Frammenti di Cinema # 38

I buoni e i cattivi è un album di Edoardo Bennato del 1974. Ecco la coppia di categorie archetipo che dalla Bibbia fino alla musica pop è arrivata fino a noi. Da sempre riempie il nostro immaginario, malgrado i buoni, da Abele in poi, perdano sempre, o proprio per questo. Fa eccezione il cinema, dove il finale è sempre un happy ending, imposto da produttori e pubblico. Quasi sempre almeno, e fino ad una certa epoca cinematografica. Il cattivo, diciamo la verità, resta più interessante, se non più seducente. Ad esempio, in rete si trovano subito i 10 più cattivi nella storia del cinema. Non esiste, invece, una classifica dei buoni. Ed allora, proviamo con questo frammento, a tratteggiare il profilo di alcuni tra i più Buoni. Tra i primi c’è sicuramente James Stewart, figura iconica della bontà americana di metà secolo scorso, nella parte di Elwood P. Dowd in Harvey (1950) diretto da Henry Koster. Come rivela il titolo del film, il protagonista, in realtà, è Harvey, un coniglio bianco invisibile. Elwood dice di portarselo sempre a fianco, come il suo migliore amico. E’ un pooka, cioè un spirito guida che vede solo lui, con conseguenze sociali che è facile immaginare.

Scopriamo dalla serie revival di Twin Peaks – il ritorno uscita nel 2017 (sequel de I segreti di Twin Peaks di Mark Frost e David Lynch uscito nel 1990), che Harvey, in realtà, potrebbe essere un tulpa, ovvero un essere mentale prodotto delle energie spirituali di una persona di cui diventa il doppio. E’ un tulpa, parola che deriva del misticismo tibetano, di cui David Lynch è un cultore, Dougie Jones, che ha le fattezze dell’agente Dale Cooper, ma incarna un essere umano virtuale di una tenerezza, forse, mai così espressa nella storia del cinema. Al polo opposto si trova Mr. C, doppio malefico, esattamente un doppelganger di Cooper. Dougie Jones potrebbe essere affetto da gampismo, se mi passate questo neologismo. Viene direttamente da un altro grande buono del cinema: Forrest Gump nel film (1994) diretto da Robert Zemeckis e interpretato magnificamente da Tom Hanks. Forrest è affetto da una forma di autismo ad alto rendimento, soprattutto emotivo, che lo porterà ad attraversare indenne tutta la storia contemporanea degli Stati Uniti, in una versione sentimentale dello Zelig di Woody Allen.

Buono suo malgrado, invece, è il protagonista de L’appartamento (1960) capolavoro di Billy Wilder, con Jack Lemmon e Shirley MacLaine, un vero e proprio capolavoro, vincitore di cinque Oscar. Anche oltre questo film, Lemmon è l’alter ego dei personaggi di James Stewart. Questi sono e restano buoni in ogni circostanza, anche in quelle più estreme e drammatiche. Lemmon buono non vorrebbe affatto esserlo. Finisce per dimostrarsi tale, nonostante ogni sua cattiva intenzione. La sua irresistibile e delicatissima ironia deriva da questa insanabile dissociazione. Da Lemmon il testimone potrebbe passare a Nicolas Cage di The Weather man – L’ uomo delle previsioni di Gore Verbinski (2006).

Ci sono poi due buoni malinconici, usciti fuori dal genio visivo di due maestri come Akira Kurosawa e Vittorio De Sica. Il primo è l’impiegato comunale di Vivere (1952) Kanji Watanabe, interpretato da Tkashi Shimura, uno dei volti iconici del regista giapponese, alla disperata ricerca del senso della vita, dopo aver scoperto una grave malattia. L’altro è Umberto, il pensionato di Umberto D. (1952), interpretato da un attore non professionista, il dialettologo Carlo Battisti. E’ curioso notare che entrambi siano usciti nello stesso anno, e che la vena triste deriva dalla comune appartenenza alla lega impiegatizia (così come il Lemmon de L’appartamento). A questo punto, aggiungerei Totò e i re di Roma (anche questo del 1952!), di Steno e Mario Monicelli, tratto dal racconto di Anton Cechov, Morte di un impiegato, pubblicato nel 1883.

Il più buono di tutti, però, non è un essere umano ma un alieno. E.T. – L’extra-terrestre, realizzato da Carlo Rambaldi per il film di Steven Spielberg (1982) è il precipitato dei buoni sentimenti. Il paradigma perfetto. Per questo, forse, non appartiene al genere umano, ma è capace di suscitare tutto il bene che c’è in noi, tutta la nostra ammirazione. Anche se, infine, si insinua il dubbio che, come ci ha insegnato Victor Hugo, la gente ama i mostri (e non solo) docili e sottomessi. Fa piacere vedere essere ammansiti. Specie se questi, normalmente, ci farebbero paura.

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