Bestiario


di Flavio Almerighi

Bestiario

Ogni parola
ha fondo e superficie,
sangue a ogni luna:
le stagioni ci consegnano
teneri e implumi,
spietati cacciatori
sotto i cieli a venire.

L’unico gabbiano,
molle da uno scoglio
non guarda e dice:
arrenditi! Di me
hai già detto tutto,
fa caldo non mi agitare!

Segue un volo irregolare
di farfalla,
ora non ho tempo
per misurarne il peso.
Il silenzio è oro.
Il vento riverbera
altre voci.

Giaccio, finalmente stanco.

i bambini non sanno

case senza numero civico,
una dietro l’altra,
uguali, stesse vite,
solite impossibilità,
i giorni proseguono

la sensazione, ogni mese
è la stessa:
nemmeno i pesci si accorgono
di nuotare per aria
se c’è nebbia

i bambini non sanno
della santità di mamma e papà,
tutto è più grande
amare è un gemito sommesso.
mi sono svegliata, tu non c’eri

tempi senza domani,
ai posteri lasceranno
la sensazione di vite gettate,
nemmeno gli uccelli si accorgono
di volare sott’acqua

uccidete i Cananei

Voi che siete uomini,
sporchi dentro e sporchi fuori,
uccidete i Cananei,
mangiatene figli e spose,
lasciate i feriti a terra,
muoiano poco per volta
divorati dagli uccelli:
uccidete quei senza dio,
uccidete i sacrifici umani
le biblioteche,
la violenza dei Cananei,
uccideteli. Hanno nuche tenere
si sciolgono al primo colpo,
date alla terra il loro latte,
il loro sangue nero
non importa l’età,
nascono e muoiono
col marchio d’infamia,
spargete sale sulle loro città,
vuotatele di ogni bene
utile a noi, se necessario
lasciate superstiti,
ma siate civili,
caricateli su barche
senza remo né vela
e siano dispersi in mare,
a voi, signorine, ripeto,
investite il ricavato
in nuove armi per ripartire
un’altra crociata

Aspettando Leone

Leone, il gatto della Vecchia,
pur di non farsi acchiappare
risaliva gli alberi in Piazza
per lasciarsi tirar giù:
furbo come un gatto, è possibile.
Chissà dov’è, nemmeno i pompieri
lo trovano più.

La Vecchia lasciava
ogni ben di Dio sopra il davanzale,
la luce sempre accesa:
avesse potuto, avrebbe allargato
le sbarre delle sue finestre.
Lasciata sola da molti anni,
voleva bene a Leone.

Quel che è brutto dei gatti
sta nel loro tempo di morire:
escono, e non li rivedi più.
Il pio suffragio non gli si addice,
non sono stati scelti,
hanno scelto.

Finì anche la Vecchia.
Dimenticò la luce accesa.
Aspettando Leone
non si è accorta di morire.
Quattro muri dall’intonaco sciupato
li aspettano entrambi.

L’attesa sarà lunghissima
consumando tempo già stato,
sarà altrettanta l’attesa di Dio
una volta mai più esistiti i nostri passi.
Continuerà oltre il taglio
degli alberi in Piazza.

Di tanti viaggi leggendari

Incolparono una caldaia,
ditelo a quelli della Linea Trenta
non sorrideranno,
tutti sanno chi è stato
nessuno lo sa.

Sabato è sempre ieri,
qualcuno si è perduto subito
e non è mai stato ritrovato,
qualcuno maledice,
ricordare diventa un lusso.

La stazione riprese il traffico
già la mattina dopo,
il tempo necessario
per dare ordine alle macerie
per tenere a bada il dolore.

Quando torno in stazione,
cerco quel profumo al papavero
che ti piace tanto,
poi rivedo lo spacco
vicino alla stanza delle coccole.

Di tanti viaggi leggendari
ricordo soltanto questo,
mai partito. Irredento.

(Bologna, 2 agosto 1980)

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