
Il ladro è sempre mal visto, giustamente. Il mio e il tuo sono categorie intoccabili, anche se, cristianamente, tendono a diventare il nostro, come abbiamo notato per il pane della preghiera insegnata da Gesù. Ma fino ad allora non ci sono santi: la roba degli altri non si tocca.
Il ladro destabilizza il quadro, s’infila in territorio straniero, anche se lo straniero, per la Bibbia, è una specie protetta, particolarmente nel Vangelo, dove diventa un fattore decisivo del giudizio universale: ero straniero, e mi avete ospitato.
Nonostante tutto, il ladro continua a disturbare, a incarnare l’incubo delle notti di chi ha qualcosa da difendere. Certo, anche in questo caso la fede cristiana entra a gamba tesa, ricordando, per esempio, che chi vorrà salvare la propria vita la perderà, e che sopportare le persone moleste è un’opera di misericordia spirituale.
Detto questo, il ladro rimane un peccatore pubblico, un soggetto cui rivolgersi con l’indice puntato, destinato a incappare in qualche epiteto volgare, tipo “figlio di…”. Ma anche qui è impossibile ignorare la perentoria affermazione di Gesù: i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli.
Alla fine, dopo tanto concorrere di prove, mi rendo conto che non è così bislacco che io, il buon ladrone, sia entrato per primo in paradiso. Qualcuno sostiene che non fossi un ladro, bensì uno zelota, un terrorista: quisquilie. Chi si pente può pentirsi di qualunque cosa. Persino di non aver creduto all’amore di Gesù, che è il peccato più grande, quello che gli fa più male, perché Lui non vive d’altro. Infatti non vedeva l’ora di dirmi che la sera stessa sarei andato in paradiso, senza fare neanche un po’ di purgatorio. Lassù, poi, avrei cambiato comunque mestiere, perché in cielo, si sa, la tignola non consuma, e i ladri non scassinano e non rubano. Hanno altro a cui pensare.

“Gesù non è amato perché non è conosciuto, diceva Santa G. Bakita.
Chiamava “poverini” i suoi persecutori perché, diceva, non erano consapevoli di quel che facevano.
Saper vedere il mondo con gli occhi dell’Amore e riconoscerlo in ogni situazione, sarebbe un assaggio di paradiso già qui sulla terra.
Ladro, – davvero, un ladro dappoco, pregiudicato; faceva la posta
a donne e uomini, vecchi e bambini, a foglie, finestre, lampadine,
a vecchie chitarre, macchine per cucire, rami secchi, a se stesso. Rubava sempre
un loro atteggiamento, una loro espressione, le cicche che gettavano per strada,
i loro vestiti, quando si spogliavano nell’ora dell’amore, i loro pensieri,
le loro forme sconosciute, le loro e le sue, e ne faceva
grandi, strani mazzi di fiori o li piantava nei vasi. Adesso,
dal fioraio all’angolo, lo vedevamo dietro i vetri
aspergere con la pompa le grandi rose, le dalie, i garofani,
non li vendeva né li regalava; – un ladro singolare,
un principe decaduto dentro la sua serra. Solo il suo viso,
esangue, si distingueva in mezzo ai gigli altissimi,
come un morto nel feretro di vetro. Tuttavia,
nel freddo dell’inverno, questo fiorista coi suoi fiori invenduti
ci dava sempre l’impressione di un’eterna primavera; anche se in seguito apprendemmo
che tutti quei fiori erano di carta, colorati
con tinte rosse e gialle – ma soprattutto rosse – in sfumature varie.
Ghiannis Ritsos