
Fin dove potrà spingersi
uno che come te
stretto l’antico patto
è in libertà sulla parola?
Fanno da spola
i tempi dentro al tempo
ospite ostile;
strinate sulla pelle
le sbarre della gabbia adombrano
la fola del futuro.
Nel cospetto
e dove se non qua?
siamo in ostaggio
e non c’è ma
che tenga: nella gola
del linguaggio
sta tutto l’aldilà.
Come non detto.
*
Il parco
Come un bambino nello sconfinato parco della casa
accanto
da sempre abbandonata
così venimmo al mondo;
il proprietario non s’è mai
fatto vedere o non c’è più
o non è più tornato
sui suoi passi, la proprietà
non può essere messa in vendita,
nessuno sa chi sono
i veri eredi anche se offerte
ingiunzioni e confische
fioccano da ogni parte.
il parco
trascurato com’è
da quegli adulti che non osano
scavalcare le cancellate
o i muri né aprirsi
un varco nel folto dei rovi
o risalire per cunicoli
è fatto apposta per giocare
il grande gioco; il parco è lì
per addentare frutti
che aspettano soltanto
di essere colti.
Non dire mai a nessuno
dov’è il parco
né quel che hai assaporato
in gran segreto:
solo se il cuore parla al cuore
dal cuore delle cose
si sottrae alla parola
endemico segreto
che tutti scopriremo
e scopriremo che tutti
hanno saputo mantenerlo.
Canta il merlo…
*
Dal lessico di ieri
gronda l’album di famiglia
pressato contro il cuore
quando un ciuffo
di vero falsa erica
una scheggia
di roccia lavica
ogni foto
ricordo è un tuffo al cuore
di un mondo senza cuore
mentre affondi
nel vuoto il cuore colmo
la rugiada del mondo
si rapprende in ghiaccio
e lì fra i sassi come qui
sul ciglio in gocce
di sangue arde del papavero
rosseggia il male
il bene amato
è amato troppo poco
troppo tardi
niente è invisibile
come il presente
un monumento
sempre sotto gli occhi
oltre quel ponte all’ombra
di quel noce siamo ormai
più prossimi alla foce
che la fonte
e se ora tu che non ci sei
chiedessi (è il colmo) a me
che parlo solo
a me che rumino
il bollo dell’assenza
parole che consolano
chiedessi quali sono
gli alberi più seri
gli alberi più veri
l’albero della vita
e della vite
o i tigli o gli olmi o i frassini
i cipressi Io ti direi
e il sole
del lessico ieri
*
Ho la risposta.
Dio mette la divinità
nell’uomo come l’uomo mette
l’umanità in un animale
o siamo nell’universo
come cani
e i gatti in biblioteca?
Nulla osta. Io guardo
occhi negli occhi
questa gatta, questa
creatura. E ho paura
di aver paura. Avendo
la risposta.
Giochiamo tutti e tre
+a mosca cieca.
*
Longaevi
L’occhio smarrito vagola
in un cielo grigio squalo.
Le stelle se ne fregano
di noi: perché
noi delle stelle…?
Suscettibile
e a scadenza breve
ognuno è sempre più sé stesso
per via di tutto quello
che non è.
Da ultimo è lui solo.
Morire dovrebb’essere
animale come nascere
ma noi ci siamo persi
per la via,
ci ricordiamo solo di
dimenticare. Non è tanto
il fatto di mentire a noi
stessi per primi.
La verità è che
la verità è una cosa
come un’altra
che noi sappiamo fare,
un derivato. Un occhio
di patata gemma più
di un uovo Fabergé.
La prova più difficile
è predire il passato
l’età persa.
Chi ama non è un nano
che pesa sulle spalle
di un gigante:
è il figlio a cavalcioni
su mio padre
e viceversa.
*
Ottavio Fatica
Vicino alla dimora del serpente
Einaudi, 2019

E’ l’autore della bella traduzione di “Moby Dick” , sempre di Einaudi. Perché un verso così breve, in queste poesie?
Un traduttore è un po’ scrittore e la perplessità sul versicolo di Paola Renzetti è comprensibile. Ma devo dire che in Fatica (e come in altri, in Anna Cascella Luciani per esempio) lo sgranarsi della poesia in versicoli non disturba, tanto è ben detto e ritmato il pensiero. Grazie a Giovanni per questa ennesima opera di segnalazione e valorizzazione degli autori di poesia, di buona poesia.