Gerard Manley Hopkins: tre poesie del 1880

di Francesco Dalessandro

 

Il 1880 è un anno di transizione per Hopkins: ha trentasei anni, da tre è stato ordinato sacerdote, ha già composto Il naufragio del Deutschland e La perdita dell’Euridice, che ora sappiamo essere i suoi poemi più complessi e famosi. Dopo vari e brevi incarichi in diversi luoghi passa alcuni mesi a Bedford Leigh, cittadina industriale vicino a Manchester, della quale scrive che «vi sono circa una dozzina di fabbriche e miniere; l’aria è satura di fumo e vapori; ma la gente è generosa».

È un breve periodo felice al quale segue l’assegnazione alla problematica parrocchia di san Francesco Saverio, a Liverpool. In una lettera dell’anno successivo racconta la dura esperienza vissuta in quella città; scrive a Bridges: «non puoi immaginare quale schiavitù dell’intelletto e del cuore sia vivere la mia vita in una grande città»; la conseguenza,  precisa subito dopo, è l’inaridirsi della vena poetica. «Il lavoro in parrocchia a Liverpool è assai stancante per l’anima e per il corpo e mi lascia poche briciole di tempo. C’è del merito ma poca Musa», comunica a Dixon. Tuttavia, nel corso dell’anno scrive tre belle poesie; le prime due (Felix Randal in aprile e Brothers in agosto) nascono da sue dirette osservazioni durante il lavoro in parrocchia; la terza, la più bella e complessa, Spring and Fall, è «un piccolo componimento scritto lo scorso settembre tornando da Lydiate», scrive ancora a Dixon, e «non si fonda su nessun accadimento reale», ma nasce come riflessione sulla condizione umana.    

 

Felix Randal è, nella sostanza, una rassegnata elegia sul trionfo della morte. Nella triste vicenda del giovane fabbro, prima vigoroso e pieno di vita, poi rinsecchito e divorato dalla terribile malattia, non c’è riscatto, non c’è trionfalismo; c’è solo l’accorata speranza di una possibile salvezza dell’anima. Nella forma è un sonetto con ripartizione italiana delle strofe, ma i lunghi versi in sprung rhythm di sei accenti battenti sono come vigorosi colpi di martello sull’incudine.

 

Fratelli è una piccola scena alla maniera di Wordsworth. Hopkins stesso la descrive così e così la commenta: «Il pathos possiede una punta precisa come lo scherzo, e la sua felicità sta sempre nell’orecchio di colui che ascolta, non nella bocca di colui che lo dice». La scena, che egli osserva tra il divertito e il commosso, è raccontata con freschezza e precisione, con rapidità e incisività (a questo contribuisce la brevità del verso), con sentimento ma senza sentimentalismi. (È una poesia che piaceva molto ad Attilio Bertolucci, lui m’invogliò a tradurla, da essa prese il via il mio confronto con Hopkins).

 

Primavera e autunno. Il tema della specie umana come generazioni di foglie fu introdotto per primo da Omero (Iliade VI, 145-149, e anche XXI, 462-466), ripreso da Mimnermo e da Virgilio (Eneide, VI, 305-312), più tardi da Dante (Inferno, III, 112-117) e, seppur con minor forza, da diversi poeti moderni (il russo Tjut?ev, Shelley nell’Ode to the West Wind, Lamartine, Leopardi nella sua piccola Imitazione, poi Rilke, Giacosa e Ungaretti). Ognuno di questi poeti, nel corso del tempo, ha ripensato l’antico tema a suo modo, introducendo variazioni di tono, ovvero privilegiando, nella similitudine fra gli uomini e le foglie, la caducità o la brevità della loro vita, la loro dispersione, ma anche la rinascita e il rinnovamento.  Fra moderni e contemporanei, ma all’altezza dei maggiori antecedenti, Hopkins s’inserisce con questo breve monologo drammatico che non si fonda – ce lo ha spiegato il poeta stesso, ricordiamolo – su un accadimento reale e nel quale non solo di stagioni si tratta: la situazione e i personaggi sono invenzioni drammatiche. Una bimbetta vede un bosco spogliarsi e le foglie cadute ai piedi degli alberi la rattristano fino al pianto; chi l’ascolta dovrebbe rassicurarla dicendole che non c’è motivo di piangere, perché altre foglie torneranno sui rami la primavera ventura; ma non può, o non sa farlo, perché il vero motivo del pianto, la fonte (spring) unica d’ogni dolore e sconforto, che la caduta delle foglie solo ricorda e rappresenta, è la caduta (fall) originaria che, per l’umanità, sancì un destino ben più tragico di quello delle foglie. Perciò, non è per esse che Margherita piange, ma più drammaticamente per se stessa, per la precarietà della vita umana. I versi, strutturati come in una filastrocca infantile, esprimono, con l’apparente semplicità e limpidezza, l’oscura, terribile verità di un destino irredimibile, di una dannazione senza riscatto.           

 

Felix Randal

 

Félix Rándal the fárrier, O is he déad then? my dúty all énded,

Who have watched his mould of man, big-boned and hardy-handsome

Pining, pining, till time when reason rambled in it and some

Fatal four disorders, fleshed there, all contended?

 

Sickness broke him. Impatient, he cursed at first, but mended

Being anointed and all; though a heavenlier heart began some

Mónths éarlier, since Í had our swéet repriéve and ránsom

Téndered to him. Áh well, God rést him áll road éver he offénded!

 

This séeing the síck endéars them tó us, us tóo it endéars.

My tongue had taught thee comfort, touch had quenched thy tears,

Thy tears that touched my heart, child, Felix, poor Felix Randal;

 

How far from then forethought of, all thy more boisterous years,

When thou at the random grim forge, powerful amidst peers,

Didst fettle for the great grey drayhorse his bright and battering sandal!

 

Felix Randal

 

Felix Randal il fabbro, allora è morto? tutto compiuto il compito                                       

mio che ne osservai la tempra d’uomo di forte ossatura e robusta

bellezza patire, patire fin quando si smarrì la sua ragione

e i quattro disordini fatali, lì incarnati, tutto si contesero?

 

Il male lo spezzò. All’inizio imprecò, insofferente, ma avuta

l’estrema unzione e il resto si pentì; più puro era il cuore

da mesi, da quando gli offersi il dolce perdono e il riscatto.

Oh, il Signore gli doni il riposo, in qualunque modo egli l’offese.

 

Assisterli, ci rende gli infermi più cari, e ci rende migliori.

La lingua ti diede il conforto, il contatto placò le tue lacrime,

le tue lacrime mi toccarono il cuore, Felix, figliolo, povero Felix Randal;

 

com’eri lontano dal pensarlo allora, in quegli anni tumultuosi,

quando poderoso fra i tuoi pari alla dura fucina irregolare  

forgiavi per il gran grigio da tiro il suo lucido sandalo battente!

 

Brothers

 

How lovely the elder brother’s

Life all laced in the other’s,

Love-laced! – what once I well

Witnessed; so fortune fell.

When Shrovetide, two years gone,

Our boys’ plays brought on

Part was picked for John,

Young John: then fear, then joy

Ran revel in the elder boy.

Now the night come, all

Our company thronged the hall.

Henry, by the wall,

Beckoned me beside him.

I came where called and eyed him

By meanwhiles; making my play

Turn most on tender by-play.

For, wrung all on love’s rack,

My lad, and lost in Jack,

Smiled, blushed, and bit his lip,

Or drove, with a diver’s dip,

Clutched hands through claspèd knees;

And many a mark like these

Told tales with what heart’s stress

He hung on the imp’s success.

Now the óther was bráss-bóld:

He had no work to hold

His heart up at the strain;

Nay, roguish ran the vein.

Two tedious acts were past;

Jack’s call and cue at last;

When Henry, heart-forsook,

Dropped eyes and dared not look.

There! the hall rung;

Dog, he did give tongue!

Oh, Harry, – in his hands he has flung

His tear-tricked cheeks of flame

For fond love and for shame. –

Ah Nature, framed in fault,

There’s comfort then, there’s salt!

Nature bad, base, and blind,

Dearly thou canst be kind;

There déarly thén, déarly,

Dearly thou canst be kind.

 

Fratelli

 

Com’è bella una vita da fratello

maggiore legato al minore,

legato dall’amore! La prova

l’ho avuta per caso quel giorno

di carnevale di due anni fa.

Nella recita dei nostri ragazzi

aveva una parte anche John,

il piccolo John, timore e gioia

scatenando nel fratello maggiore.

Quando venne la sera, la nostra

intera compagnia affollò la sala.

Henry, appoggiato a una parete,

mi accennò di avvicinarmi.

Lo raggiunsi e standogli accanto

osservai ogni tanto il suo timido

agitarsi: il mio vero spettacolo.

Torturato dall’amore, il ragazzo,

tutto preso da Jack, sorrideva

e arrossiva, mordendosi il labbro;

o affondava le mani giunte,

con un tuffo, tra le ginocchia.

E molti segni come questo

dicevano con quale batticuore

pendeva dal successo del birbante;

che invece, faccia di bronzo,

senza sforzo e a cuor leggero

s’era buttato nell’impresa;

e la vena scorreva impertinente.

Passarono due atti noiosi,

finché a Jack toccò la battuta.

Henry allora, cuore in tumulto,

chinò gli occhi per non guardare.

Ecco! la sala fu un solo sussurro:

accipicchia, che lingua sciolta!

Oh, Harry nascose tra le mani

le guance in fiamme, rigate di lacrime,

per la vergogna e il troppo amore.

Ah Natura, concepita per errore,

c’è conforto allora, c’è sale!

Empia natura, cieca, vile,

sai essere amorevole, gentile;

amorevole allora, amorevole

sai essere, amorevole e gentile.

Nota

1. Jack è diminutivo di John, come Harry è diminutivo di Henry.

 

Spring and Fall

to a Young Child

 

Margaret, are you grieving

Over Goldengrove unleaving?

Leaves, like the things of man, you

With your fresh thoughts care for, can you?

Ah! as the heart grows older

It will come to such sights colder

By and by, nor spare a sigh

Though worlds of wanwood leafmeal lie;

And yet you will weep and know why.

Now no matter, child, the name:

Sorrow’s springs are the same.

Nor mouth had, no nor mind, expressed

What héart héard of, ghóst guéssed:

It is the blight man was born for,

It is Margaret you mourn for.

 

Primavera e Autunno

a una bambina

 

Margherita, ti rattrista

che Goldengrove perda le foglie?

Le foglie, come le cose umane, con i tuoi

freschi pensieri tu le curi, puoi?

Ah, ma il cuore indurendo via via  

più freddo a quella vista non spende

un sospiro, anche se mondi di foglie

frantumate giacciono morte spoglie;

però tu piangerai e saprai perché.

Ora, bambina, non importa il nome:

le fonti del dolore sono uguali.

Né la bocca, o la mente, aveva detto

ciò che il cuore sentiva e l’anima intuiva:

per il danno cui l’uomo è nato,         

per Margherita, per te stessa piangi.

Un pensiero su “Gerard Manley Hopkins: tre poesie del 1880

  1. pio papi

    si sente schiavo, arido…ma è compito del “pastore”..e cmq da quell’esperienza si nutre la vena poetica…così da farci gustare la sua arte…

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *