Epopee.L’intreccio storico di Roberto Plevano Il Duecento bollente di Ezzelino & C.


di Ermanno Paccagnini

Suona come il libro della vita per Roberto Plevano questo Marca gioiosa, vincitore nel 2015 del premio Neri Pozza. Un libro covato più o meno inconsapevolmente a lungo, se pensiamo ai suoi studi di medievistica che nel tempo hanno saputo assumere toni, suoni, colori e sapori narrativi. Perché questo è Marca gioiosa, titolo che riprende il verso 10.976, lassa 479 («/a joiose Marche del cortois Trevixan»), della chanson de peste franco-veneta L’Entrée d’Espagne a indicare un territorio corrispondente grosso modo all’odierno Veneto di terra, avente in Verona la «porta» tra mondo e cultura germanica e quella italica. Un romanzo nel quale i dettagli anche più minuti hanno sapore ricostruttivo narrativo, permeati come sono da uno stile sapiente nel coordinare lingua d’epoca e lingua d’oggi, puntando soprattutto sulla strutturazione espressiva.
E ne viene uno spaccato storico, geografico e culturale rispettoso del tempo – un confronto con Vita e morte di Ezzelino da Romano di Rolandino dice in più punti di riprese letterali: dal discorso di Ezzelino agli inviati di Venezia, al terremoto bresciano o al rigido inverno del1234; così come i versi di Bertrand de Born, Monaco di Montadon e Uc de Saint-Circ, fra l’altro personaggio di primo piano nel romanzo – dentro cui si muove un protagonista che ha quale motto: «Vivi nascosto, non attirare su di te gli sguardi e l’attenzione degli altri, che raramente sono benevoli. Fa’ soltanto quello che devi. Questo è il primo passo per non ricevere né recare danno».
Un protagonista io narrante che ha assunto il nome del suo maestro di filosofia, Amalrico, nel momento in cui, lasciato lo Studio di Tolosa con un prezioso Compendio di arte medica, per ritornare a casa, in una Besièrs devastata dai Christi Milites della crociata contro gli albigesi, si salva dapprima grazie al giullaresco e folle Uc, che ritroverà anni dopo come trobador presso Ezzelino; quindi al «grande medico e maestro Mesulla», ebreo; infine al mercante Benbenisti, col quale giunge in quella Marca dove, «tra le fontane di Brenta e di Piava, vive gente schiva e diffidente, magari selvatica e ignorante, attaccata alle case e alle zolle come a nient’altro al mondo, certamente», ma che sa «dividere il pane e la polenta di avene e spella con i forestieri»; ma le cui città sono «ovunque lacerate dagli odi di parte, agitate da tumulti».
E qui Almarico entra nella corte dei da Romano, trascorrendo la gioventù con «un agitato piccoletto, il suo volubile fratello, una bimbetta capricciosa»: i fratelli Ecelinello, futuro grande Ezzelino da Romano, nel quale sin da piccolo si coglieva «qualcosa di inumano in quella tremenda energia che si irradiava dal suo corpo», Albric e Cunissa. E dal 121o, 2 1221, sino al 1236, vigilia del trionfo con la presa di Vicenza, Almarico accompagna Ezzelino nel «mare agitato» creato dalla brama di dominio dei da Romano: quel dominio, «che è il male più antico e più necessario», allontanandosene solo per quei percorsi di conoscenza che lo portano dapprima in Sicilia, alla celebre scuola medica salernitana, e più tardi a Parigi, divenendo magister artium. Con uno scopo preciso: «Ho pensato di dare un aiuto a leggere e commentare certi libri… Credo che ci sia un grande bisogno di scienze liberali, di arti e filosofia, in questi tempi».
Romanzo dal titolo antifrastico, calato in una realtà per nulla «gioiosa»; la cui partenza mi ha richiamato L’ordalia di Italo Alighiero Chiusano, per poi piegarsi in romanzo di viaggi, quindi d’amore (Almarico e Cunissa), d’avventura e persino picaresco; facendosi per tale via ricostruzione non solo storica ma anche culturale d’un tempo in cui ricompare la Fisica di Aristotele, nascono gli ordini mendicanti, guelfi e ghibellini si scambiano di continuo le parti e gli amici, e soprattutto rinasce la poesia e va formandosi una lingua. Un romanzo di cesellata finezza, con ben poca necessità di limature, ben circoscritto nei vari quadri, in equilibrio tra momenti di tenerezza ed efficaci attraversamenti dell’orrore, dai personaggi, anche i minori, quasi sempre ben disegnati e dal finale aperto (per una eventuale ripresa). Che diluisce nella narrazione, senza soffocarla, una riflessione sul potere e la sua follia.

[tratto da “La Lettura”, 24 settembre 2017]

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