Più invecchio e più il mito mi dà consolazione.
Aristotele
Ogni mito è il destino chiuso in un nome; è quando quel nome viene evocato che si dispiega come un candido telo sul quale la notte ricama i suoi gridi e i suoi silenzi. Fra il grido e il silenzio, il nome si palesa e rivela il suo senso nel momento in cui la voce lo risveglia.
La sopravvivenza del mito ci è necessaria perché nel suo specchio riconosciamo il mondo. Il mito, coscienza infinita dei nostri limiti e della nostra umanità, è multiforme; ha bisogno della voce per vestirsi ogni volta in modo diverso, senza perdere la sua identità. Quando il mito viene trascritto è come se si irrigidisse: diventa più preciso e meno sfuggente, però più limitato. La scrittura può dargli una forma definita (mai definitiva), come nella Biblioteca di Apollodoro o nelle Metamorfosi di Ovidio, ma nessuno può assumerne la paternità, solo interpretarne il senso.
È quel che fa anche Raffaela Fazio in queste poesie, nelle quali coglie il momento cruciale della vicenda di ventotto fra dee, ninfe ed eroine; oltre quel momento, niente è più come prima, perché il destino le pone di fronte a se stesse e la decisione o la scelta ne determina la vita o la morte. Ma cosa c’è di speciale in qualcuno che invecchia, in un affogamento, in una gara di corsa, in un dubbio d’amore, o in un’illusione, nell’insania che quel sentimento o il suo rovescio è capace di suscitare? Solo ciò che queste situazioni rappresentano, la conseguenza che da esse scaturisce: si giunge alla conoscenza di sé attraverso la sofferenza.
Peter Bien, riferendosi alla poesia di Ritsos, ha scritto che “il mito non conduce all’evasione o alla digressione, ma alla rivelazione”. Qui, nei versi iniziali di Alcesti leggiamo: «Un istante / rivela la vita. / Da quella improvvisa / fessura / fiotta il giorno / a ritroso / nella notte / attinge il suo senso / e l’addensa». Nella vita di ognuno c’è un momento preciso in cui qualcosa o qualcuno costringe a fare i conti con se stessi e a prendere coscienza del proprio destino. Vano è opporsi ad esso («non si scappa al destino») e volerlo cambiare, ma guai a non farlo: da temere non è la sconfitta, che è nell’ordine delle cose, ma la rinuncia alla lotta, la resa all’ineluttabile, al silenzio e al nulla.
Raffaela Fazio non è interessata alla rappresentazione oggettiva del mito, ma a ciò che potremmo chiamare il “fermo immagine” su quell’attimo in cui tutte le esperienze si concentrano per produrre la catastrofe o, di rado, la catarsi: la lampada spenta di Ero, l’incontro di Elena col suo simulacro, Medea che accoglie in sé la funesta volontà del sacrificio e della vendetta, Arianna nell’abbandono del risveglio, Atalanta che arresta la sua corsa per raccogliere i pomi d’oro, Era che accoglie in seno il piccolo cuculo che la perderà, sconvolgendone la natura individuale per farne la ripetizione infinita di se stessa, Cassandra che tace davanti alla visione della propria morte.
Di solito, la poesia di Raffaela Fazio parte da un’intuizione del cuore che via via si delucida in argomentazione. Quell’intuizione rende la sua scrittura calda, partecipe, vibrante; sul nucleo emotivo di partenza si esercita poi la lucidità del ragionamento, ricavandone l’articolarsi del concetto. È estranea infatti all’autrice l’idea che la poesia possa non essere pensiero. La poesia ingenua non è contemplata in nessun modo nel suo orizzonte e in ciò si dimostra assolutamente moderna.
In queste poesie “mitologiche”, la dinamica è diversa, perché l’approccio immediato non è emotivo. Solo quando il ragionamento raggiunge quel nocciolo atomico della coscienza in cui qualcosa deflagra modificando l’ordinato flusso della vita, solo allora tutto cambia: l’empatia femminile fra la poetessa e le sue protagoniste trasforma queste ultime in archetipi di un moderno sentire, in symbolon della situazione di frattura fra l’essere se stesse e il mondo: di ieri, di oggi, di sempre. Insomma, la lucidità iniziale con la quale la poetessa si accosta alla vicenda del mito si accalora, si fa compartecipazione, e la scrittura si scioglie dal ragionamento addensandosi intorno a quell’attimo esistenziale percepito come punto di svolta e di risoluzione, l’attimo in cui le protagoniste incontrano se stesse e il loro destino.
Qui, dunque, la poesia è lucida come una superficie levigata, ma nel momento in cui il sole la colpisce, come uno specchio ustorio essa riverbera e riflette il suo fuoco. Quel che non cambia è la forma con cui questa poesia si offre al lettore.
Mi permetto una breve digressione. Ho spesso pensato, dei poeti che usano in prevalenza il verso breve o brevissimo, anche di un solo vocabolo, che non hanno respiro, ovvero che hanno il passo corto; i loro versi sono spezzati senza un’intenzione, oppure scivolano nella cantilena. Ci sono tuttavia poeti che pur usando la misura breve – e Raffaela è una di loro – riescono a dare al verso un respiro del tutto particolare, di grande intensità e concentrazione. Il verso di Raffaela è preciso ed ha una musica mai scontata: un sincopato jazz fatto di slanci e arresti, di frenate e riprese, di cesure accorte, e nel quale le frequenti rime, spesso interne, servono a scandire e a rimarcare il tempo; tutto con lo scopo di tenere avvinto il lettore. Si rileggano i versi già citati di Alcesti e si faccia caso alla loro scansione, alle pause così circostanziate, precise, necessarie; o si leggano Ero, Circe, Le due Elene, Cassandra, poesie fra le più belle: in esse, ogni verso e ogni cesura hanno la necessità delle cose incontrovertibili, e le immagini fioriscono spontanee, benché deliberate, coinvolgenti.
«Il futuro / non vuole scorciatoie / ma una conquista / lenta». Cassandra lo comprende solo alla fine, nella visione del fuoco che arde il suo passato. Se a noi è riservata la saggezza, o almeno la consapevolezza, lo dobbiamo anche a quel “serbatoio figurale”, secondo la definizione di Gianfranco Contini, che è ancora il mito; al “nulla che è tutto”, secondo Pessoa, e alla sua capacità di rigenerarsi e di ripresentarsi ogni volta come archetipico di una situazione o di un agire, di uno stato o di un sentimento. Come qui, in questo libro di visionaria sobrietà.
Francesco Dalessandro
***
[da Ti slegherai le trecce, Coinzola Press 2017]
Alcesti
Un istante
rivela la vita.
Da quella improvvisa
fessura
fiotta il giorno
a ritroso
nella notte
attinge il suo senso
e l’addensa.
Chi è il tuo sposo?
Il suo riso
negli anni, il portarti
alle labbra il boccale
e la reggia
ospitale…
Era tutto una fuga.
E l’amore un pretesto
per scordare
se stesso.
Anche adesso
non risponde all’appello
non accetta l’estremo
confine
che suggella il suo nome.
Tu capisci.
E di colpo ribelle
offri il dono
chinando la testa:
oltrepassi la soglia
al suo posto.
Che scompaia
il tuo volto, lo specchio
che deflette
perché il buio
rimandi all’amato
il suo vero sembiante.
Sorridi e ti aspetti
che nel lutto
l’uomo solo
rinasca, s’impasti
di vuoto e di forza.
Non più vino, né canti
o battaglie. Basta
il nudo lamento
accanto a due figli
la fatica
della propria paura
il sedersi sul trono
di gemme o di ortiche
che ha apprestato la vita.
Non esiste un’uscita
dall’ombra
che ci forma e ci spetta.
*
Ero
“Tieni in vista
la fiamma
sulla torre”.
Quella preghiera
è soffio che sovrasta
il muggito
le più nere creste.
Sette stadi
poca acqua
separa le due coste
eppure non ha fine
la distanza.
Vedetta
a chi ti affidi?
Al flutto al vento
maestri d’incostanza?
Lui venga presto!
Perché mai basta
la notte
alle sue braccia
per fendere le onde
del tuo corpo?
Perché esita a lungo?
Dove quei baci
disordinati
accumulati in fretta?
E se già stanco
prima dell’impresa
si fosse ormai arreso
a un altro letto?
Dicevi “Amare
è quello che mi resta”.
Ma il dubbio
ti ha vinta.
La fiaccola
si è spenta.
*
Cassandra
Non pieno
torrente
non voce che esonda:
un rivolo di sassi
si è rotto
dentro il ghiaccio
passando dalle tempie.
Cosa ascolti?
Sei un corso senza estuario
senza ebbrezza.
Dove il furore
di chi si dà all’ignoto?
Ti sbrecci
inutilmente
perché non fosti amante
del dio
che ti voleva
nella luce.
A lui rubasti
la notte non la cetra
un freddo di faretra
il sibilo la freccia dello sguardo
parola
che si perde.
Ma il tempo ti converte.
Ora ti arde
una visione tersa
fatta vera
soltanto dal dolore
e sai
che non puoi farne dono.
Sei sola
al centro del tuo squarcio.
(Il futuro
non vuole scorciatoie
ma una conquista
lenta
dell’uomo che nel buio
dal passato
cammina sulla brace).
E taci
come quando
più bella più forte
rimarrai in silenzio
davanti
alla tua morte.
*
Circe
Un lampo negli occhi
come d’oro
ma tra le unghie
la più vorace
notte.
Rapace
nel volteggio
tracciavi circolare
il tempo che si chiude
sulla preda.
Tu stessa prigioniera
dell’incanto
che mantiene fermo
ciò che crea
e annulla nel possesso
chi penetra
nel cerchio più segreto.
Ma niente
nell’amore
è vivo se mansueto.
Niente ti appaga
se è inganno o solo
oblio.
Lo sai
da che l’ospite nuovo
ti si è scagliato contro
da guerriero.
Sulla sua spada
hai visto
che eri nuda
e l’isola
si è infranta. Il talamo
si è aperto
al divenire, alla fiducia.
Il fuoco
sposa l’ombra e l’ombra
non turba
più la luce
la spoglia del miraggio:
connubio tra gli opposti
come l’erba
dalle radici nere
e il fiore bianco.
Il gusto si conosce
dall’assaggio
ma il mistero
soltanto dal suo interno.
A lui che ti ha svelata
hai dato in dono
la via verso la morte
e poi il ritorno.
*
Le due Elene
I.
L’altra
ti viene incontro
è ormai vicina:
uguali
il tono i lineamenti
il tempo dentro ai gesti
la fierezza
ma gli occhi
rondoni
già lontani
e il corpo
forma d’aria
turbamento.
Sei tu
colei che aspetta
immutata
fedele al vecchio patto.
Lei è il tuo doppio
perfetto irreale
la non-scelta
la solo immaginata
dentro a un sogno
che tu stavi sognando
prima di altri
là dove
amore è guerra
e tutto ciò che sfugge
si rinnova.
Lo vedi, la spiaggia
si dilegua.
Il fato ti ritrova
e il ricordo
che torna alla tua terra
è questa nave
lenta.
Prende te sola
ma porta
– dell’altra –
l’addio illusorio
che fende il nero il mare
sempre uguale
col suo
rostro d’avorio.
II.
L’altra
ti viene incontro
è ormai vicina:
uguali
il viso il portamento
ma il peso
che dà radice al corpo
è nel suo passo.
A terra si proietta
soltanto
la sua forma.
Tu che ti aspetti
stupore nello sguardo
che t’incrocia
non vedi che rimpianto
in quella donna.
Eppure
la storia che lei canta
è tutta intera. Non sa
dello spezzarsi della vista
– del tempo discontinuo
che ha il pensiero
il desiderio – non sa
della violenza
che ti sposta
né del rischio
dello sbaglio.
Tradimento.
La vita lei
l’ha attesa
tu l’hai colta
nell’estasi e nel vuoto.
Il prezzo che hai pagato
è di essere un abbaglio.
Ora è venuto
il tempo della resa.
Ti spogli
le rendi la bellezza
l’incerta sicurezza
che l’esistenza è una.
Mentre le affiora
sotto gli occhi
un’altra ruga
tu scompari
nell’aria
come in uno specchio
un fremito
un brivido già in fuga.
*
Iris
Come te
gentile
giunga la parola
che s’inarca.
Come te
leggera
si sporga sul dolore
o lo prepari.
Abbia il messaggio
la precisa grazia
del tuo piede
il suo coraggio
nell’unire i termini
più estremi
o nell’entrare
dove mai nessuno
sta di guardia.
S’illumini
la soglia come l’antro
dove scosti i sogni
per passare.
Intatti
cangianti
restino veri
i colori che porti
a ricordo dei mondi.
(Che fino in fondo
nessuno rinunci
allo stupore!)
E sia sicuro
l’annuncio
come la tua mano
quando rechi il vaso
dallo Stige
o recidi pietosa
il biondo capello della vita.
Fatti bella
fatti dolce
ancella
ultima voce.

