I ragazzi del tunnel 57. Estratto da “Berlino. In fuga dal Muro” di Saverio Simonelli

Berlino. In fuga dal MuroI ragazzi del tunnel 57

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Wolfgang ripiegò la lettera e la ripose sullo scaffale vicino alla busta col francobollo israeliano. Poi si alzò in piedi e andò alla finestra lì accanto. L’ombra dei palazzi di fronte faceva a gara con la nebbia di quella mattina di inizio autunno. Un mondo che pareva pigro, rassegnato, come le facce dei passanti che andavano al lavoro. Si voltò anche lui con aria svogliata e i suoi occhi tornarono sui fogli lasciati in disordine sulla scrivania. Riprese la lettera in mano e la infilò nella busta, quindi aprì il secondo cassetto e la sistemò all’interno della cartella verde, quella delle lettere personali, ma che oramai poco avevano a che fare con le cose di tutti i giorni.

Sarebbe rimasta semplicemente un ricordo, la testimonianza di quello che Klaus davvero era: un filosofo, un idealista, uno che a un certo punto aveva mollato tutto lì a Berlino per fare quel viaggio in Israele: due mesi nei campi di lavoro dei coloni ebrei.

“Una piccola forma di risarcimento. Una cosa superflua che mai potrà cancellare l’infamia nazista. Ce la porteremo sulla pelle, per secoli. Però mi sono sentito di farlo. E lì starò bene. Mi farà stare bene.”

Non era difficile per Wolfgang riconoscere che Klaus faceva sul serio. Era lo stesso tono di quegli interminabili discorsi alla “Casa del futuro”, dove si incontravano spesso con gli altri per organizzare i piani di fuga dall’Est, i passaporti da falsificare, i corrieri disponibili, i tunnel da scavare.

Anche in piena notte lui ti squadrava da capo a piedi, poi ti faceva sedere al suo fianco e ti spiegava che era necessario anzitutto distinguere tra chi era politicamente perseguitato e quindi aveva diritto di provare la fuga e quelli che lo facevano per spirito d’avventura. Poi era anche importante stabilire quanto l’aiuto dato a queste persone avrebbe in realtà indebolito l’opposizione e la resistenza interna nella Ddr. Alla fine la morale era sempre quella: non bastava solo lavorare, scavare, spalare via la terra, prima bisognava capire il senso di quello che si stava facendo.

Capire, riflettere, valutare le conseguenze: non era quello il vocabolario di Wolfgang. Lui aveva un altro modo di ragionare e soprattutto di agire. E aveva altri modelli.

Il suo eroe ideale era Harry, Harry Seidel, più di un eroe sicuramente un idolo.

Lo chiamava l’animale per la sua capacità di affrontare ogni situazione, ogni rischio con un istinto ferino, con una determinazione che superava ogni logica, contraddiceva quasi la ragionevolezza.

Poteva scavare incessantemente per una dozzina di ore, Harry, senza sentire il bisogno di riposarsi, neanche per 5 minuti neanche per concedersi il lusso di una pipì. Dritto e concentrato sull’obiettivo, come un felino che ha inquadrato la preda e sa che non la perderà di vista neanche un secondo finché non l’avrà catturata.

E poi Harry aveva dalla sua una storia personale favolosa. Anzitutto era stato un grande sportivo, un ciclista di valore mondiale. Campione di Germania in tandem, finalista ai campionati nazionali nell’inseguimento. Non era andato alle Olimpiadi nel 1960 perché si era rifiutato di farsi somministrare degli anabolizzanti. “Non mi metto in corpo schifezze” aveva detto al medico senza mezzi termini. Per quel motivo però gli era stato impedito di andare alle Olimpiadi di Roma, quelle del 1960.

Erano fantastici anche i racconti che Harry faceva quando ne aveva voglia. Dettagliatissimi da non finire più. Del resto la zona a cavallo del muro la conosceva come pochi altri. Per alcuni mesi aveva anche guidato un furgone e consegnato i quotidiani nelle edicole dell’area. Attento osservatore com’era Harry aveva tutto stampato in mente, e non si sbagliava quasi mai. Come una pallina da tennis era rimbalzato più volte di qua e di là del muro.

In realtà sembrava passare come un fantasma, apriva varchi nel filo spinato con le cesoie, metteva fuori uso i riflettori, ma il massimo era stata una fuga spettacolare dopo un arresto: Harry si era lanciato dal secondo piano dell’edificio dove lo stavano interrogando e se l’era cavata con un paio di lividi. Insomma una specie di Superman, sia in sella alla sua bici che a piedi, e anche, ovviamente, dentro i tunnel.

Uscì di casa con un sacco di pensieri che gli frullavano in testa. Voleva, anzi doveva pensare alle azioni;, non era uomo di parole come quegli altri. I discorsi notturni sulle opportunità politiche, sulle priorità delle strategie, sui condizionamenti da parte di quelli del governo gli davano un forte senso di disgusto.

Lui l’aveva capito subito che erano solo delle vacche da mungere. Di cose pratiche e di soldi avevano bisogno, non di ideologie. Era stato bravissimo Wolfgang quella volta ad affrontare a muso duro il Ministro che temeva di compromettersi offrendo il proprio sostegno e soprattutto sborsando qualche marco.

“Signor ministro, sono stato cinque anni rinchiuso nelle carceri di Berlino Est, vuole credere che io non sia capace di mantenere un segreto? Lei ci aiuti e questa conversazione sarà come non ci fosse mai stata. Nessuno lo verrà a sapere, neanche sotto tortura.”

Poi aveva fatto per alzarsi e andarsene ma il Ministro lo aveva fermato. Un quarto d’ora dopo era a colloquio con il suo segretario personale per sottoporgli la lista della spesa: due radiotrasmittenti, una luce a infrarossi, quattro maschere antigas e qualche soldino. Per quel tunnel, il prossimo che dovevano scavare c’era bisogno di tutto questo. Sarebbe stata la loro impresa più straordinaria.

Si erano ingolositi anche quelli del giornale Stern che a scatola chiusa avevano acquistato i diritti di pubblicazione della storia in cambio di quindicimila marchi. E così anche i costi giornalieri erano sostanzialmente coperti.

Già le giornate. Nel buio del tunnel. La prima volta gli era tornato in mente il Conte di Montecristo, l’eroe della sua adolescenza. Era bello, ecco cosa aveva capito. Una bellezza che sapeva di sfida, di avventura, ma anche di sacrificio, sudore, sfinimento. Passare le ore a grattare contro la terra. Riempirsi gli occhi di polvere, tossire e poi sputare via quei grumi di muco e fango, rigagnoli di acque di scolo che ti scivolano dalla testa nella schiena, come se i capelli fossero grappoli di uva marcia, e poi la concentrazione assoluta, le orecchie tese per individuare ogni rumore che non sia il tuo. Ammassare sacchi su sacchi e portarli dall’altra parte. Chiamare le donne che ci riempiano le carrozzine. Deliziose copertine traforate rosa o azzurre che ricoprono non il musino rosa di un neonato ma luridi ammassi di fanghiglia e terriccio, misti a ciarpame vario: i frutti delle gallerie.

Quello era scavare il tunnel, tutti insieme, masse umane come stantuffi, avanti e indietro, avanti e indietro, primo di tutti, in cima alla fila quella bestia di Harry a guidare le danze. Quella era la vita per Wolfgang.

Si erano fatte le dieci e non c’era più una nuvola in cielo. La nebbia si era alzata, sostituita dai vapori della città. Si sistemò il bavero e continuò a camminare verso la vecchia panetteria. Era decisamente autunno. La panetteria. Il punto da dove erano partiti per scavare quel tunnel lungo quasi centocinquanta metri. Ancora un paio e l’obiettivo sarebbe stato raggiunto. Avevano calcolato tutto alla perfezione. Sarebbero spuntati fuori in una cantina di un comprensorio di Berlino Est. Non potevano sbagliare. Non questa volta.

 

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