Dalla gola del leone

di Domenico Lombardini

Voce tuono fulgore

oggi silenzio non il clangore

metallico dei tuoi eserciti schierati –

il residuo ferrigno lisciviato

dalle piogge fu il sangue

di chi credé nel Dio supplice

il Dio che acconsentì a ridursi a uomo

inumandosi nella carne

giacendo coi morti.

Quella carne primizia

di colliquazione in vita

il cui lezzo ci fa inorridire

su queste ossa ancora viva

la stessa carne adorna

dei bei corpi

di donne e uomini

di bimbi festanti

nella festa della vita.

Niente, nulla vale

il dolore irredento –

e non basta alla salvezza

il presentimento ma di Dio

la personale conoscenza.

Voce tuono fulgore

oggi scandalo non il furore

adamantino di chi ti annunciò –

la tepidezza è inconseguente

al tuo orizzonte di salvezza

vituperio delle genti

scherno del mondo

dall’Areopago all’empiria –

ancora e ancora ci sarà detto

Su questo punto ti sentiremo un’altra volta –

al tuo potente Thalita kumi

proporranno una scrollata di spalle

gli adoratori del nulla.

Esiliato è così dal mondo

Cristo e noi con Lui 

nel disegno del Padre

fallimento e gloria

oscuramente coincidono.

E nella sequela che è vita

da stranieri abitando il mondo

attraversando randagi una città

immagine dell’oltreumano

come frenetici scorgiamo

segni sicuri delle cose ultime

come i primi atti della parusia –

che la giustizia di Dio deflagri infine

minutando maggesi, terre incolte

separando cosa da cosa, uomo da uomo;

che sia strage tra gli iniqui

i conniventi, i tiepidi

e che il piccolo resto del popolo di Dio

gli umili, i semplici

venga risparmiato all’ultimo momento

già sbrindellato, smembrato

scampato a stento dalla gola del leone.

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