Quando la legge di Gresham s’impone anche in poesia, i veri poeti, quelli che potrebbero dar lustro alla lingua e all’arte restano relegati in una marginalità che li esclude dal mercato (se vogliamo chiamarlo così) dei possibili e plausibili lettori, spesso a tutto vantaggio di chi non lo merita. Ogni generazione ha i suoi poeti dimenticati; poeti che, pur lavorando con serietà e competenza, devoti solo alla Poesia, non aggregandosi a consorterie o cordate letterarie, restano relegati ai margini. Penso, per citare solo alcuni tra i morti, a poeti come Vittorio Bodini, Attilio Zanichelli, Gianfranco Palmery, Alessandro Ricci…
Anche Roberto Coppini (Firenze, 1927-2013) è stato uno di coloro che, operando appartati e avendo in “gran dispitto” gazzette e mondanità, rischiano di passare quasi inosservati; o di lasciare, se mai, appena la traccia del loro nome nelle storie letterarie. Sempre difficile è dire se ciò accada per incuranza loro o di chi dovrebbe riconoscerne il valore e invece lo ignora, quando non lo mortifica.
Se ogni tanto qualcuno opera per ristabilire il merito offeso, bisogna dirgli grazie. Nel caso di Coppini – dopo Onofrio Lopez, autore del bel saggio uscito su “Punto – Almanacco della poesia italiana” n. 5 (Puntoacapo, 2015) – sono i curatori di questo libro (Una remota notizia. Poesie edite e inedite, Sedizioni, Milano 2017), Fausta Garavini e Francesco Rognoni, che dobbiamo ringraziare, perché ci permettono di riscoprire un poeta troppo presto dimenticato. La prima è l’autrice dell’acuta e toccante testimonianza di vita e di lavoro che apre il libro; il secondo, del puntuale e incisivo saggio che affronta l’officina creativa del poeta, indagando in specie il lavoro delle varianti negli ultimi testi, restati fin qui inediti. Corredano il libro una nota di Luzi, due saggi di Baldacci e un breve, illuminante stralcio di corrispondenza fra il poeta e Pietro Annigoni, l’artista cui Coppini era legato da fraterna amicizia; infine alcuni saggi di traduzione da poeti amati o studiati, quali Hopkins, Eliot e altri.
La parabola poetica di Roberto Coppini si compie in una trentina d’anni, fra la fine dei cinquanta e la fine degli ottanta del Novecento. Va dalle prime poesie “di forte impronta lirica e di piacevole naturalezza” (Lopez), rimaste inedite perché ritenute dal poeta “documenti privati”, fino ai testi riuniti sotto il titolo Di passaggio e pubblicati su varie riviste (“Paragone”, “Erba d’Arno”, “Arsenale”, “Inventario”) negli anni ottanta. Nonostante fossero lungamente lavorati, rielaborati e scarnificati dal poeta, in vista di una eventuale pubblicazione in un libro, quei testi resteranno abbandonati e inediti fra le sue carte. L’ultima sua opera edita risulta essere il saggio Su Dino Campana accolto su un numero della rivista “Revue Langues Romanes” (Aspects de la poésie italienne du XXème siecle, 1985) curato da Fausta Garavini e Franc Ducros. Dopo di che, “consumate anche le sue residue aspettative nei confronti del mondo letterario italiano […], s’interruppe quella specie d’incantesimo che lo aveva portato alla determinazione di una poetica originale” (ancora Lopez) e alla quale fece seguito un silenzio più che trentennale.
Coppini è autore di un solo vero libro, Le posate sul piatto (Sciascia, Caltanisetta 1978). Prima di quello, nel 1968, aveva pubblicato solo una plaquette, Swimming pool, che, come confessa egli stesso in una preziosa e illuminante intervista rilasciata a Onofrio Lopez, inclusa in chiusura de Le posate sul piatto, gli diede “il coraggio della presenza”. Del libro, quella plaquette costituì la quarta parte. L’anno prima, sull’Almanacco dello Specchio del 1977, con un’introduzione di Luigi Baldacci, erano uscite le tredici poesie che poi costituiranno la terza parte del libro.
In seguito, pubblicò solo un’altra plaquette, ancora con introduzione di Baldacci, dal titolo Suite inglese (Barbablù, Siena 1982), la quale sarebbe certo confluita in un libro futuro insieme a quei piccoli gruppi di poesie che uscirono su rivista negli anni successivi. Purtroppo, quel secondo libro rimase solo progettato e non vide mai la luce.
Uno dei meriti del libro di cui stiamo parlando è appunto quello di recuperare questo piccolo tesoretto di testi che il poeta – forse disamorato, certo “umiliato e offeso da riconoscimenti dubitosi, ovvero modesti, comunque sproporzionati per difetto alla sua qualità” (Fausta Garavini) – abbandonò a se stessi e non toccò più per i successivi trent’anni della sua vita, durante i quali dimenticò la poesia e si dedicò ad altro.
Personalità complessa, quella di Coppini. Basti pensare alla sua formazione da autodidatta o quasi, comunque tecnica e non letteraria, e alla sua riuscita come industriale, nel momento in cui decide di abbandonare la poesia. Nel mezzo, critico d’arte attento ed acuto, e anche fotografo. Amico di artisti e letterati, apprezzato sebbene sempre schivo e appartato. La sua poesia si caratterizza per la religiosità che la attraversa e la permea. Che poi tutto si giochi sull’“ambivalenza delle parole, dei significati, che è nelle cose” (sono sue parole) è un motivo di grande ricchezza e un elemento fondante della sua poetica. Avvertirla, quell’ambivalenza, subito aggiunge, “non è questione di cultura, è questione di coscienza”. A Baldacci che, sull’Almanacco dello specchio, gli attribuiva un “religioso ascetico ateismo”, Coppini ribatte (nell’intervista a Lopez già citata) che il suo è semmai un “ascetismo laico”, perché la santità è laica “più spesso di quanto si pensi” e ad una verità sfuggente si contrappone “l’assolutezza dell’immaginazione”. Del resto, la determinazione, e perfino cocciutaggine, con cui difende la sua poesia, per esempio, dalle eccezioni e dai dubbi degli amici Baldacci e Annigoni, è illuminante. Coppini si permette una sicurezza che (si può ben capire) sconcerta i suoi interlocutori (come quando dichiara perentorio: “mi permetto di non usare dubitativi”).
Non c’è dubbio che si tratti di una poesia severa e asseverativa come poche, e anche scorbutica perché non si lascia leggere con facilità, con superficialità, ma richiede attenzione e concentrazione. Tuttavia, nonostante le difficoltà di afferrare il senso della sua “caparbia distillazione di significati” (ancora Lopez), ovvero di comprenderne i significati più profondi (ma egli riteneva che l’incomprensione fosse dovuta ad una lettura distratta, perciò invitava a leggere e rileggere), quegli stessi amici – come ora accade e accadrà, non ne dubito, con i suoi lettori – erano affascinati, soggiogati dai suoi versi. Così gli scriveva Annigoni in una lettera del gennaio 1975: “…la lettura m’ha fatto arrabbiare, m’ha lasciato scontento, eppure m’ha avvinto”.
Eppure, quel che resta di difficile intesa non implica una difficoltà di lettura, perché la sua scrittura è diretta, esemplare per chiarezza sintattica e per determinazione. Senza ricorrere a brevi o lunghe citazioni, rimando appena ai testi che seguono queste righe per rendersene conto.
La sua poesia rifugge dalla liricità più smaccata e banale per avventurarsi in un ambito quasi metafisico – da qui la difficoltà solo apparente di comprensione. E certo da qui anche l’esigenza sempre più sentita da parte di Coppini di scarnificare e di ridurre la lingua all’essenziale, affinché il messaggio sia il più diretto e preciso possibile. Ma questa riduzione e scarnificazione del testo – che si nota, per esempio, confrontando le poesie rimaste inedite, ma apparse, nel corso degli ultimi suoi anni di attività, in varie versioni su rivista – dimostrano una necessità e volontà di magrezza che spinge a una sorta di anoressia del testo. Una tentazione anoressica che finì per stancare anche il poeta, il quale a un certo punto smise di lavorare su quei testi e si chiuse in un silenzio trentennale mai più interrotto, nemmeno con pubblicazioni parziali.
La “seduzione del fantasma dei versi cassati”, la chiama Francesco Rognoni nel breve saggio incluso nel libro, che, come dicevo all’inizio, insiste molto su questo aspetto confrontando i testi in rivista, coi testi ribattuti e le successive correzioni a penna.
Qui, mi permetto una breve testimonianza personale. Quando Coppini raccolse il mio invito, tramite Onofrio Lopez, a partecipare con suoi testi poetici al numero zero di “Arsenale”, mi spedì un dattiloscritto di cinque poesie intitolate Se indugi, titolo tratto dalla quarta poesia della serie, il cui primo verso è “Ubique domus mea”, ma se la casa. Di quel dattiloscritto solo le prime quattro poesie uscirono sulla rivista. La quinta venne esclusa e sostituita con un’altra (Nessuno trovò il libro che lasciasti cadere) dalla quale venne tratto anche il titolo della sequenza: Non una terra. Nel giro di pochi mesi, se non settimane, egli apportò varianti (anche consistenti, come nel caso della terza: Fu dove il ponte passa) a due delle cinque, invertì la prima e la seconda, e, come detto, eliminò e sostituì l’ultima, modificando anche il titolo iniziale. La poesia sostituita, Dunque, tutto converge, l’ultima del primo dattiloscritto, non mi pare – salvo errori o sviste – di averla ritrovata nel libro, perciò la trascrivo in fondo alle altre: si tratta in fin dei conti di un ulteriore inedito.
Invito chi leggerà questo prezioso libro a fare i raffronti fra versione definitive e le loro varianti, e, secondo gusti e inclinazioni, a stabilire quanto si è perso e quanto guadagnato da tanto lavoro in “levare”. Posso assicurare che si tratta di un’esperienza davvero stimolante, perché permette, una volta tanto, di entrare nell’officina del poeta (e di un poeta molto raffinato) e di riflettere sulle possibili ragioni e motivazioni che lo spinsero a concentrare un massimo di significato in un minimo numero di parole e di versi. Ognuno potrà trarre le sue conclusioni. Personalmente credo di poter dire – anche per esperienza diretta – che quando il demone della concentrazione, della riduzione e della variazione si impadronisce di chi scrive e le varianti si sommano alle varianti, si finisce per perdere il senso stesso del proprio fare e si è spinti a rinunciare, a cancellare tutto, perché l’insoddisfazione – se non si riesce a metterle un freno – porta inevitabilmente al silenzio. È questo che successe a Coppini?
Francesco Dalessandro
Dio è una remota notizia
Che ne sappiamo noi
degli usignoli
o delle ciminiere,
dei continenti inesplosi,
del polline che incalza,
dell’accoppiarsi tra medesimi sessi?
Un tempo ci batte negli occhi.
Lo scirocco romba negli androni
sbocca nei sottopassaggi,
tutta la terra
è un tremare come di nave.
Nelle isole di corallo
le tartarughe cercano la morte.
Ariete si accosta alla luce.
La razza animale si desta.
Invaghisco di tutto.
Levigo pietre,
insemino trame precarie
lo smalto acuto della foglia
la calce sui muri.
L’ellisse dei morti
ingorga la terra.
Le montagne sollevano la chioma
a un vento
che raschia i grumi dell’ossido.
Nell’abisso si scuote
il fossile. Dio
è una remota notizia.
30 aprile 1968
Dalla croce
«Gèttati fuori, irradia
l’oscurità della talpa,
libera la caviglia
dall’intralcio, resuscita l’insonnia,
ricomincia dalla croce o dalla vergogna».
Un foro attraversa la terra
arancia che impernio
tra le dita
planetario dei giorni.
Dopo la pioggia
la chiocciola riga le mura.
20 maggio 1968
*
L’impiccato agonizza sul fondo
del cannocchiale capovolto.
Il conto è aperto, anche
l’immaginazione può essere superata.
È inutile confezionare
deglutibili assolutezze da ingerire
secondo il bisogno. Rimane il buttato
da parte, la cosa che ci è messa davanti
senza preavviso, sebbene il corpo di un uomo
non sia un lenzuolo da fare a strisce.
Chi muore a primavera è seppellito in autunno.
Tra me e il tuo silenzio, Dio,
è un battere di porte, cupo.
*
L’uomo aduna le briciole di pane,
incrocia le posate sul piatto:
gli frastaglia la faccia la luce
della lampada.
Che vuoi che una lettera porti!
Il mondo gira senza avvedersene, gli angeli
dormono nelle loro tombe, il soldato apparso
sulla soglia imbratta di sangue le carte.
Gli occhi sono ostruiti da mestieri
disutili, ricorsi a vie legali, segni
di croce sui conti saldati subito
o sulla porta di coloro che prima o dopo
andranno messi a tacere.
La stanza è piena di visitatori. Uno
chiede di me.
(la traduzione che si dà qui di seguito si deve a Nail Chiodo)
The man collects the crumbs of bread,
crosses fork and knife on the plate:
the light from the lamp
bevels his face.
What can you expect a letter to bring!
The world turns without noticing it, the angels
sleep in their tombs, the soldier who’s appeared
at the threshold drips blood on the papers.
The eyes are blocked by jobs
that are worthless, the filing of legal appeals, signs
of the cross on bills paid forthwith
or on the door of those who sooner or later
will have to be silenced.
The room is full of visitors. One
asks for me.
A distanza di tempo
Non falsi amici né stelle di carta
compaiono nelle mie veglie.
I rari coi quali spartisco
un’esistenza residua
hanno lo sguardo turbato
di chi si dà respiro nella fuga
e sente avvicinarsi la cattura
sebbene all’orecchio
giunga soltanto un brusìo
di sillabe divise.
La mischia dalla quale immaginavo sottrarmi
è il dolore degli altri. Un male
che accieca e non rigenera
se non un male più acuto
o la cattività che uguaglia impietosa
la perdita e l’acquisto.
La parte di ognuno è il caso
che l’assegna. Un autista ubriaco
confuse il re con la regina,
non sapendo che il fante tuttofare
fu il solo ad essermi compagno.
Anche se l’uno, il portatore di picca,
allunga la sua ombra
via via che il gioco passa di mano
e il cerchio stringendosi destina
l’ultima carta, l’onnipresente.
*
Non il giardino da cui fummo estromessi,
ma l’albero apparito nel deserto,
che lo sorveglia un angelo neutrale
per un’ambigua dimenticanza.
Il tuo destino, qualunque stella
lo mutasse,
era segnato da un gesto originario
che ti traeva altrove.
E tu gentile, che disponi
i fiori dello spino,
nessuno custodisce
le tue provviste dilapidate – il posto
apparecchiato sulla tavola.
*
Se ricompari me ne incolpo,
come un tradimento.
Fu assolto
il male, non il dolore,
il dappertutto umano
dal quale volevo staccarmi
prosciolto dall’ira.
Fedele sarei stato fino all’ultimo
sebbene ora non occorra più.
Propizia sarebbe la pace notturna,
non mi tenesse in vita
l’enigma del disamore, il rischio
e i casi, il piano inesplicato
di una futura preistoria
sviata dal sovrappiù di orrore
che occupa il mondo.
*
Dunque, tutto converge
a un punto originario,
un daccapo senza allegria,
inquieto della balzana inquietudine
che hanno gli animali in cattività
se un’eco prenatale
li scuote nel sonno
e raspano il piede a terra
e una caligine greve li offusca
sicché il mondo li chiama lunatici,
questi atterriti testimoni,
e li esilia da sé
senza giustizia né amore.
Tutte le poesie – tranne l’ultima e la traduzione inglese – sono tratte dal libro: Roberto Coppini, Una remora notizia – Poesie edite e inedite. A cura di Fausta Garavini e Francesco Rognoni – Sedizioni di Diego Dejaco Editore, Milano 2017.


