
Di Meridione ormai si parla solo all’inaugurazione della Fiera del Levante di Bari, kermesse che al Sud fa da contraltare ai grandi forum finanziari del Nord, quelle che contano. La “Questione Meridionale” è uscita dall’agenda politica strategica, se non per inseguire le emergenze, soppiantata dalla fine degli anni ’80 dalla “Questione del Nord”. Il “meridionalismo” che nel dopo-guerra aveva rappresentato un’area di ricerca storica e di pensiero storico di grande blasone, discendendo da Benedetto Croce e procedendo con Gaetano Salvemini e Manlio Rossi Doria, è stato sostituito da una pubblicistica che ha cercato di contrapporsi al “vento del Nord” con un suggestivo ma controproducente revisionismo a favore di una presunta età dell’oro “borbonica”.
L’approccio alle questioni del Sud d’Italia, dunque, è in bilico tra disinteresse e “retrotopia” per usare il neologismo di Zygmunt Bauman ad indicare la tendenza a rivalutare il passato per effetto dello sconforto nel quale ci ha gettato la contemporaneità. Il saggio breve di Nicola Apollonio si interseca tra questi assi e cerca di ribaltarli, riattualizzando ma mettendoci anima. Infatti, l’analisi non basta. Ci vuole anche una partecipazione, lucida e consapevole, alle sorti di un territorio e del suo popolo. L’autore è un uomo del Sud ma che per il suo lavoro di giornalista è stato lontano dalla sua terra e ho potuto conoscere altri mondi.
Per questo La mia terra più che un saggio, ed oltre il pamphlet, è un diario intellettuale e sentimentale sullo stato attuale delle nostre terre. Il merito della riflessione di Apollonio è di aver individuato nella “questione giovanile” la criticità più forte della odierna crisi del Mezzogiorno. L’accresciuto divario tra Nord e Sud ha prodotto “il risultato che oggi si sta prospettando una notevole frattura generazionale non soltanto tra giovani e adulti, ma anche all’interno delle differenti età giovanili”. Si ritorna ad emigrare, con la differenza che non esportiamo più braccianti e manovali ma “cervelli”. “La Puglia è tra le prime regioni investite dalla diaspora. I ragazzi ricchi del Nord vanno all’estero; quelli del Sud, che possono permettersi di studiare fuori, vanno al Nord”. (…) Ingegneri informatici, aspiranti giornalisti, guide turistiche, esperti di agroalimentare, commercialisti, responsabili delle strategie di marketing online, mestieri artigianali di alto livello, ristorazione. Sono queste le nuove frontiere dell’occupazione”.
Il Sud è migliorato rispetto al passato, ma è peggiorato rispetto al Nord e rispetto all’Europa, l’autore richiama le Lezioni sul meridionalismo di Sabino Cassese. Come ripartire e da dove? Questa volta viene in aiuto Romani Prodi con un articolo sul Messaggero del 2015, citato da Apollonio. L’ex presidente del consiglio sottolinea che bisogna uscire dall’ “industrialismo”, che ha fallito clamorosamente, per puntare sull’ “anima” del Mezzogiorno, promovendo e valorizzando, grazie alle nuove tecnologie, i “giacimenti culturali” delle nostre terre. “L’industria del sole potrebbe garantire uno sviluppo socio-economico che invano da decenni andiamo affidando ad altri settori”, ribadisce Nicola Apollonio. Turismo (anche “congressuale” e “religioso”) e produzione agro-alimentare sono le leve strategiche per un rilancio del Sud, fondamentale per l’intero paese, per esempio, per “ristabilire un ruolo italiano nell’economia del Mediterraneo”. Sembra questa una formula efficace e a portata di mano, eppure ancora lontana da realizzare risultati statisticamente rilevanti. Perché? “Le infrastrutture sono decisive”, viene riportato il giudizio della professoressa Magda Antonioli, direttrice del Master Economia del turismo alla Bocconi di Milano. Vero, ma è anche vero che questi assunti senza verifica rischiano di diventare luoghi comuni. Personalmente ho sperimentato di partire dalla mia cittadina pugliese e arrivare a New York prendendo il treno da casa, senza più uscire per strada, grazie al collegamento diretto con l’aeroporto. Certo la Puglia è più avanti di altre regioni meridionali.
Restiamo però lontani dal Nord. Allora va detto, e Apollonio lo scrive, che la chiave di volta resta quella che un tempo si chiamava “volontà politica”, cioè un “nuovo progetto a livello nazionale, con alcuni grandi disegni e con la mobilitazione coordinata di tutte le istituzioni e le rappresentanze politiche ed economiche del paese e con una totale mobilitazione dei cittadini”. In conclusione, fuor di retorica, scopriamo di nuovo che la “Questione meridionale” è principalmente un problema di cultura.
Infatti, la cultura è madre della volontà.

Certamente la Puglia ha avuto una specie di “boom” turistico specialmente sulle coste, diventando in qualche località la cosiddetta “Rimini” del sud; per me che ho vissuto la Puglia quasi quarantanni fa , quando ancora il territorio era incontaminato dal turismo di massa e si potevano incontrare ancora donne vestite di nero, e la Taranta era quella descritta da Ernesto De Martino, ritengo che il problema che l’autore solleva è si un problema di cultura, ma una cultura che ritrova dignità nelle sue radici, nella salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, che valorizzi il suo passato e la sua storia.. Questo, credo, potrà rafforzare il legame tra le generazioni che in Italia sta purtroppo scomparendo un po ovunque; ciò, non per proporre nuovo localismi, ma per riconoscersi all’interno di un contesto comunitario che vale per il sud quanto per il centro e il nord.