Prefazione di Marco Ercolani alle poesie di Maria Novaro racconlte in Kairòs, nella collana “Nuvole” (10000eunanotte Edizioni, 2020)
«Ottenere che dopo la morte / le parole scritte // per altri non fossero morte / sarebbe come rinascere / spogliati della paura di morte»: questi cinque versi, che traggo dalla recente raccolta Kairòs, di Maria Novaro, mi attraggono come se vi leggessi la felice epigrafe che ogni scrittore vorrebbe leggere in calce alla sua opera, la piccola resurrezione/rinascita che ogni poeta esige dalle parole è racchiusa proprio in questi versi. Kairòs (in greco “momento opportuno”) è una raccolta poetica scritta da Maria fra il 1976 e il 1988 e per anni conservata nel proprio archivio personale. Oggi viene pubblicata, nel momento che l’autrice giudica “opportuno”, perché resti una traccia tangibile del suo costante amore per la poesia. Il libro ci suggerisce almeno due riflessioni.
La prima è quella di una sobria leggerezza del tono, di una umiltà espressiva che conferisce alle parole usate una loro rinnovata freschezza. L’ambizione di Maria Novaro è meno legata alla letteratura che a una tensione di sincerità che restituisca, in modo espressivo ed equilibrato, la sua emozione personale. Come in Ultimo appuntamento: «Arriverò di fretta / a quell’ultimo appuntamento / come d’abitudine // e nella confusione del momento / avrò ancora una volta / perduto di vista l’essenziale». L’io si smarrisce, perde l’essenziale, senza neppure sapere cosa sia, qualcosa di indefinibile, come spesso ci accade vivendo.
La seconda riflessione mi impone di citare interamente la poesia Hai gettato un sasso nello stagno: «Da quell’acqua che neppure / più sapeva di esistere / riemerge un’antica pena // C’è chi addita la strada / della follia come unica / possibile salvezza // Tentare percorsi / non ancora codificati / sulle carte dell’umana / geografia // è fatica che sfianca // Né – quando un pugno di terra / ci avrà chiuso la bocca – / neppure allora sapremo / se ne valeva la pena». Qui non è evidente solo la misura e la discrezione del tono quanto la necessità di trovare un accento gnomico per dare forma poetica al proprio pensiero. La poesia di Maria è questo commento malinconico intorno alla natura della vita, intonato in un clima di composta elegia, di “classica” pensosità. «Trasalirò / se dal mosaico ricomposto / affiorerà un segno – perduta / eco di non verificate / assonanze». I registri della memoria personale sono anche l’analisi, espressa in versi brevi, quasi sussurrati, di come raccontarsi, e dell’indicibile che ci avvolge. «Le parole per dirlo / variabili tentate accostate miscelate / in infiniti modi / ed anche / con altri strumenti / sentimenti / gridati sottintesi / echi / risonanze perdute / raccolte / fremiti pensieri / che non fanno parte del quadro / frantumi / di realtà differenti».
Non è un caso se il libro di Mario Novaro, nonno di Maria, animatore della rivista La Riviera Ligure dove pubblicarono poeti come Boine e Sbarbaro, Campana e Palazzeschi, si intitoli Murmuri ed echi. Di questi “murmuri ed echi” Kairòs è un’emanazione e Maria Novaro elabora in modo originale, con tratteggi da acquerello, i suoi versi sparsi – lieve cronaca di un’anima.
La Fondazione voluta da Maria, la Fondazione Novaro, costituita nel 1983 come archivio della cultura del Novecento in Liguria, non è un luogo della memoria in quanto inerte deposito di oggetti preziosi ma, al contrario, uno scrigno di meraviglie di libri e di segni, una Wunderkammer ravvivata da eventi, mostre, incontri, dibattiti. E qui, forse, si dischiude uno dei segreti appena “bisbigliati” di questo piccolo libro (Roland Barthes, parlando della fotografia, lo chiamerebbe il punctum): «Una nicchia / scavata in un passato / che altri hanno vissuto / è luogo adatto per dissimulare / l’ansia e la pena / di guardare dentro me – / me stessa // A modo mio / ritesserò trame di esistenze / inseguendo – intravista ipotesi – / la scintilla di un ammiccamento / …….… / finché non sarò anch’io un ricordo / che qualcuno inventerà di nuovo». Maria Novaro ci suggerisce, in questi versi, la sua attrazione verso un “passato che altri hanno vissuto”, non lei, timida e ritrosa. Forse l’autrice non ha osato guardare troppo a fondo dentro di sé e ha preferito farsi parlare dalle opere degli altri, da lei custodite con venerazione e con amore, in attesa di essere lei stessa «un ricordo / che qualcuno inventerà di nuovo». E oggi è giunto davvero il Kairòs di questo libro “intimo”, naturale e divagante collezione di pensieri poetici, che si espone con coraggio agli sguardi dei suoi lettori, «là dove si aprono improvvisi / inaspettati abissi di cielo».

Grazie, Fabrizio, dell’attenzione. E un abbraccio a Maria per il suo bel libro.