
L’isola del lago
O Dio, o Venere, o Mercurio, patrono dei ladri,
Datemi a tempo debito, vi imploro, una piccola tabaccheria,
Con le piccole scatole lucide
posate l’una sull’altra su gli scaffali
E il Cavendish sciolto e fragrante
e lo Shag,
E il brillante Virginia
sciolto in lucenti custodie di vetro,
E una bilancia non troppo unta di grasso,
E che le prostitute entrino a scambiare passando una parola o due,
Una parola maliziosa, e ad aggiustarsi i capelli.
O Dio, o Venere, o Mercurio, patrono dei ladri,
Concedetemi una piccola tabaccheria,
oppure avviatemi a un’altra professione,
Che non sia questa dannata professione dello scrivere,
dove c’è sempre bisogno di smangiarsi il cervello.
Il punto di forza di questo testo di Ezra Pound è presto detto: la fatica della vocazione, il logorio, la sindrome del dài e dài, per cui si arriva a una sorta di saturazione, e si vorrebbe fare tutto tranne ciò per cui si è venuti a questo mondo.
La poesia parla a noi, come sempre: anche in questo sta il suo effetto terapeutico, la capacità di metterci davanti all’ombra che portiamo dentro e che fatichiamo ad affrontare.
Detto questo, bisogna gustare il modo originale con cui il genio del poeta permette l’immersione nel profondo. Qui c’è un registro ironico piuttosto irresistibile. L’invocazione a “Mercurio, patrono dei ladri”, lascia intendere il background di fuga, di evasione, che sottintende il testo: ogni volta che abbandoniamo il nostro posto è come se rubassimo qualcosa alla comunità di cui siamo parte, come se le sottraessimo il nostro prezioso contributo.
Il secondo aspetto è l’attenzione al particolare minimo, a cominciare dal sogno di “una piccola tabaccheria”, microcosmo utopico in cui cullare il proprio desiderio di superamento delle tensioni intellettuali, fino all’elenco minuzioso delle miscele di tabacco che sembra di poter toccare, fiutandone l’odore. Qui si può cogliere il desiderio di concretezza, potremmo dire di incarnazione, che ridà corpo e sangue alla “professione dello scrivere”, che altrimenti è dannata, perché rischia di strappare dalla materialità della vita, qui presente fino alla provocazione delle prostituite che scambiano due parole, aggiustandosi i capelli.
Il registro ironico non toglie l’effetto di compensazione, per cui arriviamo a con-sentire con l’autore, ad avvertire in noi la stessa esigenza di colmare i vuoti spalancati a causa della unilateralità che caratterizza, inevitabilmente, ogni “mestiere” umano. La poesia, come sempre, allarga gli orizzonti, sfonda le pareti dei compartimenti stagni in cui così spesso è reclusa la vita. Ancora una volta, siamo chiamati a guarire da mali che tendono a celarsi ai nostri occhi.

Lo scrittore vorrebbe fuggire sull’isola ma quell’isola si trova nel lago circoscritto della propria missione.
Scrivere e’ l’unico modo per arrivare al mare.