György Ligeti
Concerto da camera per tredici strumenti
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direttore
Versi di Bertolt Brecht, scritti durante l’esilio danese, quando si stabilì sull’isola di Fyn nei pressi di Svendborg.
Il nome “Sund” si riferisce al canale tra l’isola di Fyn e Vindeby.
Nella raccolta “Svendborger Gedichte” (1939)
~~~~~~~
Sempre mi è parso erroneo il nome che ci han dato: emigranti
Questo significa: espatriati. Ma noi
non siamo espatriati volontariamente
altro paese scegliendo. E nemmeno siamo espatriati
in un paese, per restarvi, possibilmente per sempre.
Siamo fuggiti, invece. Espulsi noi siamo, banditi.
E non casa, ma esilio dev’essere il paese che ci ha accolti.
Così, inquieti, prendiamo stanza, se possibile presso ai confini,
aspettando il giorno del ritorno, qualsiasi minimo cambiamento
oltre il confine spiando, ogni nuovo venuto
febbrilmente interrogando, nulla dimenticando e a nulla
rinunciando
e neanche perdonando nulla di quel che è successo, nulla
perdonando.
Ah, il silenzio del Sund non ci inganna! Noi udiamo le grida,
fin qui, dai loro campi. Noi stessi siamo
quasi come voci dei misfatti, che varchino
i confini. Ognuno di noi
che va attraverso la folla con le sue scarpe consunte
testimonia della vergogna che ora macchia il nostro paese.
Ma nessuno di noi
rimarrà qui. L’ultima parola
non è stata detta ancora.
(1937)
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BERTOLT BRECHT
POESIE E CANZONI
A cura di Ruth Leiser e Franco Fortini
©1959 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.
Prima edizione nei “Millenni”, 1959.
Della qualifica di emigrante
Über Die Bezeichnung Emigranten [1937]
Lettura di Luigi Maria Corsanico
György Ligeti
Concerto da camera per tredici strumenti
Ensemble intercontemporain
Tito Ceccherini, direttore
Versi di Bertolt Brecht, scritti durante l’esilio danese, quando si stabilì sull’isola di Fyn nei pressi di Svendborg.
Il nome “Sund” si riferisce al canale tra l’isola di Fyn e Vindeby.
Nella raccolta “Svendborger Gedichte” (1939)
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Sempre mi è parso erroneo il nome che ci han dato: emigranti
Questo significa: espatriati. Ma noi
non siamo espatriati volontariamente
altro paese scegliendo. E nemmeno siamo espatriati
in un paese, per restarvi, possibilmente per sempre.
Siamo fuggiti, invece. Espulsi noi siamo, banditi.
E non casa, ma esilio dev’essere il paese che ci ha accolti.
Così, inquieti, prendiamo stanza, se possibile presso ai confini,
aspettando il giorno del ritorno, qualsiasi minimo cambiamento
oltre il confine spiando, ogni nuovo venuto
febbrilmente interrogando, nulla dimenticando e a nulla
rinunciando
e neanche perdonando nulla di quel che è successo, nulla
perdonando.
Ah, il silenzio del Sund non ci inganna! Noi udiamo le grida,
fin qui, dai loro campi. Noi stessi siamo
quasi come voci dei misfatti, che varchino
i confini. Ognuno di noi
che va attraverso la folla con le sue scarpe consunte
testimonia della vergogna che ora macchia il nostro paese.
Ma nessuno di noi
rimarrà qui. L’ultima parola
non è stata detta ancora.
(1937)
Bellissima.
Complimenti per la lettura e per la scelta musicale.