Intervista ad Alessandro Pertosa

 

 

In una nostra primissima conversazione, hai menzionato due termini: “filosofia poetica” e “poesia filosofica”. Quale significato e importanza rivestono per te?

Definire qualcosa è sempre problematico, e lo è ancor più quando si tratta di poesia. Provo a spiegare però in che senso ti ho parlato di «poesia filosofica». Dico spesso ai miei allievi, che – per fare un esempio – non amo l’Infinito di Leopardi perché leggendo quei quindici endecasillabi sciolti comprendo meglio il modo in cui il poeta recanatese intendeva l’infinito. Non mi interessa nulla dell’infinito di Leopardi. A me interessa l’infinito che risuona e balugina nel mio cuore, ogni volta che quei versi me lo schiantano davanti agli occhi. È il rifiorire delle immagini; è il sentire l’eco di quel vento e di quelle foglie, a spalancare in me la voragine sublime e vorticosa dell’infinito.

Forzandomi non poco, quindi, direi che poesia è la voce del segreto che risuona. È il canto di dolore e di gioia; è il sospiro dell’amore e della morte; esperienza viva e squillante. È fiamma che sgorga da una domanda di senso. È volontà di svelare il segreto che ci abita nel cuore; desiderio di colmare la voragine, la ferita che ci costituisce, e che ci lascia in balia delle onde: naufraghi a noi stessi. Quando un poeta nomina le cose lo fa con timore e tremore. Lo fa interrogando il mondo che gli si sottrae costantemente, lasciandolo barbuglione.

La domanda dunque. La domanda che sorge dallo stupore, dalla meraviglia. Ed è proprio questa consapevolezza a farmi ritenere che tra la poesia e la filosofia vi sia un rapporto intimo, strettissimo. A patto, tuttavia, che ci si intenda sui termini in questione.

Filosofia, come è noto, deriva dal greco e significa amore per la sapienza (philêin, amare, sophía, sapienza), e consiste in un’attività intellettuale il più possibile rigorosa organizzata secondo logica. Ma, se allarghiamo lo sguardo, filosofia è anche un amare la luce (saphés – da cui phaos: luce); è avere cura di ciò che traiamo dal cono d’ombra e decidiamo di mettere in luce. E mettiamo in luce qualcosa quando guardiamo la realtà, ci interessiamo a un singolo aspetto, tentando di dargli un senso universale.

È impossibile definire in modo unitario la filosofia, anche perché ogni filosofo da sempre tenta di rifondarla, modellandola secondo le proprie convinzioni. In linea di massima possiamo dire che attiene alla filosofia l’indagine razionale che si organizza attorno ad un ragionamento coerente. 

Va però anche notato che ogni parola umana, in quanto diveniente, è intrinsecamente debole, transitoria e non definitiva. Pertanto ogni pretesa di poter «dire» la verità, come se la verità fosse un ob-jectum statico e studiabile, è destinata a fallire. Lo scopo della filosofia, allora, non consiste nel «dire» il vero, ma nel porre le giuste domande, alle quali non è detto che si sia sempre in grado di rispondere, e se talvolta lo si è, non è detto che la risposta sia sempre la stessa. E non solo perché a darla possono essere persone diverse. Ma anche io – inserito nel fiume eracliteo dell’esistenza – posto nel corso tempo dinanzi al medesimo problema, potrei rispondere in modo diverso, in quanto diverso è l’approccio alla realtà nei vari momenti storici che compongono la vita.

Se ciò che sostengo ha un senso, e se alle questioni poste dalla filosofia è possibile rispondere in modo articolato e differente, bisogna allora ammettere che la parola filosofica si consegna al «costantemente dicibile» in forme e significati sempre nuovi. Il che vale a dire: la parola filosofica è parola polisemica. Ma la parola polisemica è caratteristica principale della parola poetica. Quindi la filosofia è autentica filosofia quando è filosofia poetica. Così come la poesia è – almeno per me – poesia in senso più profondo quando è poesia filosofica; ovvero: quando l’esigenza poetica di dire il segreto della realtà nasce dalla meraviglia della domanda filosofica.

In una società in cui spesso si pensa alla ricchezza (materiale, culturale, intellettuale, persino spirituale) in termini di “accumulo”, qual è il ruolo dello “svuotamento” e del “limite”?

Svuotarsi, fare spazio, ritrarsi, è un compito primario. E ognuno di noi fa spazio dentro di sé tenendo sempre di vista il limite, la soglia, il confine. Chi è pieno di sé, chi non si svuota, si pone come qualcuno dalla costituzione definita. Come uno che sa chi è. Ma così facendo perde di vista il segreto che ci abita il cuore, il mistero che ci costituisce e ci rendere insondabili a noi stessi. Mihi quaestio factus sum, scrive Agostino nelle Confessioni. Sono diventato una domanda per me stesso, ovvero: non so chi sono. Se non si ha questa consapevolezza, si rischia di ragionare in termini di acquisizioni, di conquiste, di successi, o come dicevi tu, di accumulo. Ma poi va a finire che la vita ti presenta il conto. Le crepe si spalancano, la voragine ci inghiotte, e se non sei abituato al crepacuore, se non sei capace di lasciarti dilaniare dalle domande – quasi sempre prive di risposta – finisci per impazzire o vivere una vita calmierata. Una vita in cui tutto rientra nel ciclo «lavora, consuma, crepa».

Se invece ti cogli come svuotato di te, se ti percepisci colmo di mistero, allora sei in grado di guardare al limite come a quella soglia tremenda e bellissima, che ti consente di desiderare. Perché se tutto è concesso, se il limite, lo sbarramento mancano, allora niente è davvero desiderabile, niente è davvero possibile. Si desidera nella mancanza, nel vuoto; si desidera quando si è inghiottiti nel gorgo dell’insignificanza, al quale vogliamo sottrarci, sperando – contro ogni speranza – di oltrepassare quel limite invalicabile. È invalicabile, lo so. Ma spero di superarlo lo stesso. In uno sforzo continuo, disperato, ma vivo. 

Per questo credo che il limite e lo svuotamento siano i due pilastri su cui poggiare la nostra esistenza.

A tuo parere, le parole per dire il mondo e per dire noi stessi stanno cambiando? Nella reciproca contaminazione linguaggio-realtà, esistono pericoli e/o potenzialità inesplorate?

Le parole cambiano continuamente. Ludwig Wittgenstein, nel suo Tractatus logico-philosophicus, scrive: «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». Noi parliamo e siamo parlati dalle parole. E le parole mutano in virtù del modo in cui viviamo. Pertanto un poeta che dice la realtà – con tutto il timore e tremore di cui parlavo prima – esplora le infinite potenzialità della lingua, del ritmo, del suono, giocando con le parole e con la vita. E giocare con la vita vuol dire giocare con l’amore e con la morte. D’altronde, la poesia ci dice da sempre due cose: mi manchi e si muore. Mi manchi e non voglio. Mi manchi e ti amo. Si muore e non voglio. Si muore e voglio restare, per sempre, qui. 

Dinanzi a una realtà che cambia, allora, non intravvedo per la lingua pericoli, ma solo potenzialità da esplorare continuamente in forme e modi sempre nuovi.

La poesia oggi è esposta al rischio di dire troppo o troppo poco?

Non saprei risponderti, e credo che non sia nemmeno giusto. Non penso, francamente, di aver titolo per parlare a nome della poesia tout court. Posso solo dire che oggi, in molta poesia, scorgo il rischio dell’appiattimento ritmico e musicale. E senza ritmo, a mio avviso, non c’è poesia. E non importa come sia scritta: in versi o meno. Perché la poesia è un flusso di variazioni ritmiche e improvvisazioni che compongono la corrente musicale. Non mi interessano le avanguardie, le sperimentazioni. Non sento la chiamata dal futuro. Nei miei timpani risuonano versi antichi: ritmi secolari che curano le trasgressioni del presente, con battute e pause in contrappunti. Se questo flusso c’è, se le parole generano ritmo e musica, poco importa se lo stile grafico si presenta nella forma versificata o lineare. 

La poesia risplende e suona nella voce che cede a tratti. Ed alla voce consegno il sussulto della parola, che magari rinnega la rima (alternata, baciata) a fine verso. Perché quel tipo di rima è un accordo maggiore. È la chiusa di una armonia perfetta. Di un incedere trionfante; risorgimentale. Ma io ho bisogno di cadute e di respiri affannati. Di pause e schianti in controtempo. È lo strazio del blues ad affascinarmi. La tortura improvvisata del jazz. E non il primo terzo quinto, con l’accordo che risolve in un’armonia tonale.

Ma fare a meno della rima alla fine del verso, non vuol dire negare la rima. La rima ritorna nel bel mezzo di un levare; in un accordo dissonante e intempestivo, quando meno te l’aspetti. Ritorna per spalancare spazi, sfibrare lo spartito della voce e mandare fuori tempo il ritmo, torcere il flusso, per costringerlo a tornare sui suoi passi, in pose atletiche, elastiche, che si tendono allo stremo. Si tendono e si ritirano all’improvviso, nel cuore di una voce che risplende in qualche altrove.

Tutti concordiamo sull’importanza della memoria. Pensi che la memoria sia sempre benefica? Potrebbe diventare una trappola/ una scusa/ un freno?

La memoria è neutra. Di per sé non è né benefica, né una trappola. Dipende da come la si usa. Se la si chiama in causa, bisogna indagare perché lo si fa, per dire cosa, in quale modo. Come avrai capito, sfuggo sempre le definizioni, gli schemi precostituiti, le ideologie. Sono esistenzialmente – e anche poeticamente – un anarchico, che ama limiti e norme. E li amo così tanto da metterli costantemente in discussione.

Quale sarebbe, secondo te, la più giusta misura dell’essere umano? Quali potrebbero essere i primi puntelli utili da fissare e quelli che invece andrebbero divelti? (Lo so, questa domanda non può avere risposta esauriente!)

Non solo la risposta non può essere esauriente, ma io credo non possa proprio essere data. L’uomo è un mistero – direbbe chi ha fede. L’uomo è un enigma. E gli enigmi non sono problemi. Il problema si può risolvere. L’enigma no. L’enigma si interpreta. E ogni volta lo si interpreta in modo diverso. Quindi potrei dirti che non so per ciò che concerne l’essere umano in generale. Ma per quanto riguarda me, la misura più giusta è non avere misure. Mi lascio travolgere dalle passioni che mordono la vita, col desiderio di rincorrere a perdifiato l’ultimo orizzonte. Lo so che non sarò mai in grado di oltrepassarlo, ma io gli corro incontro, come farebbe un bambino col suo aquilone. E non mi faccio troppe domande. Vivo giorno per giorno, come fosse il primo e l’ultimo. Vivo come se fosse il più brutto e il più bello. E questo stare tra le onde mi distrugge. Ma proprio ciò che mi distrugge, mi dà forza.

*

Alessandro Pertosa (1980) abita fra i monti dell’Appennino marchigiano. Insegna Filosofia Teoretica all’ISSR di Ancona e Drammaturgia e linguaggio teatrale all’Accademia Nuovi linguaggi di Loreto. Collabora con musicisti, pittori, commedianti e curatori di festival. È direttore artistico di Pensare Altro. Negli scorsi anni ha pubblicato vari saggi di filosofia ed è autore di testi teatrali (alcuni pubblicati). Ha curato l’edizione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Giacomo Leopardi (Lindau 2017); ha tradotto dal latino i Canti per Lesbia di Catullo (Cartacanta 2020). Alcuni suoi testi poetici sono stati tradotti in francese (da Marilyne Bertoncini su Recours au Poème e Phoenix), in macedone (da Ismail Iliasi, sulla rivista Vlera) e in inglese (da Gabriele Codifava su Journal of poetry). Fra gli ultimi libri di poesia ricordiamo: Passio. Con gli occhi degli altri (Cartacanta 2019); Biglietti con vista sulle crepe della storia (Puntoacapo editrice 2020).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *