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Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie.

di Francesco Dalessandro

Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie, Ghenomena, Formia 2021                            

Tra i pochi poeti dell’essenziale è Rodolfo Di Biasio. Poeta di “levigate parole” che conobbi solo dopo aver letto, con stupore e ammirazione, questi limpidi versi: Sono qui, a Patmos, / ma molto di me / non è ancora approdato: / scissura scardinamento / è stare in luoghi diversi / e allora è un vedere / e insieme un non vedere / s’intristisce l’occhio / che coglie il bordo delle cose / e non le trapassa. Si tratta di uno dei Frammenti per il poemetto di Patmos. Era il 1995 e Patmos (Stamperia dell’Arancio) è il titolo della raccolta da cui è tratto, uscita appunto in quell’anno. Io che amo “la lentezza sterminata del periodo”, la sua lunghezza sinuosa e fluviale, le vertiginose inarcature, invidiai il tono secco ma pacato di quei versi, la loro pronuncia severa, inquieta ma serena. Più tardi, Altre contingenze (Caramanica, 1999), l’esauriente e bella auto-antologia, permettendomi la conoscenza della sua poesia precedente, consolidò e diede spessore alla mia ammirazione. Mi fu chiaro che il rigore formale era stato per Di Biasio una conquista immediata: decisa fin dagli esordi la rinuncia a “tutti gli istituti poetici tradizionali – verso sillabico, rime o assonanze, strofe”, i versi, brevi e anche brevissimi, ma tesi ed efficaci, levigatissimi, dimostravano fin dall’origine “una dizione senza gravi sporgenze […], un parlato che sottolineava senza esagerare le poche interpunzioni […], un recitativo […] senza troppo accentuate variazioni di tono […], dalla melodia spezzata eppure niente affatto prosastica, per l’intima passione che sempre la sostiene”, per usare le convincenti parole di Giuliano Manacorda. Da Niente è mutato (1962) a Le sorti tentate (1977), da I ritorni (1986) a Patmos (1995), a Poemetti elementari (2008) il percorso compiuto da Di Biasio è stato lineare e senza asperità. Con gli anni, i versi si sono sempre più asciugati, abbandonando ogni elemento minimamente esornativo: gli aggettivi sono diventati rari o rarissimi, mai spesi per abbellire; la punteggiatura è andata sparendo, limitandosi a qualche virgola dove la pausa vuol essere più decisa, la sospensione del ritmo più forte. Eppure, l’essenzialità non va mai a scapito del calore del sentimento (sconosciuto a certa poesia di oggi, che volutamente lo esilia). Solo il tono s’è andato ispessendo con gli anni, abbandonando presto ogni residuo d’elegia per volgersi ai temi più urgenti dell’attualità e del presente, all’indagine sul senso del nostro vivere; così, anche il linguaggio, via via più rarefatto, è passato dal nostalgico, elegiaco delle prime raccolte al drammatico dei poemetti, punto d’arrivo di straordinaria maturità e concentrazione.

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Mute voci mute, di Rodolfo di Biasio


di Domenico Vuoto

In cosa consiste la moralità della parola letteraria, se non nell’obbligo dell’esattezza, dell’assenza di compiacimento, della ricerca inesausta di un ordine (e dunque di un senso e della memoria che lo custodisca) nel caos e nel deperimento verbale ed etico che assediano la nostra esistenza quotidiana? Continua a leggere