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Francesco Randazzo. Tre poesie inedite

Magie quotidiane

Il miracolo di un interruttore che accende la luce in una stanza buia.
La meraviglia di un rubinetto che fa sgorgare acqua, anche calda.
La potenza di un fornello che si accende e da fuoco per cucinare.
L’accoglienza di un materasso con le coperte, le lenzuola e i cuscini.
La sorpresa di un frigorifero aperto ricolmo di cose da mangiare.
Il confortante chiacchierare delle caffettiere e delle pentole.
L’avventura che i libri sul comodino promettono e mantengono.

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Francesco Randazzo, Alito e calce


La poesia di Francesco Randazzo è piena di sorprese. È il “grido della pietra”, una voce che non ti aspetteresti e invece è lì, a interpellare il tuo sguardo sulle cose, oltre che il tuo ascolto. È come se, da qualche parte, ci fosse una soglia da varcare, “una porta perfetta, di sette colori”, l’arcobaleno, certo, ma anche le note, o, che so, i sette sacramenti: perché a volte, di là, sembra che si apra l’inferno della carne; altre volte, il Paradiso ineffabile dei desideri puri e levigati. Tra salvezza e perdizione, piacere e sofferenza, bene e male, nell’intrico di linee aggrovigliate che è l’esistenza umana, operano “le dita che non sanno contare il tempo e la misura”, gli “strumenti umani”, direbbe Sereni, che non si sa mai se possano servire all’uopo o siano arnesi obsoleti di fronte alla complessità crescente della posta in gioco. Continua a leggere

Shechinàh, di Francesco Randazzo

Shechinàh, di Francesco Randazzo, é un poemetto straordinario, che trascina in un vortice di santi e puttane, carabinieri e migranti, situazioni quotidiane trasfigurate da un’ironia sottile, che a volte si trasforma in sarcasmo, a volte si scioglie in commozione che non puoi controllare. Una denuncia garbata e spietata, nello stesso tempo, delle contraddizioni che infarciscono la vita, sempre esposta al pericolo della rovina e al bagliore inaspettato della grazia. Continua a leggere

Anitya Hotel

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I luoghi d’accoglienza emanano sempre un forte senso di non appartenenza, di gradevole insignificanza estetica, comodità fisica precaria; si è soli, in un luogo che si è pronti a lasciare senza rimpianti, ma dove pure è piacevole stare. Senza quell’attaccamento spasmodico che invece ci consuma a casa nostra. E che ci fa soffrire. Anche gioire, ma sempre con un filo sottile di paura celata.
Dovremmo vivere come in un Hotel, con cura e semplicità dell’esserci, pronti al distacco. Pienamente presenti. Tentare almeno.