Tra parentesi, di Barbara Pesaresi


Nella mia beata ignoranza trovo incomprensibile che sul calendario sia segnata in rosso la giornata di Ognissanti e non quella dedicata alla commemorazione dei defunti, dal momento che i morti ce li abbiamo tutti.
Da bambina, il due di novembre, la visita al cimitero con tutta la famiglia era un appuntamento al quale non si poteva mancare. Un rito da compiere insieme, sempre uguale e perciò rassicurante. Per quanto strano possa sembrare, non sono tristi i ricordi legati a quelle visite. Erano giornate di incontri: parenti che vivevano in altre città, amici e conoscenti persi di vista. Ci si faceva la festa, come a Natale e a Pasqua, ma senza esagerare visto il luogo e l’occasione. Insomma, non c’era bisogno di fingersi allegri e si era un po’ più sinceri. Le chiacchiere, poi, riguardavano i vivi, al punto che pareva di assistere a una celebrazione della vita, come dire: e anche quest’anno l’abbiamo scampata e siamo qui a raccontarcela.
Passeggiavamo senza fretta lungo i viali, per non dare ai morti l’impressione che la visita fosse soltanto un dovere da assolvere. Il vociare e le corse dei bambini trasformavano quel luogo austero in un parco giochi. Più tardi, in macchina, seduta dietro, compressa tra una zia parecchio voluminosa, la nonna e l’ostilità che le divideva seppur madre e figlia, (una scintilla e la 850 FIAT bianca di mio padre sarebbe esplosa), le ascoltavo aggiornare la contabilità alla voce sopravvissuti e non: Tizio c’è ancora, Caio non s’è visto ma non c’è neanche la tomba, Sempronio invece… poveretto…
E a questo punto, se il defunto era uno che in vita se la passava bene, l’ostilità veniva dirottata su di lui. Uno spiffero di malcelata, ma neanche tanto, soddisfazione, serpeggiava imbizzarrito nell’abitacolo, e finiva per unire zia e nonna in una comunanza che culminava con: – Hai visto? Stava bene ma è finita anche per lui.
Sì, perché al nostro prossimo possiamo perdonare parecchie nefandezze ma non la felicità, quella proprio non riusciamo a perdonargliela. Ma a me quella conta non interessava, ero troppo impegnata a cercare di preservare dallo sbriciolamento le dolci e colorate fave dei morti che riempivano le tasche del mio cappotto.
Le turbolenze e le ribellioni dell’età giovanile mi hanno allontanata da quel mondo di rassicuranti riti familiari. Mi ci sono riavvicinata in età adulta, precisamente da quando, una volta al mese, accompagno mia madre in quello che io chiamo, scherzando, tour cimiteriale. Ci scherzo su più che altro per pudore, per camuffare la tenerezza che mi suscita questo suo ostinato pellegrinaggio, compiuto nonostante la fatica e la sofferenza che il camminare le procura. Mi commuove vederla aggirarsi tra le tombe bisbigliando: – dove sei?, come se la persona cercata potesse all’improvviso alzare la mano e dire: – ehi, sono qui!
La guardo allontanarsi, leggermente inclinata in avanti, quasi una linea obliqua. La stessa postura che assume quando parla con qualcuno o lo ascolta, come se la posizione diritta non fosse quella giusta da tenere per stabilire un contatto con le persone. Nell’attesa che torni da me, leggo le date incise sulle lapidi. Cerco una relazione tra i numeri in grado di svelarmi il mistero che avvolge la nascita e la morte. Affido all’immaginazione la ricerca di una traccia di vita in quello spazio vuoto, specchio senza riflesso, che le due date racchiudono come tra parentesi.
E mi viene in mente una frase che ho letto non ricordo più dove: si nasce, si muore e nel mezzo si vive. Tutto qui? Banale? Ovvio? Forse, ma è quando l’ovvio diviene l’inaspettato che il miracolo accade e l’anima deraglia, e si scontra con la dolorosa dolcezza del vivere.

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