Oblivion, Astor Piazzolla
Stjepan Hauser / “I Solisti di Zagreb”
Immmagini:
Leonora Carrington
Max Ernst y Leonora
Il tuo fiato nella mia bocca
è una bolla profumata
che mi cattura la lingua
m’inebria il palato
scende giù per la gola
riempie i miei polmoni di vita.
Le tue labbra sulle mie labbra
lasciano colare il succo
di pesche mature. Le mordo
come l’affamato morde
i lunghi attimi di felicità.
Eri Leonora ambigua
strega bambina
e le mie mani da vecchio Ernst
dipingevano il tuo corpo
con le lunghe e lente
pennellate del sentimento.
Potrò mai dimenticare
le mie mani sui tuoi seni?
Cercavano il calore delle stelle
le punte aguzze dei tuoi capezzoli.
Le tue mani carezzavano i miei fianchi
come se la lontananza
li potesse sottrarre alle tue dita.
Erano gesti
che abbiamo amato perché ci amavamo.
Ho chiuso gli occhi, ho cercato quel tepore
per ritrovare la memoria del tuo corpo.
Ha risposto la notte
con la sua pioggia di tenebre.
Ora chiedo il tuo silenzio
per trattenere sulle mie ferite
il balsamo dei tuoi baci.
Spinti dalle tue parole
sono caduti nel nulla
come semi maturi.
Li hanno raccolti le mie mani
sotto cumuli di macerie.
Hanno scavato fino a svelare
il sorriso dolce della tua bocca
e la ferocia
da cui non so difendermi.
“Io mi dico è stato meglio lasciarci,
che non esserci mai incontrati” (*).
A volte veniamo spinti in un luogo della vita con il ricordo della felicità come unica risorsa, e occorre lottare con tutte le forze per lasciarlo inalterato, anche quando a rispondere sia solo la notte, con tutta la sua ferocia.
“L’anima mia per questo s’è ammalata,
non sogna più e resta addormentata.
Prima che il vuoto tutti ci divori,
che venga, venga presto,
il tempo in cui ci si innamori.” (**)
(*) – Fabrizio De Andrè – Giugno ’73
(**) – Quest’amore – Roberto Lerici
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MARCELLO COMITINI – FEROCIA ©2020
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Oblivion, Astor Piazzolla
Stjepan Hauser / “I Solisti di Zagreb”
Immmagini:
Leonora Carrington
Max Ernst y Leonora
Il tuo fiato nella mia bocca
è una bolla profumata
che mi cattura la lingua
m’inebria il palato
scende giù per la gola
riempie i miei polmoni di vita.
Le tue labbra sulle mie labbra
lasciano colare il succo
di pesche mature. Le mordo
come l’affamato morde
i lunghi attimi di felicità.
Eri Leonora ambigua
strega bambina
e le mie mani da vecchio Ernst
dipingevano il tuo corpo
con le lunghe e lente
pennellate del sentimento.
Potrò mai dimenticare
le mie mani sui tuoi seni?
Cercavano il calore delle stelle
le punte aguzze dei tuoi capezzoli.
Le tue mani carezzavano i miei fianchi
come se la lontananza
li potesse sottrarre alle tue dita.
Erano gesti
che abbiamo amato perché ci amavamo.
Ho chiuso gli occhi, ho cercato quel tepore
per ritrovare la memoria del tuo corpo.
Ha risposto la notte
con la sua pioggia di tenebre.
Ora chiedo il tuo silenzio
per trattenere sulle mie ferite
il balsamo dei tuoi baci.
Spinti dalle tue parole
sono caduti nel nulla
come semi maturi.
Li hanno raccolti le mie mani
sotto cumuli di macerie.
Hanno scavato fino a svelare
il sorriso dolce della tua bocca
e la ferocia
da cui non so difendermi.
“Cet amour
Si violent”
J. Prevert
“Io mi dico è stato meglio lasciarci,
che non esserci mai incontrati” (*).
A volte veniamo spinti in un luogo della vita con il ricordo della felicità come unica risorsa, e occorre lottare con tutte le forze per lasciarlo inalterato, anche quando a rispondere sia solo la notte, con tutta la sua ferocia.
“L’anima mia per questo s’è ammalata,
non sogna più e resta addormentata.
Prima che il vuoto tutti ci divori,
che venga, venga presto,
il tempo in cui ci si innamori.” (**)
(*) – Fabrizio De Andrè – Giugno ’73
(**) – Quest’amore – Roberto Lerici