di Stefanie Golisch
Ho visto in un largo viso nero
la stanchezza degli uomini
Sei felice? Non so. Sono
quasi nessuno. Non so come
chiamare la felicità
Non ha mai imparato il mestiere di
vivere. È rimasto il bambino con il
quale non si gioca
Non spiega i suoi quadri. Non so,
dice, cosa significano, e se lo sapessi,
non saprei
So di cannella. So dove giorno e notte si
affidano nomi di stelle. So dove nascono
i versi
A mezzogiorno l’aria sa di bucato e ragù.
Un vecchio in canottiera si sporge dalla
finestra della cucina. In strada la primavera
gioca con mozziconi e teste di rose
Ha comprato un vestito da sera e
quando è tornata a casa si è seduta
vicino alla finestra
Datemi un paio di scarpe. Me ne vado e
torno e me ne vado di nuovo. Datemi un
paio di scarpe antiche
Ho appeso le chiavi al solito posto. Nel
forno c’è una torta per te. Vorrei dire ciao,
ma non so come
Odia i gatti e tutto ciò che è vivo e
potrebbe, un giorno, fiorire
Ti vedo accanto a chi inciampa. Ti vedo
distratta, ti vedo cadere insieme
Sto alla finestra. Non penso a nulla.
Fumo. M’illumino e mi spengo nel
ritmo dei tiri. Sono
Nell’attesa di chi non arriva,
ha imparato ad attendere
Sul pont Mirabeau la storia di uomo
e donna inizia ora
Dicono che siamo immortali
L’ho sentito anche io
Ma sarà vero?
Lei è troppo magra e lui, come sempre,
al verde. Si sono conosciuti in una festa
di paese e sono rimasti insieme per
sempre
Nessuno si ricordava più della sua vecchia
bici che era rimasta legato a un palo finché
un giorno qualcuno si era deciso di
rubarla
Poi aveva cominciato a nevicare. Pura
gioia. Più nessuna domanda

