“Infidelis peregrinatio” di Francesco Randazzo.


Caro Francesco,
a proposito del tuo ultimo libro. “Infidelis peregrinatio”, riflettevo, proprio in questi giorni, su come si possa comunicare la fede in un mondo che non solo l’ha persa, ma ha dimenticato di averla perduta.
Bisognerebbe inventare un nuovo linguaggio, che raggiungesse l’umanità disintegrata, balbuziente, vittima di una nuova e più disperante Babele. L’accostamento delle parole, il suono, l’effetto assonante o dissonante, onomatopeico, creano cortocircuiti in cui il messaggio potrebbe assumere la forma adatta al destinatario. Da buon junghiano, ritengo che l’elaborazione dei contenuti linguistici apra scenari nuovi, codificati in simboli della trasformazione. Da sacerdote e da cattolico, sono convinto che il Logos, la Logica, la Ragione che sta in principio e alla fine, siano l’unica vera risorsa per percorrere il labirinto, per attraversare questo tempo e abitare questo spazio, e che il superamento della disarticolazione babelica sia possibile solo nell’immersione radicale nell’evento della Pentecoste. Cinquanta giorni dopo, si può sempre guardare il tunnel infernale, o semplicemente banale, dello “stato del mondo”, dalla pienezza della vita definitiva che, come dice Giovanni nel suo Vangelo, comincia qui o non comincia per nulla.

Caro Fabrizio,
grazie a te. Mi ritrovo perfettamente in quello che dici e tento questi cortocircuiti, forse perdendomi, a volte però con uno sprazzo, un bagliore, che viene dal Logos, e mi fa sperare che sia possibile uno sguardo di verità, anche minima, di speranza, di compiutezza anelata, finora, confesso, mai raggiunta. Ma forse è in questo continuo cercare, la pienezza della vita definitiva?

Grazie, Francesco. La ricerca è infinita, dal mio punto di vista, perché Dio è infinito. Ed è proprio dal riconoscimento del limite umano, in tutta la sua drammaticità, che parte l’avventura della vera conoscenza, dell’approccio alla Sapienza di Dio, che si può attingere solo se è donata. In parte, quindi, le nostre visioni convergono. Per quanto mi riguarda anelo alla trasformazione radicale che il Signore opera nei “piccoli”.

Io credo, Fabrizio, che la trasformazione radicale dei “piccoli” debba nascere dal cuore e dalla mente di ognuno; immagino che Dio sia nascosto dentro di noi ma proprio grazie agli atti, ai pensieri, alle parole possa rivelarsi.
È una lotta, come quella di Giacobbe con l’Angelo, pericolosa, rischiosa, doverosa, spesso dimenticata per facilità del vivere e per semplice egoismo. A volte ci si perde, certo, ma è nel tentativo, forse, la risposta alla ricerca di un senso, a quello che tu chiami “l’approccio alla Sapienza di Dio”: mi pare un’espressione bellissima e tremenda, e naturalmente mi richiama all’altro angelo, quello di Agostino, che mi sembra persino antitetico rispetto all’altro, o forse è lo stesso che ammonisce contro l’eccesso d’interrogazione e invita ad accettare la meraviglia dell’esistenza con la piccolezza straordinariamente ampia della mente e del cuore del bambino innocente che è in noi, che forse, anche lui nascosto nel nostro cuore, custodisce quel Dio celato e gli parla e lo ascolta e lo crea e ne viene continuamente ricreato.

Sono felice, Francesco, che il nostro dialogo ci abbia portato sui due punti che costituiscono, a mio parere, il cardine della vita spirituale: il ritorno all’innocenza del bambino – e qui è inutile ricordare quanto Gesù l’abbia raccomandato, addirittura come condizione d’ingresso nel suo regno – e la lotta necessaria perché la grazia operi la trasformazione radicale; lotta che nello scontro notturno tra Giacobbe e l’Angelo sulle rive dello Jabbok trova il suo paradigma archetipico. Magari i dialoghi umani conducessero sempre a queste rive. Che la verità profonda della vita ci custodisca sempre nel percorso.

***

da “Infidelis peregrinatio” di Francesco Randazzo
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Un film un film senza pellicola
io
mamma gridavo solo per
ascoltare un suono
onomatopeico
Ma lei sorrideva credendosi
chiamata per un affetto
bisognoso vero che la rendeva
utile soddisfatta
ma m ma era solo
onomatopea
Strano che il suono
pa pa
non mi sia mai piaciuto
strano
Ehi vecchina mia ascolta
lo senti ascolta lo senti
vero
ma non hai mai pensato
eppure lo sai all’assurdità
di una terzina tre note
un numero e un’assurdità
del tempo che finge di
cedere e pure si rinsalda
O che ridere che ridere che ridere
è un riso che deflagra
pronuncia bene questa parola
d e f l a g r a
e si spande come un latte
che quagli su legni vivi
ancora per poco
ma è tutto per noi
tutto
il tempo
Marcia l’acqua la pioggia
e sciolto è ora il legno
Il giglio si allieta raggiunto dal mare
che lo farà marcire sorride
lo stupido fiore perché
non sa
Come vorrei somigliargli
invece tu
mi guardi bimba bimba
mia centenaria di sorrisi
trascorsi epifania parusìa
arpia mia mia mia mia mia
Come vorrei come
vorrei spaccare l’orologio
sì l’orologio molle
che tanto non serve che a te
io servo lui Io te
Perché baci quel fiore
quello stupido giglio marcio
rosso roso dalla putredine
caduta dal cielo mestruato
d’argento disfatto
perché
Vieni bimba vieni e
non trinciarmi il naso
con quella forbice appuntita
non ho fatto la plastica quindi
mi sta bene com’è
Vieni vieni tranquilla e
non perforarmi con i laser
infiammati che le tue opache cateratte
lucide di sicurezza mi lanciano
Vieni vieni vieni da me
dentro di me entra
nelle mie orecchie e calati
fino ai miei alluci doloranti
che attendono solo
un pediluvio
di carni brodose e fresche
Oh la perfezione di un uovo
un uovo solo
è il mondo l’universo
dentro e fuori
tutto
Ma le stelle die Sterne le stelle
Crac
Un botto ch’è
tutto che fa
nulla
Silenzio
ora mentre mi guardi
cattiva e tenera
mentre io accuso
ricevo morbido
l’ultima uncinata
bioculare ottica
a contatto
sulla mia carne
in faccia
sullo stomaco
sul sesso
sull’alluce
su
e infine
Silenzio
senza labbra
Silenzio
ti bacio

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