
I versi
Se ne scrivono ancora.
Si pensa ad essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio anch’esso d’anni.
No, non è più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo, so
che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti, se domani
tu stesso te ne scordi.
Mi sembra significativo questo sfogo del poeta, che lascia trasparire un senso di insofferenza e pesantezza a prima vista insuperabile. A Vittorio Sereni, di solito così composto, sfugge un lamento che getta una luce inedita sui territori della poesia che lasciano il cuore insoddisfatto o amareggiato. Inevitabilmente, interroga anche noi: che cerchiamo nei versi? Quand’è che restiamo delusi, o irritati, o semplicemente indifferenti? Si veda quanta implicita ironia ci sia nell’incipit: “se ne scrivono ancora”. Vale la pena leggere e scrivere poesie? È bello pensare che l’arte e la bellezza siano indispensabili, che resistano perfino alle obiezioni radicali:
“non c’è mai
alcun verso che basti, se domani
tu stesso te ne scordi”.

Si fanno versi per scrollare un peso e passare al seguente …
Aristotele affermava che quando si assiste ad un’opera teatrale, l’impatto emotivo è talmente forte da generare un cambiamento, una catarsi. Senza dubbio questo vale per ogni forma d’arte, se si tratta di autentica arte.