Bisognerebbe chiamare questo libro, più che autoantologia, epifania progressiva di una vocazione poetica. Questo ci dicono i testi di Lucetta Frisa, raccolti a partire dall’aurora di questa chiamata, che – come scrive Vincenzo Guarracino nella prefazione – «viene da lontano» e «interroga la vita». Nei circa ottanta testi che compongono il volume – scelta parsimoniosa, in realtà – vediamo delinearsi una poetica che presenta rinvii, anticipazioni, cesure e riprese. Una poetica con decise incursioni nel surreale, più evidenti in alcune raccolte centrali (in particolare Notte alta e L’altra, entrambe uscite attorno agli anni Duemila), ma che presenta una costante: l’esercizio delle micropercezioni, quelle che – per citare un altro titolo, formalmente estraneo alla poesia – “sentono le voci”, le parole nelle cose. Basta una passeggiata in un luogo speciale, un odore, una stagione, un binario interrotto, perché le atmosfere di un tempo amato e mai visto tornino a chiamarci. E’ il momento in cui nasce la parola e ci raccoglie a sé. La poesia è questo: un coagulo di senso che dilata il tempo oppure lo contrae vertiginosamente, quando sentiamo che non è più soltanto nostro. Nell’attimo in cui tale sensazione di stare in un vortice di significato e di mistero trova la sua misura nel linguaggio, ecco il verso. «Scrivo respirando», recita un bellissimo testo giovanile.
Il sogno di questa voce è una specie particolare d’invisibilità, la mimesi assoluta con il corpo eterico del mondo: possa il verso dirlo, dunque, nel modo meno “pesante” possibile – la fisiologia del ricambio sanguigno, lo zucchero a velo sull’ala di una farfalla. Sono alate le metafore, alati gli avvicendamenti nel sogno, i molti scambi semantici e chiastici: dal foglio richiamano il volo delle foglie, dal mare estraggono il materno, dal prediletto elemento acquoreo configurano un’assoluta idrografia interiore. Alate, quasi in punta di piedi, le passeggiate tra forme difficili, coblas capfinidas e sestine, fra metri che – in deroga all’amato endecasillabo – nascondono in sé doppi settenari, come nella poesia Parlare della notte (tratta dalla raccolta Modellandosi voce). Per gran parte di questa ricerca – salvo forse in qualche testo centrale e gli ultimi inediti – le reminiscenze classiche ed erudite, complice la lunga pratica della traduzione, la fanno da padrone nel ritmo: ipermetri spesso inseriti in un ritmo ondeggiante, con giochi di assonanze sospesi fra leggerezza e profondità (esemplare la terzina, tratta dalla raccolta La follia dei morti: «Solo scavando nel suono del tempo/ con le parole gioco semino vento/ l’anima ardo e che mi ascolti invento»).
Altra costante di questa poesia, negli anni, è il volersi cibare di luce, come una pianta: in un testo la rappresentazione che l’autrice dà di sé – forse per un improvviso squarcio nell’inconscio – è quella di un frutto, di una pesca. Una poetica fotosintetica, che dalla luce trae il nutrimento: l’opposto della vita che distrugge altra vita, uccide gratuitamente animali, inquina il pianeta (è ben nota, in altri testi e in molte prose – fra le più significative la raccolta di racconti La torre della luna nera, uscita nel 2012- la notevole sensibilità ecologica dell’autrice). È questo che significa l’«orologio al contrario» dei versi dedicati a Gaspara Stampa? Un’inversione rispetto alle leggi biologiche, che rimangono in fondo inaccettabili? È la stessa legge del canto, del fuoco, del desiderio, che trasmuta la vita in verso: e tutto finisce in un foglio/foglia che ha il destino, come nella famosissima ballata di Bob Dylan, di volare nel vento, in attesa di un lettore che nutra di essa la propria esistenza. Ma è anche «la legge d’amore. Se risponde/ o sordo tace per noi l’unico bene/ è il nostro suono fragile e tenace».
L’occhio d’ape di Frisa – così simile agli spiritelli del Sogno di una notte di mezza estate – coglie il tutto nel poco, lo ritrasforma in verso in un’alchemica economia, capace di trasgredire il determinismo della morte. Maestri di questo paradossale “tutto”, per prima Emily Dickinson, poi la grande poesia medioevale, provenzale e castigliana: quella che impara «del gioco vano la bellezza» e capta la gioia piccola, facendosi del poco regina. Anche nelle ultime raccolte – quelle più dolenti, in cui l’angoscia è spesso ospite – la balordaggine del mondo s’incastona in versi di broccato, in sequenze di mistero che obbediscono a ritmi salvati nelle cellule. A questo modo d’inseguire la bellezza, Frisa è rimasta finora sempre fedele: e se all’inizio poteva scrivere che all’alba «si sente il pensiero come un corpo», nei versi maturi è la stessa carne, «l’antico tempio della nuca» a trattenere la voce del tempo, il sussurro dei morti. Possiamo dire, parafrasando la poetessa, che l’alfabeto dell’infanzia si è fatto adulto quasi senza volerlo. Attraverso le parole, attraverso il segmento di mistero che ci è concesso nel corpo vivo, noi percepiamo il tempo come un vortice e gli scomparsi siedono accanto a noi. La morte è trasmutazione. E la poetessa, «regina assoluta del piccolo», indica la sola stella in cui sia possibile incontrarsi: quell’isola invisibile, che soltanto chi sa volare non perde mai di vista. La mappa, di volta in volta aggiornata, sta in un libro.
Lucetta Frisa
da Nell’intimo del mondo (antologia poetica 1970-2015)
Essere soli è essere nell’intimo del mondo.
Antonio Ramos Rosa
da La costruzione del freddo
(,Salerno, Ripostes 1990, ebook Feaci edizioni 2007)
La passione
Della passione le inclinazioni
segui quella che ti assomiglia –
ma che sia generosa.
Il cuore delle cose è fiamma
fiamma il tuo cuore se si spalanca
allo spazio e accende le corrispondenze
in eloquente calore.
È la ragione istintiva del rosso:scavalca i punti di quiete
brucia l’osso e l’idea pulsando
nel dolore e sul foglio vivo
e li tramuta in opera.
Se il grigio ingrigisce i sensi
e assopisce il senso del tuo viaggio
ricòrdati del rosso che brucia sotto
e ha il colore del risveglio.
L’inadeguatezza
Dell’inadeguatezza le inclinazioni
conducono lontano dal tuo corpo,
l’alto desiderio innalza rupi
e più sali, più la strada scende.
Con la freccia spuntata miri al leone
coi piedi scalzi attraversi bufere
leggi parole che scompaiono –
sbagliano l’occhio o il libro?
L’acqua trabocca si frantuma il vaso
nulla si versa in te e non ti versi in nulla:
impara con penna e foglio la misura
tra parola e sogno e in mezzo la mano.
Insegna l’inadeguatezza a farti bastare il visibile.
da Modellandosi voce
( Milano, Corpo 10 1991)
Scrivere
La percezione del buio nello studio
mi insegna a non dimenticare
gli oggetti del giorno incolori e orfani
che scintillano assenti nello specchio.
Calma, nella notte, non invento nulla
neppure una parola logica – scrivo
respirando, tocco l’alfabeto infantile
che inavvertitamente si è fatto adulto.
Non ho imparato nulla di ciò che volevo sapere
qualcosa dico ma dimentico o ricordo
fuori di me, senza sforzo.
Il dolore c’è stato prima.
La percezione del buio nell’alta attenzione
ha distrutto lo sfondo, invaso
Carne e cervello che provano nuovi sopori.
Le congetture bruciano.
È così facile scrivere. Lascio alla luce
ogni angoscia, pongo la mano sulla penna,
la stringo. Mi porta via, cieca.
Da Disarmare la tristezza
(Dialogolibri, 2003)
Il mare
Ama il mare
che da bambina sostituiva i giochi
le chiacchiere la solitudine
e rendeva concreta
la sua fluida metafora.
E in sé sentiva la sua energia
il suono il ritmo l’assillo e la pace
e come uno specchio le bastava
stare davanti a lui,per essere.
Avrebbe fatto il mozzo
come nei libri di Jack London
fuggendo dalla terraferma
verso la grande Acqua del Disordine
passando da immagine a immagine
con la lezione della vertigine
e l’arte della sospensione.
Molto ha imparato
solo guardando il mare
o appena sfiorandolo con l’alluce rabbrividito
nuotando quel poco che basta
per tenersi a galla e stendersi sul dorso
battendo la schiuma coi piedi
senza altro desiderio che quello di essere lì
dov’era.
Le parole
le ama ancora nella loro dissennata
liturgia e nella loro folla cerca
un doppio che sembri ancora vivo,
e ama il loro rotolarsi
per espellere la disperazione
che sulla pagina imparerà uno stile.
Più infelice e inquieta se non scrive
scrive per aggiungere un po’ di fiato
al fiato il suo poco amore
all’amore se un giorno aveva traboccato
se si era fatta trapassare dall’ebbrezza
di suoni uomini mare alberi stelle
notte vento animali
e se sapeva emozionarsi.
Quale poesia- si domanda-
ha l’arte di disarmare la tristezza?
da Se fossimo immortali
(postfazione di Mauro Ferrari, Joker edizioni, 2006)
Lettera agli annegati
La prima lotta fu uscire da un ventre
verso l’asciutto vuoto verticale,
l’ultimo è il ritorno all’acqua.
Lo sai che i pesci tacciono muoiono
non tentano nessun limite nuotano
nella rete chiusa del mare.
Può ancora respirare chi continua a scrivere
lettere agli annegati
e a chiedere eternamente quale fessura
fine di sasso separi
chi fugge da chi resiste.
Nono autoritratto notturno
L’aria del buio
ipnotizza rimorso e nostalgia
una forza tranquilla emana da un centro
fermo o che credo lo sia
forse è un pensiero vertebrale
che mi fa stare
sveglia e diritta in me.
Battito di stelle contro il cielo:
se è figura di un sogno sparito
che ha sognato se stesso
tutto riporta a un padre illusorio
e al mio respiro orfano.
Ti prego, fammi credere di esserci
– senza lacrime lo dico –
credere che tutto è vivo
scorre si muove domanda non dà pace
credere che anche le cose morte
di notte si vestano di un corpo.

