Estratto da Le incredibili curiosità di Genova. Uno sguardo curioso su più di mille anni di storia della Superba, di Laura Guglielmi (ed. Newton Compton, 2019)
RINA, LA TIGRE DI GONDAR E LA SUA CASA CHIUSA IN VICO LEPRE
Immaginiamo una studentessa ventenne, che vive in un carruggio nascosto del centro storico, nella seconda meta? degli anni Ottanta del Novecento. A pochi passi da via Garibaldi, Strada Nuova, con i suoi palazzi un po’ cadenti, non ancora rimessi a nuovo, non ancora patrimonio Unesco. Vico Angeli corre giu? in discesa, fa angolo con Palazzo Rosso, non c’e? nessun negozio, in strada solo loro, le puttane. Lucia, la capa del vicolo, sta sempre in strada, dirige il traffico, ha tante ragazze negli appartamenti all’interno dello stabile da lei governato con un piglio da marescialla. Per ogni prestazione chiede cinquantamila lire, venticinquemila per le ragazze e venticinquemila per se?, che servono anche per la manutenzione degli appartamenti e tante altre piccole cose, come pagare Oscar che vigila pronto a scattare in caso di pericolo.
La studentessa vive in una soffitta che sbuca fuori dai tetti. Non c’e? voluto molto tempo per conquistare il cuore di Lucia. Con gli anni e? diventata la sua portinaia, ritira la posta o la scheda elettorale, le regala piccoli mobili di un certo valore, recampati chissa? dove. E soprattutto la difende dai clienti importuni. E se qualcuno ci prova con la studentessa, Lucia alza la voce e lo caccia via in malo modo.
Oggi la musica e? diversa, al posto di queste donne che erano piu? rispettate e perfino autorevoli, ci sono le tante schiave provenienti da Paesi lontani costrette a lavorare per riscattare le «spese di viaggio» ai moderni pirati che le hanno portate fin qui. Partono convinte di costruirsi una vita migliore e invece approdano dritte all’inferno.
Il mestiere, si sa, e? uno dei piu? antichi del mondo. Un tempo, molto prima della Lucia c’erano le case chiuse. E negli stessi vicoli, i bordelli piu? rinomati della citta?. La protagonista del via vai era quasi sempre la tenutaria, che batteva cassa e sorvegliava, intervenendo se i clienti ubriachi diventavano molesti. E? stato Cavour a introdurre in Italia la regolamentazione delle case di tolleranza. Le ragazze vivevano recluse, le persiane sempre abbassate. Erano quasi schiave, non potevano uscire dal bordello senza il permesso della maitresse, sia che fossero malate o madri costrette a fare la vita per mantenersi. Molte di loro speravano di mettere da parte un po’ di soldi per uscire una volta per tutte da quelle quattro mura.
Scendendo da vico Angeli, si incontrano ancora tante ragazze che si prostituiscono, ma il motivo per cui passiamo di li? e? un altro: se si prosegue sempre diritti oltre via della Maddalena e poi si gira a destra in vico Lepre, si trova lo storico epicentro del quartiere delle case chiuse. Tra l’altro, e? stato uno dei primi carruggi a riprendersi alla fine degli anni Novanta e si e? trasformato anche grazie all’apertura di nuove attivita? commerciali e ricreative.
Sia nel ristorante da Franca sia alla Lepre, uno dei locali piu? frequentati della movida da quasi vent’anni, si trova il tariffario di quanto costava un tempo la prestazione di una ragazza, fino a quando la legge Merlin nel 1958 ha detto basta, svuotando le case chiuse. Come si chiamava questo famoso ed elegante bordello nel vicolo? Il Lepre appunto: nel ventennio i gerarchi fascisti, dopo aver varcato il blasonato portone venivano accolti da Dolly, la portinaia, con il saluto romano. Da notare la scritta sul portale Quodcumque boni egeris ad Deum referto, cioe? “Sia riferita a Dio qualunque cosa avrai fatto di bene”.
Salendo le ampie scale, all’entrata ci si imbatteva nella Tigre di Gondar, dal nome di una citta? etiope, o meglio della Rina, che si era meritata questo soprannome grazie a un passato movimentato al seguito dell’esercito italiano in Etiopia. Si dice che le sue ragazze non potessero indossare biancheria intima nera, perche? quello era per lei un colore sacro, destinato agli eroi fascisti. Era una casa intermedia, frequentata da uomini della buona borghesia. I bordelli di lusso erano il Suprema in galleria Mazzini e il Mary Noire in via San Luca: li? scorrevano fiumi di champagne accompagnati dall’esotico caviale. Tra i piu? economici, il Castagna, nell’omonimo vicolo, non a caso meta degli studenti. Ancora meno dispendioso, il Sommergibile in vico Lavezzi, vicino a porta Soprana. Sembra ci fosse, in vico Ragazzi, un lupanare dove la tenutaria faceva entrare anche i minorenni.
Consigliamo di sedersi al bar della Lepre e ordinare una birra o un cocktail, provando a immaginare le mille storie che sussurrano le pietre del palazzo di fronte, dove c’era la casa chiusa della Rina: gli uomini alle prime armi che salgono le scale agitati e con la paura di fare brutta figura, i sadici o i masochisti che chiedono prestazioni particolari, l’atteggiamento delle ragazze piu? esperte e quello imbarazzato delle nuove arrivate. E su tutti domina la Tigre di Gondar, il cui soprannome suggerisce che per le donne non e? facile davvero viverle vicino e che gli uomini non devono sgarrare.
Se rotoliamo ancora piu? indietro nel tempo e approdiamo al Quattrocento, prima che via Garibaldi fosse costruita, era li? – un po’ piu? a monte – che si concentravano le case chiuse. Il postribolo pubblico, infatti, a quell’epoca era situato dove ora si ergono i superbi palazzi dei Rolli. Il lavoro delle donne era soggetto a regolare tassazione, avevano il weekend libero, e andavano a messa la domenica. I genovesi le chiamavano “le donne delle candele”, perche? una prestazione durava il tempo in cui la cera si consumava fino ad arrivare a una tacca predisposta. Un sistema ingegnoso in un periodo in cui non c’era la luce elettrica e non era ancora stato inventato l’orologio da polso.
Genova si e? fatta la nomea di essere una citta? piena di prostitute, un’immagine viva nella testa di tanti visitatori, poi rafforzata senza dubbio dai testi di De Andre?. Forse perche? e? una citta? di mare, forse perche? e? una citta? tollerante che non le ha mai obbligate a nascondersi piu? di tanto. Qualunque sia la ragione, le voci di queste donne si perdono nella storia millenaria dei vicoli genovesi. Se si fa silenzio, le si puo? ascoltare.
