Mia madre non sopporta le installazioni

di Kika Bohr

Ma cos’è un’installazione?

“Ah! Hai fatto ancora un’installazione, lo sai che non mi piacciono le installazioni!” Un gentile rimprovero che suona come quando, da bambina, facevo troppo disordine con i miei giocattoli, magari mischiando vari giochi come gli animaletti dello zoo di plastica, i cubi di legno della sorellina, i vestiti delle antiche bambole della zia e anche qualche elemento del Meccano di mio fratello. Era proprio necessario?
Sì, un installazione artistica è una cosa seria, dovrebbe avere la stessa serietà entusiasta e giocosa (e spesso la stessa complessità) che si nota nei giochi infiniti di alcuni bambini quando non sono davanti alla tele.
C’è in effetti nell’installazione una parte ludica, il “facciamo che…” o “come se…” e combiniamo elementi nello spazio lasciando poi navigare la fantasia come Alexander Calder già faceva col suo circo alla fine degli anni ‘20. (vedi qui o anche qui per la sua storia).

Ma l’arte non è solo fantasia è anche necessità di comunicazione,

Conversazioni di fondo di Charlotte Menin (installazione con oggetti rinvenuti su una spiaggia di Ponza, 2014)


e ci si parla solo se si ha un linguaggio comune. È così probabilmente che al giorno d’oggi gli artisti possono provare ad esporre le proprie installazioni. Io credo che le abbiano sempre fatte, in un modo o nell’altro, per loro stessi, come si fanno gli schizzi, ad esempio, per loro soddisfazione e gioco personale, come i giapponesi compongono gli ikebana con i fiori. Da più di cinquant’anni però, in tutto il mondo, artisti provocatori hanno osato esporre opere che non sembravano neanche arte, come i salotti di Oldenbourg con i loro mobili dalle presenze soffocanti; le spartane travi di legno, lavagne, cera d’api profumata di Beuys, gli ambienti di Segal con figure umane di gesso combinate con oggetti veri, le sculture -a volte mobili- di Jean Tinguely di metallo che spesso sono assemblaggi e installazioni allo stesso tempo.
Mi rendo conto che è difficile incasellare, e che l’assemblaggio, parente dell’installazione, ci fa pensare a una forma più raccolta e compatta, e come esempio si pensa alle virtuosistiche opere di Louise Nevelson (vedi qui ).
Le opere di Oldenbourg e di Segal sono considerate Pop Art, quelle di Beuys, come anche La Venere degli stracci -un’opera di Michelangelo Pistoletto del 1967 formata da un calco di cemento bianco che guarda /o che è finita in/ una montagna di stracci colorati – come Arte Concettuale – perché le definizioni si sovrappongono a volte come plexiglass colorati.

Beauty Train Case. Centomila baci di Rossella Roli (Beauty-case con pistola in vetro e rossetti-cartucce, 2008-9)


Perché si fanno installazioni invece di sculture?

Le installazioni non sostituiscono completamente la scultura. Le sculture si fanno ancora e come la pittura, nonostante tutte le teorie che ne decretavano la morte, continuano a esistere e a cercare nuove vie. Un fenomeno simile a quello della fotografia che da concorrente della pittura è ora riconosciuta da tutti come una possibile arte in sé. L’installazione si sviluppa nello spazio ed in questo si apparenta alla scultura, e a molti scultori sembra una possibilità interessante per dialogare con il proprio pubblico e esplorare dimensioni vicine all’architettura e/o alla scenografia come per esempio i Sette palazzi celesti di Anselm Kiefer (vedi qui ).

Un’altra caratteristica delle installazioni è che spesso utilizzano, nelle loro composizioni, oggetti recuperati o distratti dall’uso comune e quindi si imparentano anche con i “ready made” o “objets trouvés” (Come la bicicletta sullo sgabello Roue de bicyclette o la famosissima “Fontana-orinatoio” di Marcel Duchamp.

Piccola installazione bosc(h)iana di Kika Bohr (Bottiglione d’acqua di recupero, cactus di plastica girevole, cartapesta e led, 2002)


E dove sta la bellezza?

A volte si è colpiti dalla bellezza delle proporzioni (come nell’architettura) ad esempio alcune molto geometriche di Sol Le Witt
A volte sono i colori (per Armand ad es.) che ci attirano e fanno pensare a delle scenografie
Qualcuna ci intriga per il suono prodotto (nelle installazioni sonore) o in quelle di Jean Tinguely oppure da un corrispondente ritmo in cui sono disposti gli oggetti (quasi musicale)
A volte invece è il lato provocatorio, stridente, come i vari pianoforti rotti di Nam June Paik, Armand, etc, le bestie impagliate o sanguinolente un aspetto che ci ferisce e a volte ripugna ma di cui ammiriamo il coraggio anche se non sempre siamo d’accordo.

Ma è soprattutto il lato giocoso, fantasioso, non noioso, delle più interessanti installazioni che riesce a inglobare molte attività, centri di interesse infiniti, a colpirci. Dalle invenzioni più tecnologiche (le faccine che parlano/proiezioni su sfere o video-installazioni sempre di Nam June Paik) a quelle più materiche in cui è l’austera bellezza e la semplicità ad esempio del grande cinese Chen Zhen (vedi qui ) che ti proietta in un mondo di emozioni vere e forti.

Quando funziona un’installazione?

A mio avviso le più interessanti installazioni funzionano quando c’è una certa ambiguità (o complessità), a volte un’accumulazione di significati, un enigma.

Qualche volta ci si deve far aiutare dal titolo oppure da una vera e propria spiegazione. Ma è quando c’è comunque anche un lato estetico che ci piacciono di più.

Il bello è che a volte non si capiscono proprio al primo colpo.
Vedendole varie volte si scopre ogni volta qualcosa di nuovo, un aspetto che non si era colto prima, un’ombra strana che cade proprio lì, in un cumulo che era sembrato informe, un sospiro in un sonoro esattamente al momento giusto, una linea che ci era sfuggita, un oggetto che pareva insignificante.
Vanno quindi possibilmente viste a più riprese (ma visto che le installazioni sono spesso provvisorie, legate ad una singola mostra, un singolo evento, non sempre si riesce a rivederle perché vengono “dis-installate”)

Anche per questo mia madre dice che le installazioni sono “faticose”, insopportabili.

2 pensieri su “Mia madre non sopporta le installazioni

  1. paolarenzetti

    Grazie Kika Bohr, per questi spunti. Da approfondire ce n’è, nell’articolo. Andare a vedere qualcosa che non si conosce. Per quel che riguarda il lato provvisorio e giocoso delle installazioni, credo che il bello stia proprio in questo: non ambiscono a durare nel tempo. Aprono spazi alla mente, colpiscono, inteneriscono, fanno pensare, dicono di andare oltre, fare qualche passo in più. La durata degli effetti dipende dalla loro potenza espressiva e dalle reazioni di chi ne fruisce.

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