Ismail Kadaré, autore albanese classe 1936, è uno degli scrittori che da anni è “in odore” di Premio Nobel per la Letteratura. Di recente, per i tipi de “La nave di Teseo” (€ 17, pagg. 127), è stato pubblicato in Italia un suo nuovo libro (tradotto da Liljana Cuka Maksuti): si intitola “La Bambola” ed è dedicato al rapporto tra l’autore e sua madre (è lei la “bambola” del titolo).
L’incipit del romanzo segna il ritorno dell’autore nel luogo d’origine: «Nell’aprile del 1994 mio fratello ci avvisò da Tirana che nostra madre stava rendendo l’anima. Mia moglie Helena e io partimmo con il primo aereo da Parigi, sperando di trovarla ancora in vita. La trovammo ancora viva, ma in coma. Si trovava nell’appartamento di mia zia in via Qemal Stafa, dove l’avevano portata alcune settimane prima, per accudirla nel migliore dei modi».
Era stato il cugino di Kadaré a trasportare l’anziana donna in quel luogo. L’aveva trasportata in braccio perché era leggera, come se fosse di carta. Come una bambola di carta. Da qui, il “nastro del tempo” si riavvolge e parte il viaggio narrativo.
Che cos’è che ha trasformato una ragazza di diciassette anni del 1933 in una bambola di carta, delicata e fragilissima? Il peso delle tradizioni, certo. Il rapporto problematico con la suocera. Il ruolo conflittuale con la casa. Una casa che divora, una casa al cui interno è presente persino una prigione (in senso letterale). Un marito discendente da una famiglia di giuristi che ritiene doveroso allestire un processo alla ricerca di un colpevole. Imputate: la madre e la giovane moglie (la Bambola). E poi, il rapporto con il figlio poeta e scrittore, perché la fama genera superbia e implica allontanamento. Perché chi è famoso “sostituisce” (inevitabilmente) la madre: è questa una delle grandi paure della Bambola, su cui si inerpica – come un inarrestabile rampicante emotivo – una fragilità intrisa di ingenuità spavalda e di consapevole ignoranza.
Ma “La Bambola” è anche la storia del percorso artistico dell’autore, del suo rapporto con la scrittura e con la propria ambizione, del legame con i luoghi, dell’equilibrio precario tra traguardi da raggiungere e ostacoli da superare, dei vincoli famigliari e sentimentali, delle scelte controcorrente e delle tradizioni da ribaltare, dei rischi da correre, delle fughe da allestire.
Forse nella fragilità della Bambola è ipotizzabile individuare anche quella della Madrepatria, da cui l’autore si distacca per poi farvi ritorno. E tuttavia, nel momento in cui Kadaré dedica alla Bambola – sua madre (e forse, appunto, anche la sua terra) – questo libro, donandole pienezza e visibilità, inserendola a pieno titolo all’interno del proprio percorso artistico e della propria poetica, è come se – finalmente – la liberasse in maniera imperitura dalla paura di essere rinnegata. Ed ecco che i frantumi della Bambola vengono ricomposti e la sua fragilità trova sostegno nell’ossatura salda della scrittura di uno dei più grandi autori della nostra contemporaneità.
LA BAMBOLA di Ismail Kadaré
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