The Ballad of the Sad Café
di Stefanie Golisch
Tra un gratta e vinci e l’altro ci stanno giusto
un caffè ristretto e una sigaretta. Cazzo, mio
figlio mi ha rotto le palle, è uguale a suo padre,
stronzi tutti e due. Vieni da me questa sera bella
bionda, dice il padrone del bar, e lei risponde:
neanche morta. Davanti alla porta d’ingresso
un corvo mangiucchia un piccione morto in
questo pomeriggio d’autunno che non canta.
La vita fa schifo, dice la donna dalle mani ruvide
e dal rossetto sbavato prima di andarsene senza
salutare. Il bar sulla provinciale Monza-Saronno
si chiama Jolly, il mese ottobre, lei non si sa


Un sentire al femminile femminista, in una realtà realista più che un Re. Così si presenta la Nostra in questa sua poesia indicativa, quasi del tutto, della di lei mescolanza di cittadina europea, emancipata ovviamente. Ferma è la propria coscienza dell’essere assieme alla rigorosa indisciplina riguardo alla sudditanza di genere e di ruolo. L’idea del corvo curioso, ma in agguato, è un mantello ad oscurare, per quanto possibile, l’idea costante dell’Omega, quella da bulinare in un luogo – potrebbe darsi, perfino sacro. Sfrontatezza e vis vitale, cardo e decumano di codesta particolare vena espressivo-poetica.
Poesia realistica, ma di più. Un dolore che porta al patire insieme (per quel che si può). Non trovo parole adatte: molto, molto riuscita.
E’ talmente realistica da diventare metaforica, la metafora di un dolore universale, che unisce uomini e no sotto lo stesso cielo indifferente.