpino”. Il ruscello non è solo uno degli elementi che hanno ispirato le canzoni, risuona realmente all’interno di queste. Infatti, in tutto l’album, per creare un legame vero e proprio con lo scenario e il luogo narrato, abbiamo utilizzato un preciso espediente sonoro: ho effettuato delle sessioni di field recording per i boschi, i villaggi, le fattorie, i ruscelli e queste registrazioni sono poi state utilizzate da Rob Ellis, il produttore del disco, per creare dei drum kit. Tutte le batterie e le parti ritmiche del disco sono quindi in realtà rami che si spezzano, motoseghe che si spengono, vecchie campane, versi di animali, il ruscello che scorre.
Infine, tutto l’album è una sorta di stream of consciousness; è il pensiero di quei luoghi, più che non una loro descrizione. Un flusso di immagini vere e idealizzate di quel paesaggio.

Come nasce la collaborazione con il produttore inglese?
Volevo che il disco non fosse costruito in base alle esigenze del “mercato” nazionale, così cercavo un produttore artistico che avesse i miei stessi riferimenti e le mie stesse volontà. I miei editori mi hanno messa in contatto con Rob Ellis, che ha lavorato con Pj Harvey, Marianne Faithfull, Ute Lemper e più recentemente ha prodotto il disco di esordio di Anna Calvi, uno dei miei dischi preferiti degli ultimi anni. Ha ascoltato i provini delle mie canzoni e ha accettato di lavorarci; è venuto a trovarmi a Vercelli, per capire se e come avremmo potuto svolgere il lavoro e abbiamo poi registrato in parte qui, nello studio di Enrico Caruso e in parte a WestBay, il villaggio di pescatori in cui Rob vive.

Di solito sono quasi tutti pezzi tuoi: come hai lavorato alla composizione?
Alcuni brani sono stati scritti subito dopo la pubblicazione del mio primo disco, altri sono invece più recenti e rientrano ancora di più nell’idea di questo concept alpino; sono stati composti pensando a questa precisa destinazione. Nascono tutti al pianoforte, da un’idea melodica o armonica. C’è anche una cover nel disco, di una canzone scozzese tradizionale del XIII secolo…

Avverti in te qualche cambiamento di prospettiva rispetto al primo album?
Credo che questo lavoro sia più naturale e personale. Dopo il primo disco tutti mi davano suggerimenti su come avrei dovuto fare il secondo e ho pensato che la cosa migliore fosse lasciar perdere i loro consigli e cercare di agire nel modo più spontaneo. Rob Ellis non ha nemmeno voluto ascoltare Make Me a Picture of the Sun prima di mettersi al lavoro sulle canzoni, si è basato unicamente sui miei provini. L’unica strategia che abbiamo adottato è stata quella di dare un sound unitario al lavoro che, rispetto al primo è sicuramente più organico. Per questo l’espediente dei campioni dal bosco.

Quali temi letterari ami maggiormente?
Non credo ci siano dei temi che prediligo. In generale scrivo in modo più descrittivo che narrativo. Mi piace l’idea che ogni canzone sia un quadro, un’immagine compiuta, ma un po’ ambigua. Amo descrivere personaggi, paesaggi o trovare espedienti più giocosi o poetici, se vogliamo, in cui la parola è un pretesto per utilizzare determinati suoni.

Che cos’è per te la voce?
Sicuramente lo strumento più diretto e comunicativo.

Quali sono le voci di cantanti (anche lirici, classici, pop, jazz, rock, folk) che ammiri di più del presente e del passato?
Diamanda Galàs, soprattutto nelle sue performance meno sperimentali. Poi Edith Piaf.

Spesso la tua musica, ai meno giovani, richiama atmosfere alla Kurt Weill nel periodo di collaborazione con il poeta e drammaturgo Bertolt Brecht: ti riconosci in questo compositore?
Non sono una profonda conoscitrice di Weill, ma quello che ho ascoltato mi è piaciuto molto. In generale, sento in qualche modo vicine alcune sonorità da cabaret weimariano e credo di riuscire a interpretarle abbastanza bene. A volte vorrei essere più sobria nella scrittura e nell’interpretazione, ma evidentemente questa per lo stile un po’ teatrale è una propensione naturale.

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