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La parola ai poeti. Francesco Dalessandro

[foto di Dino Ignani]

Appunti (seri e provocatori) sulla Poesia

Del Paradiso non so dirvi nulla. Non ci sono mai stato.
Voyages and Travels of Sir John Mandeville

In una parola, la mia opera è digressiva, e progressiva
a un tempo.
Sterne, Tristram Shandy, vol. I, cap. XXII

L’egoismo del poeta è una dannazione che conosce solo salvezze apparenti.
Enzo Siciliano, su Lord Jim

Appropriandomi di quel che Truffaut scrisse di Hitchcock, dirò che i segreti di fabbricazione non andrebbero mai divulgati e che all’autore, come personaggio hitchcockiano, la spiegazione ripugna. D’altra parte, ricordo che Dante, considerando la poesia una pratica responsabile, intimava al poeta, all’occasione, di saper “aprire per prosa”; cioè, di saper dare ragione di quel che aveva scritto. Continua a leggere

Camminando, di Francesco Dalessandro

nota di Antonio Devicenti

Camminando è un libro nel quale la poesia coincide con la memoria, con il dire in versi itinerari (lungo i quali si cammina, appunto), di scrittura ed esistenziali, i quali si danno a essere seguiti e percorsi in forza di un’espressione limpida, rigorosa.

Camminando raccoglie testi scritti in anni e fasi differenti della vita e della scrittura. Nello stile umanissimo e franco, armonioso di Francesco Dalessandro ecco, allora, luoghi, situazioni, incontri cui siamo già avvezzi per aver letto le opere precedenti dell’autore. E c’è una commovente e persuasiva fiducia nella parola che non dismaga dalla presenza del dolore e del lutto, ma che cordiale accompagna il lettore lungo le pagine, di capitolo in capitolo, nutrita di virgiliana pietas, di oraziano modus in rebus.

Accade così che la misura del verso (endecasillabo o settenario o comunque modellato su questi metri nobili), che l’eventuale rima, che la cadenza strofica veramente rendano il ritmo di un camminare attraverso i luoghi e i tempi della vita; che, non diaristica ma attentissima all’esistere, la poesia restituisca quello che il tempo ha tolto.

La scrittura può essere, ancora oggi, un esercizio di saggezza e di fortezza, di chiarezza e di temperanza, un trattato de senectute nel senso che, rileggendo quanto scritto anche in gioventù e riproponendolo, si guarda alla propria raggiunta età come a una nuova tappa del cammino, ulteriormente inverando il senso del titolo, bellissimo e significante gerundio.

 

Francesco Dalessandro, Camminando, Roma, Edizioni Il Labirinto 2023

Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie.

di Francesco Dalessandro

Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie, Ghenomena, Formia 2021                            

Tra i pochi poeti dell’essenziale è Rodolfo Di Biasio. Poeta di “levigate parole” che conobbi solo dopo aver letto, con stupore e ammirazione, questi limpidi versi: Sono qui, a Patmos, / ma molto di me / non è ancora approdato: / scissura scardinamento / è stare in luoghi diversi / e allora è un vedere / e insieme un non vedere / s’intristisce l’occhio / che coglie il bordo delle cose / e non le trapassa. Si tratta di uno dei Frammenti per il poemetto di Patmos. Era il 1995 e Patmos (Stamperia dell’Arancio) è il titolo della raccolta da cui è tratto, uscita appunto in quell’anno. Io che amo “la lentezza sterminata del periodo”, la sua lunghezza sinuosa e fluviale, le vertiginose inarcature, invidiai il tono secco ma pacato di quei versi, la loro pronuncia severa, inquieta ma serena. Più tardi, Altre contingenze (Caramanica, 1999), l’esauriente e bella auto-antologia, permettendomi la conoscenza della sua poesia precedente, consolidò e diede spessore alla mia ammirazione. Mi fu chiaro che il rigore formale era stato per Di Biasio una conquista immediata: decisa fin dagli esordi la rinuncia a “tutti gli istituti poetici tradizionali – verso sillabico, rime o assonanze, strofe”, i versi, brevi e anche brevissimi, ma tesi ed efficaci, levigatissimi, dimostravano fin dall’origine “una dizione senza gravi sporgenze […], un parlato che sottolineava senza esagerare le poche interpunzioni […], un recitativo […] senza troppo accentuate variazioni di tono […], dalla melodia spezzata eppure niente affatto prosastica, per l’intima passione che sempre la sostiene”, per usare le convincenti parole di Giuliano Manacorda. Da Niente è mutato (1962) a Le sorti tentate (1977), da I ritorni (1986) a Patmos (1995), a Poemetti elementari (2008) il percorso compiuto da Di Biasio è stato lineare e senza asperità. Con gli anni, i versi si sono sempre più asciugati, abbandonando ogni elemento minimamente esornativo: gli aggettivi sono diventati rari o rarissimi, mai spesi per abbellire; la punteggiatura è andata sparendo, limitandosi a qualche virgola dove la pausa vuol essere più decisa, la sospensione del ritmo più forte. Eppure, l’essenzialità non va mai a scapito del calore del sentimento (sconosciuto a certa poesia di oggi, che volutamente lo esilia). Solo il tono s’è andato ispessendo con gli anni, abbandonando presto ogni residuo d’elegia per volgersi ai temi più urgenti dell’attualità e del presente, all’indagine sul senso del nostro vivere; così, anche il linguaggio, via via più rarefatto, è passato dal nostalgico, elegiaco delle prime raccolte al drammatico dei poemetti, punto d’arrivo di straordinaria maturità e concentrazione.

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Raffaela Fazio legge “Figure d’ombra”, di Francesco Dalessandro.


[foto di Dino Ignani]

Dimensione composita, l’ombra dei personaggi che abitano queste pagine è loro provenienza e destino, è loro essenza e condizione.

Ombra è il non-luogo, il silenzio da cui emergono e a cui fanno ritorno dopo aver raccontato se stessi. Ma ombra è anche la loro consistenza, labile e al contempo più reale del reale, come attori che si affacciano al proscenio per dar voce, amplificandolo, a un sentire universale. Più ancora, ombra è il loro stato di “esiliati”, se esilio è ogni sofferta lontananza da ciò che ci è caro. Continua a leggere

Su Roberto Coppini



di Francesco Dalessandro

 

Quando la legge di Gresham s’impone anche in poesia, i veri poeti, quelli che potrebbero dar lustro alla lingua e all’arte restano relegati in una marginalità che li esclude dal mercato (se vogliamo chiamarlo così) dei possibili e plausibili lettori, spesso a tutto vantaggio di chi non lo merita. Ogni generazione ha i suoi poeti dimenticati; poeti che, pur lavorando con serietà e competenza, devoti solo alla Poesia, non aggregandosi a consorterie o cordate letterarie, restano relegati ai margini. Penso, per citare solo alcuni tra i morti, a poeti come Vittorio Bodini, Attilio Zanichelli, Gianfranco Palmery, Alessandro Ricci… Continua a leggere

Francesco Dalessandro, La gloria della forma.


Francesco Dalessandro

La gloria della forma

(Pensieri sul tema “Poesia e preghiera”)

 

La poesia è il trofeo linguistico di una disfatta spirituale.

Nicolás Gómez Dávila

 

I

 

Il mondo e le cose che lo popolano furono evocati dalla parola di Dio: è l’insegnamento del “Genesi” (1)

 

… le cose si mutarono nei nomi ch’egli diede loro,

poi persero il nome…

 

Ovvero, “nacque dalla Parola la Forma e morì di nuovo” (Rûmî). Allora, un altro genere di demiurgo, il poeta, intervenne a rinominarle. Per farlo, usò una parola diversa, corrosa dalla ruggine del silenzio, svilita, ma levigata fino a renderla essenziale, lucidata a specchio. Parola che non crea, ma riflette. Continua a leggere

Poesia e preghiera


È un libretto prezioso questo “Poesia e preghiera”, redatto da Edoardo Albinati, Sauro Albisani, Francesco Dalessandro, Gianfranco Palmery, Giovanna Sicari e Domenico Vuoto, che si confrontano su un tema inesauribile, per certi aspetti insondabile, e forse proprio per questo concentrato in quaranta, intense pagine. Continua a leggere

Gerard Manley Hopkins: tre poesie del 1880

di Francesco Dalessandro

 

Il 1880 è un anno di transizione per Hopkins: ha trentasei anni, da tre è stato ordinato sacerdote, ha già composto Il naufragio del Deutschland e La perdita dell’Euridice, che ora sappiamo essere i suoi poemi più complessi e famosi. Dopo vari e brevi incarichi in diversi luoghi passa alcuni mesi a Bedford Leigh, cittadina industriale vicino a Manchester, della quale scrive che «vi sono circa una dozzina di fabbriche e miniere; l’aria è satura di fumo e vapori; ma la gente è generosa». Continua a leggere

Francesco Dalessandro legge Raffaela Fazio


QUEL NULLA CHE È TUTTO

 

Più invecchio e più il mito mi dà consolazione.

Aristotele

 


Ogni mito è il destino chiuso in un nome; è quando quel nome viene evocato che si dispiega come un candido telo sul quale la notte ricama i suoi gridi e i suoi silenzi. Fra il grido e il silenzio, il nome si palesa e rivela il suo senso nel momento in cui la voce lo risveglia. Continua a leggere

William Shakespeare Ladro gentile, traduzione di Francesco Dalessandro

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di Domenico Ludovici

A metà degli anni Cinquanta del Novecento, un estimatore e critico per niente accademico ma di notevole acume e intelligenza, lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in certe sue originali lezioni di letteratura inglese dedica ai Sonetti alcune mirabili pagine e, scegliendone idealmente una quarantina, «fra i massimi che mano umana abbia scritto», li definisce «la più dolorosa tragedia di Shakespeare». E poco altro di nuovo o di originale potremmo aggiungere alla sterminata letteratura che sui Sonetti si è scritta da quando Wordsworth affermò che in essi «Shakespeare ci ha aperto il suo cuore» e Browning gli replicò che «allora di altrettanto ne esce diminuito». Continua a leggere

Francesco Dalessandro, L’Osservatorio

 

di Claudio Damiani

L’osservatorio è un poema, o un “romanzo in versi” come ci suggerisce Domenico Adriano nella bandella, composto di quattro sezioni: la prima, la seconda e la quarta sono costituite, ognuna, di dodici poemetti (da ricordare che la prima sezione era già uscita, in plaquette, nel 1989, con lo stesso titolo), mentre la terza sezione è una lettera. Cominciando a leggere colpiscono soprattutto i paesaggi, le vedute. Sono vedute romane, piuttosto periferiche: viene da pensare a Pasolini, ma anche alla vedutistica romana del sei-settecento. Continua a leggere

INTERVISTA A FRANCESCO DALESSANDRO (di Carmelo Pinto) (prima parte)

Testo introduttivo di Marino Magliani. Intervista di Carmelo Pinto.

Francesco Dalessandro è nato a Cagnano Amiterno (AQ) nel 1948; dal 1958 vive a Roma. Ha pubblicato: I giorni dei santi di ghiaccio (1983), L’osservatorio (1998), Lezioni di respiro (2003), La salvezza (2006), Ore dorate (2008), Aprile degli anni (2010), Gli anni di cenere (2010). È stato uno dei fondatori e redattori (dal 1984 al 1987) della rivista di letteratura “Arsenale”. Ha tradotto testi di Shakespeare, Marvell, Byron, Keats, Barrett Browning, Hopkins; gli americani Stevens e Rexroth; gli spagnoli Alvarez, Chica, Pujante, Gimferrer, Sanchez Rosillo; dal latino, Giovenale, Orazio, Ligdamo e Sulpicia.

Carmelo Pinto, traduttore e studioso di letteratura latinoamericana ha intervistato per La poesia e lo spirito Francesco Dalessandro. Ne è uscita un’intervista importante e lunga. Al sottoscritto, malgrado le interviste a rate non piacciano, l’idea di dividerla in due parti. Grazie. Continua a leggere