A tu per tu con “Giovane giovane giovane” di Guido Michelone

Michelone con Giovane
Interviste di Roberta Invernizzi, Fabio Ponzana, Francesco Brugnetta

Guido Michelone inizia in questi giorni le presentazioni in tutt’Italia di Giovane, giovane, giovane, il nuovo romanzo che racconta di un misterioso programma in cui tredici ospiti rivelano la loro vita, pubblica e privata, partendo dalla canzone che più hanno amato. Un mix di suspence e ironia per la quarta opera narrativa dell’autore vercellese (famoso soprattutto per l’opera saggistica in ambito musicale e filmico) dopo Cinquanta. Secondo Novecento, A Charlie Chan piace il jazz, Faber romanzo di vita, Parigi a Vercelli. Ne parla a fondo l’Autore, contattato di volta in volta da tre colleghi per questa tripla intervista in esclusiva per La Poesia e lo Spirito.

Roberta Invernizzi (scrittrice)
Cominciamo dalle parole (che, come si sa, sono importanti): preferisce parlare di “gioventù” o di “giovinezza”?
Gioventù era una canzone di Umberto degli anni Sessanta, Giovinezza un inno fascista, meglio dire semplicemente Giovane. Battute a parte, mi interessa l’essere giovane o giovani quale condizione esistenziale che si rimpiange da adulti, ma che tra i 12 e il 21 anni circa si vive inconsciamente e la si soffre come un enorme fardello.

Leggendo questo bizzarro libro, si ha l’impressione che lei si sia parecchio divertito a scriverlo. Come sono nate le scelte narrative di cui apprezziamo il risultato?
Sì, alcuni capitoli mi auguro che siano divertenti, perché li ho scritti con un intento umoristico, sperimentato su me stesso, in prima persona, anche se sono consapevole che ciò che fa ridere me non necessariamente faccia sorridere un altro; è la grande sfida dello humour culturale in letteratura, al cinema, in pittura o a teatro: riuscire nel contempo a divertirsi e a far ridere il maggior numero di gente possibile, condividendo, tra autore e lettore, i presupposti morali, etici, intellettuali e intellettivi, e magari anche politici. Le scelte narrative dell’intero romanzo sono nate, invece, molto seriamente, nella piena coscienza di architettare un’opera strutturata in modo ‘classico’, mediante un filo conduttore e attraverso tanti capitoli divertenti, che sfociano in quelli finali, tragici, scritti in maniera di proposito informale, ermetica, anarcoide.

Le storie raccontate in “Giovane giovane giovane” sono percorse da alcuni argomenti portanti, fra i quali la musica. Lei (fra le altre cose) è musicologo: a suo avviso, quali sono le caratteristiche che una canzone deve avere per poter essere definita “giovane”?
Non ho usato canzoni particolarmente giovani, ma quelle che i personaggi ricordano meglio quale colonna sonora o colonna portante della loro giovinezza. C’è di tutto, insomma: canzoni belle e brutte, famose e sconosciute, almeno al giorno d’oggi, scelte in maniera congeniale alle storie raccontate. Alcune sono, in effetti, autoreferenziali, perché parlano di giovani, ma non è una conditio sine qua non. Per rispondere alle caratteristiche richieste, una canzone, per me, è giovane quando è ancora attuale, benché vecchia nel tempo, come quelle di Bob Dylan o Leonard Cohen, dei Beatles o dei primi Rolling Stones, che cantavano mezzo secolo fa.

Altra presenza costante è quella dei gatti: il loro pelo non diventa brizzolato, la loro pelle non viene solcata da rughe, i loro movimenti si mantengono agili anche in età matura. Sono questi i motivi che glieli hanno fatti scegliere per questo libro?
Vero, i miei gatti sembrano ancora dei cucciolini, benché siano ormai adulti. Ho scoperto i gatti di recente, in quegli ultimi sette, otto anni e devo dire che sono una compagnia talmente fantastica che mi hanno appunto suggerito sia racconti sia alcuni capitoli di questo romanzo. Ma non è l’aspetto fisico, bensì l’intelligenza del gatto ad avermi ispirato.

Queste pagine sono dense di riferimenti culturali, da quelli letterari a quelli cinematografici. Lei si rivolge a un lettore particolarmente colto, in grado di assaporare fino in fondo questa rete di rimandi?
Sì, in effetti, nei miei romanzi ci sono diversi registri e molteplici chiavi di lettura, pensate a lungo, consapevolmente, con rimandi decifrabili forse solo da un pubblico medio-alto, anche se penso che il mio stile sia ‘popolare’, ad esempio nel lessico o nella sintassi, dunque in grado di essere letto da tutti. Tutto questo, perché non amo la narrativa di consumo o meglio non mi piace scrivere alla maniera dei tanti scrittori di successo, alla moda, di cui non invidio le banalità; semmai sono geloso dei loro contratti, anticipi e guadagni. E ovviamente della loro notorietà mediatica.

L’ironia intride Giovane giovane giovane. C’è un messaggio serio che intende esprimere attraverso questa curiosa pubblicazione?
Alla fine è tutto molto serio, anche se forse un messaggio unico non c’è, se non quello di prendere atto della mediatizzazione globale del mondo, che porta gli individui e la collettività a subire una sottocultura devastante, con la quale gioco, sul piano letterario, oltre a contestarla apertamente. Poi in Giovane giovane giovane vi sono tanti messaggi quanti capitoli: per esempio, un messaggio pacificista, un altro di indignazione verso gli attentatori alle Twin Towers o verso chi picchiava a Bolzaneto, perché, oltre la musica, il cinema, la letteratura, c’è anche, in maniera citazionista, molta storia contemporanea nel mio libro.

Chi è Laszlo Kovacs, citato in quarta di copertina come entusiasta lettore di Giovane giovane giovane? Wikipedia mi ha rivelato solo un politico ungherese, un fotografo che ha lavorato anche in Easy rider e un ex calciatore.
Nessuno di loro: è un musicologo di Budapest di vecchio stampo, che non vuole apparire in rete.

Quali sono, a suo avviso, i segnali più inquietanti dell’avvicinarsi della senescenza?
La mente, la memoria e la voglia di fare sono ancora quelle di un giovane, l’aspetto fisico non più, e non sono certo il tipo che ricorre alla chirurgia plastica.

Lei si sente giovane tutte le ore del giorno, tutti i giorni dell’anno?
Nello spirito sì, ma le ore notturne le uso per dormire, non per i rave party da mezzanotte all’alba, a stordirsi di techno music e di droghe sintetiche (né di alcun tipo di stupefacente, compresi tabacco, alcool e cibo a base di carne).

Fabio Ponzana (medievista)
Come intende Guido Michelone, oggi, il concetto di “romanzo sperimentale”?
Una narrativa comunque leggibile, ma che osi andare oltre o fuori dalle pastoie della letteratura mainstream dei nostri giorni, i cui romanzieri sopravvalutati sono soltanto, spesso, mestieranti di genere (il noir, per esempio) o continuatori dello psicologismo e della memorialistica che non ha detto più nulla di nuovo dai primi del Novecento. Sperimentazione, per me, vuol dire mescolare registri, codici, linguaggi, usare citazioni dirette, scombussolare l’alto e il basso della cultura odierna o precedente. Ma è un discorso ampio, complesso, problematico che andrebbe approfondito e che latita nella cultura italiana da trent’anni almeno

Giovane giovane giovane: oggi un imperativo, ai nostri tempi, un diritto. Resisteremo in questa “differenza”?
Vero, da un lato c’è ormai un giovanilismo diffuso ad ogni età; dall’altro, esiste una prepotenza giovanile contraddittoria che va dalle febbri del sabato sera (con le loro stragi) alla disoccupazione estesa ormai al cinquanta per cento dei giovani europei. Il mio libro, però, almeno nelle intenzioni, non ha valenze sociologiche, non è un’analisi di alcuni casi limite o esemplari, ma cerca umilmente di riflettere attorno a speranze, utopie, illusioni di alcuni giovani incastrati, forse loro malgrado, nel meccanismo perverso di una trasmissione mediatica, che all’inizio non rivelo cosa sia: Radio? Tivù? Web?

La foto di copertina ritrae un uomo più felice, più triste o, semplicemente, più inconsapevole?
Forse è l’inconsapevolezza del giovane, che si sente triste e melanconico a vent’anni, ignorando che in realtà quella è ancora un’età felice e spensierata, a differenza della maturità o della vecchiaia.

Quanto ancora siamo “Giovani”? Abbiamo lottato abbastanza?
La storia dei giovani dell’Occidente – che indirettamente entra a far parte anche del mio libro – è una storia di chi a mio avviso ha lottato abbastanza ma ha sempre perso, negli ultimi cent’anni: tranne, forse, i giovani partigiani nella guerra, hanno perso i teddy boys del dopoguerra, i beat e gli hippy dei favolosi anni Cinquanta, i contestatori del Sessantotto, gli indiani metropolitani del 1977, il movimento della Pantera, gli studenti cinesi di Tiennamen, i pacifisti del G8 a Genova e altrove, i ragazzi americani di Occupy Wall Street, la primavera araba. Hanno perso nel senso che i loro sogni non si sono realizzati appieno, o affatto. Quanti di questi siano ancora giovani non lo so: alcuni sì, mi sembra. Io spero di essere ancora fra questi, nonostante l’età anagrafica.

Renato Curcio progettava attentati ascoltando il Banco del Mutuo Soccorso. Leggeva Kafka e Marcuse. I mandanti di oggi sono molto diversi. L’Ignoranza (con la I maiuscola) è una caratteristica del “giovane giovane giovane”?
Non saprei che dire, in merito. Obiettivamente, c’è una ignoranza diffusa ovunque: ci sono per esempio, da un lato, giovani anche europei di religione islamica che si arruolano fra i terroristi omicidi, e dall’altro i giovani annoiati, tra discoteche, telefonini, sbronze, disamore verso la cultura, l’istruzione, la scuola, la politica. Esiste solo un’esigua minoranza che fa volontariato o legge libri o va a teatro. L’ignorante per eccellenza, nel mio romanzo, è il conduttore/presentatore che sintetizza il peggio del peggio degli aspiranti divi dei talent show et similia. I giovani concorrenti sono eterogenei e forse rispecchiamo, simbolicamente, il crollo di tante speranze che io di persona ho vissuto in passato; da giovane, appunto.

Francesco Brugnetta (drammaturgo)
Quando – attraverso i tuoi criptoritratti – attacchi i potenti e i meno potenti, temi mai per la tua incolumità?
Assolutamente no. Non siamo nella Russia di Stalin o nel Cile di Pinochet. In Italia c’è ancora libertà di parola e di espressione. E poi, se la letteratura e l’arte in genere non assolvono un minimo (e dico minimo) compito di critica sociale, che ci stanno a fare? Purtroppo viviamo nel Paese dei paraninfi (per non dir peggio); gli artisti e gli intellettuali – a parte qualche onorevolissima eccezione – hanno persino timore a servirsi della satira, dell’ironia, del grottesco.

Si aspetta più gloria dai suoi studi specialistici in campo musicale e artistico o dai suoi romanzi?
Una piccola fetta di gratificazione e riconoscimento come critico musicale, da una nicchia di lettori in Italia, credo di averla. Paradossalmente, c’è più difficoltà a farsi conoscere in letteratura, perché c’è molta concorrenza in un tipo di scrittura popolare qual è la narrativa. Credo fermamente in una narrativa sperimentale o d’avanguardia; ho ancora più ostacoli in un mondo dominato dai romanzi d’appendice.

Non pensa mai che i suoi lettori potrebbero faticare a reggere il suo ritmo produttivo e le sue articolazioni espressive?
Dividerei i due pubblici, anzi tre, perché in genere chi legge di rock non legge di jazz e viceversa. Per quanto riguarda la narrativa non sono poi così prolifico: Giovane giovane giovane, in fondo, è il mio unico romanzo, dopo Cinquanta. Secondo Novecento, uscito nel 2004: in mezzo ci sono stati per lo più racconti, anche se alcuni molto lunghi. E il tempo per meditare sulle mie ‘articolazioni espressive’, in questi dieci anni, è più che sufficiente anche per il lettore meno smaliziato.

Guido Michelone, Giovane giovane giovane, Lampi di Stampa, Milano 2014.

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