
Daniela RAIMONDI
La stanza in cima alle scale
Nino Aragno Editore (2019)
*
Segni
Se scriviamo è per questo:
per non dimenticare il sogno,
ritrovare un tocco d’angeli sulla guancia
e sconfiggere demoni
immobili come aghi sotto la pelle.
Siamo stati cullati da madri gentili
in un tempo che era piccolo e chiaro
ma scriviamo per l’assenza del sole,
per la violenza di un’alba
che ha visto scheletri sotto la pelle,
un pipistrello volare tra i capelli.
Scriviamo per la voce dei bimbi
che piega il rumore della noia.
Per la luce che scivola lungo alberi altissimi
e il grande arco del cielo,
l’indaco luminoso che ci cola dentro gli occhi.
Scriviamo per non dimenticare le donne di Rubens
nude e bianche, con occhi dolci di sonno
e la carne che splende.
Per la tregua.
la mano di un amante che ci sfiora la nuca.
Scriviamo per l’attesa,
quando un’orbita di luna ha sbagliato percorso,
per la corona di spine che ci sanguina la fronte
e ci fiorisce le mani nella luce di un verso.
*
Asfalto
L’urlo dei freni
il muso della macchina che sfiora la sua testa.
L’uomo era sceso, la faccia bianca.
Scuoteva la bambina con dita di acciaio:
“Dov’è tua madre! Dov’è tua madre!”
Lei indicò con un dito la sua casa.
La porta era chiusa.
L’uomo batteva, batteva più forte.
Di là c’erano i passi nervosi della madre,
la voce infastidita del padre.
Vennero ad aprire.
Avevano il viso rosso, respiravano forte.
La madre era spettinata, si allacciava il vestito.
L’uomo stringeva il braccio alla bambina.
Gridava che i figli non si lasciano per strada,
che quasi la uccideva.
Il padre teneva gli occhi bassi,
si passava una mano fra i capelli.
La madre tremava,
si chiudeva l’ultimo bottone della blusa.
L’uomo disse di mettere a sedere la bambina,
di darle un poco d’acqua.
Ubbidirono in silenzio.
Cercavano l’acqua,
trovarono solo la bottiglia del vino.
*
Il bagno dei poveri
In casa c’era solo un lavello di pietra.
Di sera mia madre bolliva l’acqua sul fuoco
stendeva va un lenzuolo in cucina,
lo tirava sul filo in mezzo alla stanza
poi riempiva la tinozza di stagno.
Quel telo bianco mi divideva dal mondo.
L’acqua fumava.
Piccoli fiumi mi correvano lungo la schiena.
Ero umida e bianca come una nascita.
Vedevo le ombre degli uomini tremare sul lenzuolo ,
le loro schiene curve sulla minestra.
E ascoltavo le voci, il tintinnio dei bicchieri,
il clic – clac dei cucchiai.
C’era una gioia leggera nell’aria,
profumo di salvia e sapone.
Fuori la notte era immobile
come un mare d’Arabia.
Le dita di mia madre
coperte di schiuma
instancabili
mute,
mi amavano senza parole.
*
La figlia del Felice
La casa del Felice era in salita.
Stava in fondo alla strada dei giardini
che a marzo si copriva di mimose.
Davanti alla porta c’erano due latte
dove crescevano l’alloro e il rosmarino.
Nel mezzo del cortile stava una barca rossa.
Felice giocava a carte al Bar del Gatto Nero.
Sveva i baffi, capelli dritti sulla testa.
Sua figlia aveva molti amanti
e quando restò incinta mostrava Il ventre teso
che aveva dentro un sangue conosciuto:
lo stesso che un giorno aveva riempito
la pancia di sua madre.
La gente dei giardini lo sapeva,
ma a certe cose è meglio non pensare
e a ogni Pasqua il prete e tornava benedire
l’alloro, il rosmarino, la barca nel cortile,
la pancia grossa della figlia del Felice.
L’incenso oscillava nella sera.
Il segno della croce, una preghiera,
e il prete fissava il ramo dell’ulivo
al ritratto della Vergine appeso sopra il letto.
La figlia del Felice aveva tanti amanti,
ma ogni sera, quando tornava a casa,
suo padre la chiamava
e poi muggiva curvo sulla sua schiena.
Quand’era piccola lei rideva per quel gioco strano
e poi anche da grande, già pronta da marito.
Il fiato colava lungo i vetri,
il succo delle arance si incollava al tavolo in cucina.
Nell’aria si rompeva il profumo delle viole
e il cane li guardava con la lingua fuori,
scodinzolando in segno di saluto.

Splendida poesia, umanissima, che canta la vita, i suoi chiaroscuri, e la scolpisce nella memoria di chi legge. Mille Auguri cari a Daniela per quest’ultimo felice approdo.
Annamaria Ferramosca
Grazie, Annamaria, e un grande grazie a Gianni per questa bella vetrina. Un abbraccio a entrambi.
Un libro fondamentale nella bibliografia di Daniiela (Vincitore del Premio Subiiaco 2017, recensito su Avvenire da Pierangela Rossi e segnalato autorevolmente in rete). Un raccontare sapientemente ritmato che ci dimostra quanto la poesia possa essere racconto rimanendo poesia, biografia poetica che diventa biografia dii ciascuno. Grazie a Giovanni Nuscis per avercelo proposto qui.
Poesie che lasciano il segno, queste di Daniela Raimondi.
Un caro saluto all’autrice, ad Annamaria, ad Antonio e a tutti coloro che hanno letto e apprezzato.