
Dopo cinque anni Crudalinfa chiude. Ho aperto il mio sito personale il 2 maggio 2016 come proposta e offerta dei versi che avevo scritto in precedenza e per cui non trovavo sbocco editoriale, ovvero possibilità di condivisione. In apertura dicevo: «Crudalinfa offre al lettore le sue poesie. In ognuno sa di avere un tu. Perché “la lettura è prima di tutto con-creazione” (Marina Cvetaeva)». Il nome del sito veniva da un mio verso («Ho controllato la punta delle dita / in cerca di gemma o corolla fiorita. / Ancora niente. / Eppure sento questo verde urgente: / sottopelle, una cruda linfa pulsante»), e l’immagine di copertina dalla Dafne di Bernardino Luini, un affresco che vedevo alla Pinacoteca di Brera. In seguito, su Crudalinfa ho presentato poesie di vari autori (buona parte in due rubriche o serie: La poesia della settimana, maggio 2016-luglio 2018, e Ornithology, ottobre 2018-marzo 2020), oltre a recensioni, note di lettura e contributi vari. A partire dall’ottobre 2017 i miei post sono stati pubblicati anche dal lit-blog collettivo La poesia e lo spirito, dove rimarranno consultabili. E a LPELS continuerò a collaborare, così come dal novembre 2020 collaboro ad Avamposto. Rivista di poesia con la rubrica Odiare la poesia: rimarrò dunque presente in rete.
(Giovanna Menegus)
ELISABETTA SANCINO
Viaggi in solitudine
te la trascini addosso
come l’acqua di una costa intera
Il mare in cui nuoti nutre la mente
di subacquee meraviglie
Saresti pronta ad erompere
in minuscole vene coralline
zuppe di sangue regale
Ma siete rimasti in pochi
della tua stirpe
Senza scettro né corona
Linguisti del sole nascente
Musici dell’aria
Perciò gozzoviglia con quella solitudine
col sangue con la luce più pura
Prima o poi ti spunterà una chioma
che fiorirà alta sul mondo
e sarà parola.
estate 2017
*
ANTONIO FIORI
Avrei voluto sentirlo il vento stamattina
andargli incontro a testa alta uscendo
dalla baita senza temerlo, invece ecco
la calma di una luce bianca
un silenzio inatteso.
Coi suoi tranelli, resiste la neve.
Le vado incontro cantando.
Scorgo lontano
un camoscio che fatica.
gennaio 2021
*
PAKY FERRARA
“hic, ne deficeret, metuens avidusque videndi
flexit amans oculos, et protinus illa relapsa est”
“lì, temendo che non ci fosse, avido di vederla voltò gli occhi”
(Publio Ovidio Nasone, Metamorphoseon Liber X, vv. 56-57)
a G. Menegùs
Il treno lo vedo come Euridice
deve aver visto passare
il suo morto amore – un riflesso di lì,
rapido da due finestre di fronte
al mio balcone, a chiederne una corsa,
il compito fedele che ti ripeti
anche nella perdita.
Io non so la solida interezza
di ciò che m’attraversa
a debita distanza in un suono
Ma questa crudele
(ridicola)
opera di restituzioni
mi induco a credere sia la poesia
che porto appena, come si porta
un’ombra.
Durevole in me
finché non ne traccio i contorni.
E quando mi volto
è scomparsa, offerta
all’altro mondo.
Il mondo
ritorna intero. Io
lo tocco in un chiodo.
dicembre 2020
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È un’operazione di cadute, Giovanna,
questa pioggia. La sua così liquida vertigine
che non ci appresta i bordi, ma li infragilisce
con colature di tensione morbida, acquose
presenze che squagliano ai contorni,
Suoni disinquinati dalle bambine voci.
Un lampione nel minimo mutare ripone
la sua luna, la falena ferma di un’altezza
Indossata senza prove – piove ancora
ma in un attimo che spiove già giù –
Io sono sotto a fissare illeggibili bersagli
di distanze perdute, avvicinamenti
di rètina abbagliati, gocce
senza centinaia di occhi.
E io sono senza dubbio
un uomo con poche mani qua sotto.
La poesia precipita a questa condizione
posare e non essere più, raccogliersi
in compatte scomparse e poi non lasciarsi
entrare, ma specchiare il passeggero incedere
d’un uomo che riflette solo apparizioni,
il suo volto che ha lessico passato – forme
meravigliate di essere appena sosie –
e non è il tuo tempo il tempo che increspa
il suo sguardo diretto altrove, dove
se stesso sta guardando.
La luce da qui è un’idea di effervescenza lenta
se il mondo è la sua singola bolla.
Sto in silenzio e sto attento a camminarci.
Sale con me questa parola.
A Giovanna, in questa sera di pioggia. – L’allocutivo a te è stato inevitabile, insito nel primo verso. Non chiedermi perché. Ultimamente la mia poesia assume la forma di un tu specificante, individui che devono tenerne un altro capo come per piegare una grande coperta. Un abbraccio. – 12 aprile 2021
*
Immagine: elaborazione dalla Dafne di Bernardino Luini, cover di Crudalinfa
