Su CUORE ALLEGRO, di VIOLA LO MORO (di Enrico De Lea)

La raccolta Cuore allegro, uscita di recente per i tipi di Giulio Perrone editore,, rappresenta l’esordio poetico di Viola Lo Moro, giovane autrice romana (laureata in letteratura moderna e contemporanea e specializzata in letterature comparate). assai presente ed attiva nella programmazione culturale (come socia della libreria delle donne di Roma, Tuba, e come ideatrice/organizzatrice del festival delle scrittrici “InQuiete”), e collaboratrice di riviste letterarie e femministe (Leggendaria, DWF, Letterate Magazine, Femministerie).

Prima di proporre al lettore una scelta di testi da questa silloge, dalla accuratissima scheda editoriale ci pare interessante estrarre qualche passaggio intepretativo che possa far da lente di ingrandimento a chi legge i versi  di Viola Lo Moro: “Il cuore anatomico è diviso in quattro camere. Così questa raccolta poetica crea altrettanti spazi attraversati – a temperature diverse – dal filo rosso di un sentire incarnato che si ostina a rilevare le asperità del tempo, i conflitti irrisolvibili e gli addii”. (…) La prima e l’ultima sezione racchiudono l’identità precaria dell’io narrante: i sogni, la memoria familiare, i nomi, le case. Qui la parola poetica gira ossessivamente intorno a un io che non può essere solido, e lo riempie di oggetti e di immagini concrete (…) a svelarne – per contrasto – la caducità. Le due sezioni intermedie invece ci parlano di affetti e relazioni (…) Accanto alla carne viva degli atti d’amore, come per giustapposizione, emerge una lacerazione data dall’abbandono” .

Tra lente maturazioni, pazienti accumulazioni, e miracolose improvvise illuminazioni, Viola Lo Moro procede con la perentorietà corazzata eppure disarmata della pronuncia poetica più sicura e ferma, tale in quanto radicata nel reale, come le singole sezioni di un cuore-organo, che si fa  organismo e pulsante metafora, con l’utilizzo di parole/versi organi.

Le quattro sezioni della raccolta- organo (introdotte da significativi e variegati ex ergo, da Montale, Anedda, Audre Lorde, Nada, Woolf…) sono percorse da un tentativo di costruzione autentica in rapporto con l’altro, col noi. cion la finitidune dell’umano e del mondo, tra eros e  thanathos,  tra l’archetipo memoriale e il presente.

Una poesia densa e raggrumata di sensi, che sa sciogliersi in improvvisi e sapienti snodi, fuoruscite, fughe.  Di essa l’attenta prefazione di Elvira Seminara scrive acutamente, come di un campionario dei necessitati attrezzi del mondo. 

Una poesia che si fa festa dell’intelligenza del dato, del mondo, della comunità vita-morte, con un utilizzo sapiente di tutte le figure della scritture poetica, dall’ironia al simbolo, dalla metafora alla metonimia.  Un poesia che si fa voce necessitata e perentoria del reale, osante nelle sue affermazioni (“e il mondo può cominciare con me / come un ferro della calza spinto a forza della lana“), nell’esaltazione dell’identità/opposizone (“Sparisce l’orizzonte /vedo il gabbiano contorto nello spasmo /della caccia /contro l’urto del vento contrario./ Per identità (il principio intendo)/ vedo corvi.“), fino alla rinascita in una dimensione di archetipo fondativo (“Immagino un cervo /un fiume/ lo scomporsi del sole / sull’acqua / il fuoco a sfida del buio:/ il cuore allegro”). 

Da un rigoglio di cultura e attenzione biologica nasce, per macerazione o per distillizaione, per improvvisa esplosione dopo probabile lenta maturazione, questa poesia, come “talea figlia“, per citare un verso, una talea che, con sicurezza, prefigura una stagione creativa assai fruttuosa e di valore.

(E.D.L)

*

Il Giorno

E invece il giorno ha deluso le aspettative.


Grigio, umido
l’ovattato giorno.

Apro e chiudo la bocca come pesce
schiocca la poca saliva sull’orlo della lingua
è sempre questo il punto:
credevo al sorgere del sole
– a tutto quello che ingenuamente porta con sé –
al trascorrere utile del tempo
alla veglia e al sonno.

Sposto il piede, cancello tutto – i minuscolipulviscoli
caduti a terra della tua saliva –

e il giorno può cominciare con me
come un ferro da calza spinto a forza nella lana.

___

Inconscio

L’inconscio è un cesto colmo di feti prematuri.
Posso prenderne a piene mani decine
morenti o già morti.
Posso provare a distinguere chi
salvare
e chi
buttare.

___

Lista 

 

Acqua distillata
caffè aceto
al mercato
sale grosso
detersivo lavastoviglie

la macchina è lì
quella del caffè invece sul fuoco

ennesima lista
di ennesimo giorno di mia
non morte.

___

Cuore Allegro

“Tieni il cuore allegro”
mi hai detto

la voce seppur filo
assertiva.

Il cuore allegro non so
come si irrora.

Immagino un cervo
un fiume
lo scomporsi del sole
sull’acqua
il fuoco a sfida del buio:
il cuore allegro.

Immagino
l’odore delle mattine d’inverno
bruciato nell’alba.

Penso: come lo tengo il cuore lì?

Un filo da pesca in trazione
stirato più di un capello bagnato
sarebbe più facile dirti di sì
che sì, lo tengo

sarebbe semplice mentire a un morente
ma non prima di udire il contraccolpo
del filo spezzato.
Tengo il cuore allegro.

___

Confusione

Portando all’eccesso la complicanza del nostro amore
ho confuso te con me
noi con me
il non-noi con il non-me.

Ora mi giro sicura (goditi questo barlume senza peso)

Dirci:
quando l’asfalto si fa liscio
il sole appena si posa per scappare via
il tramonto non è tramonto
e dalla notte
non sorge il giorno.

___

Terremoto

Tutti i pomeriggi tre scosse di terremoto
vere ogni volta.
– lo sai chi sente la terra tremare? –

Ogni scossa una crepa si allarga
tracima un liquido indicibile.

Perché non te ne vuoi andare
perché – non – te – ne – vuoi – andare?

Questa morte
attanaglia rincorre
mi chiude le spalle

questa morte è presenza
più dei vivi più dei morti
dei lontani degli assenti
questa piaga
non si cicatrizza
getta vermi
fa dormire a sussulti
e mi abbatte il diaframma.

Dalla pala del fico d’india è nata
una talea figlia.
Mi impensierisco per ogni vivente di cui riconosco
lo squilibrio
i pochi millimetri di gravità che tengono gli uni
schiacciati sugli altri
su un’altra vita

fino al centro dell’esperienza magnetica
che risucchia dentro
e smuove in fuori.Il terremoto è l’espressione ultima
dell’eccesso di compressione.
– Io lo sento. Io ti sento –

Chi resiste alla gravità può forse tentare
di sopravvivere.

Un pensiero su “Su CUORE ALLEGRO, di VIOLA LO MORO (di Enrico De Lea)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *